Selfie: smartphone, adolescenti e sobborghi napoletani

Serena Gaudino



Selfie di Agostino Ferrente, già autore di altri bellissimi lavori come Albania Blues del 2000, L’orchestra di Piazza Vittorio del 2006 e ancora Le cose belle del 2013, ha una caratteristica molto particolare: è stato tutto girato con uno smartphone in modalità selfie.
Due ragazzi di sedici anni riprendono se stessi mentre si muovono nel quartiere dove vivono, incontrano persone, discutono. Al centro della narrazione c’è l’amicizia, una Napoli difficile, e una tragedia, quella di Davide Bifolco. Il ragazzino ucciso nel 2014 dalla polizia che lo inseguiva perché era su un motorino senza casco: il proiettile lo aveva colpito alle spalle. Il poliziotto è stato condannato a quattro anni per omicidio colposo ma ne sconterà solo due.



I corpi di Alessandro e Pietro, i due protagonisti, sono sempre in campo: invadono l’inquadratura o la tagliano, la moltiplicano. Compaiono di sbieco o di profilo, vestiti o quasi nudi parlano della loro vita, dei loro sogni, desideri, paure e disagi. Narrano se stessi e il loro mondo attraverso riprese anche imperfette, eppure, capaci di esaltare la veridicità del racconto che ruota attorno al tema della sconfitta e dell’arrendevolezza. La stessa che, insieme alla mancanza di desiderio, campeggia nei cuori e nelle teste dei giovani che vivono nelle più degradate periferie delle città. Ma soprattutto a Napoli, nel Rione Traiano come a Scampia.

Cosa scegliere di raccontare? Si chiede Alessandro. Le cose belle, dice. Ma subito Pietro lo contraddice e afferma che le cose belle possono essere raccontate solo dopo quelle brutte: “Così fai vedere il degrado prima e poi, la bellezza, la diversità”.
Così, improvvisamente lo spettatore viene catapultato in una scena rocambolesca “tipo Gomorra”, dice Alessandro: spari, grida, fughe in motorino. Finta? Vera? Chissà.
Perché Agostino Ferrente, il regista è bravissimo a gettare fumo negli occhi, a mischiare le carte e la finzione con la verità. Pur avendo la responsabilità di ogni battuta e azione che compiono i suoi protagonisti, Ferrante sa restare nell’ombra. E la sua apparente assenza dona al lavoro spontaneità e vividezza alle immagini e all’intera narrazione che si serve di un linguaggio fresco e fitto, musicale e morbido ma anche duro, incomprensibile ogni tanto ma sorprendente, fortemente contemporaneo.

Non mancano in questo film la commozione e la rabbia: il racconto della morte del giovane Davide Bifolco, affidata contemporaneamente a filmati di archivio e alle parole delle persone che lo conoscevano; il papà di Davide con gli occhi lucidi che parla di delusione e di vite distrutte.
E poi ci sono le donne, le ragazze di questa generazione sospesa, indecisa tra l’accettare un futuro già scritto e la voglia di scappare. Scappare dal rione dove vivono per migliorare la propria condizione di vita o restare là e magari sposarsi con uno dei ragazzi del quartiere. Avere bambini e quando sarà il momento, dice Sara, il momento in cui lui andrà in galera, rassegnarsi ad aspettarlo: tre anni o di più, dieci? Se ci sta l’amore… dice, certo che lo aspetto.
Non è facile mettersi a nudo, neanche davanti a un piccolo schermo di un telefonino. Eppure in questo film la nudità è importante: quella fisica spalanca gli animi. I corpi spogliati abbattono le barriere del linguaggio e ciò che succede è buffo e drammatico insieme.
Il film, molto apprezzato, è stato presentato e nella sezione Panorama della Berlinale 2019.

Regia e Sceneggiatura di Agostino Ferrente
Musica di Andrea Pesce e Cristiano Defabriitis
ConAlessandro Antonelli, Pietro Orlando
Produzione di Marc Berdugo, Barbara Conforti/ Francia-Italia, 2019
Durata: 78 minuti








pubblicato da s.gaudino nella rubrica cinema il 29 marzo 2019