Non c’è stata nessuna battaglia

Tiziano Scarpa



Leggendo Non c’è stata nessuna battaglia di Romolo Bugaro mi è tornato in mente un saggio di G. K. Chesterton, che difendeva i romanzi sentimentali dalle irrisioni degli scrittori modernisti. Per lui quelli erano libri tutt’altro che frivoli: al contrario, mostravano come l’amore fosse l’argomento più serio che si potesse trattare. Facevano capire alle giovani lettrici, e non solo a loro, che dai corteggiamenti, dalle cotte, dai flirt dipendeva una delle scelte cruciali dell’esistenza: il matrimonio, e, forse, la vivibilità stessa della propria vita.

Bugaro non parla solo d’amore, anzi, non è nemmeno quello il suo argomento principale: Non c’è stata nessuna battaglia svaria fra gli anni Settanta e l’oggi, racconta carriere politiche, bambini depressi, fallimenti di grandi banche, pestaggi fra estremisti, processi feroci in tribunale, uomini squassati dall’eroina, linciaggi sociali, colpi di genio per risollevarsi dalla crisi economica. Le forze sotterranee sono l’amicizia e, sì, anche l’amore, ma – è questo il fuoco del romanzo – tutto si decide in un periodo apparentemente leggiadro, in realtà spaventosamente drammatico: l’adolescenza. È in quegli anni che i personaggi prendono la loro piega, scegliendo concretamente – che lo sappiano o no – ciò che faranno, ciò che saranno. “Tod”, “il Cardo”, “GMT”, “il vecchio Andrea”, “Nick The Best One”: come i soprannomi, anche i destini vengono assegnati una volta per tutte negli anni delle scuole superiori. Bugaro non ne perde per strada neanche uno, li racconta tutti, fotografando i momenti apicali, stemmatici delle loro vite, e li intreccia in una struttura narrativa contrappuntistica: i capitoli ambientati negli anni Settanta si alternano a ciò che questi quindicenni diventeranno da adulti, sgranando le loro biografie in un andirivieni narrativo fra i vari decenni, fino a oggi e oltre.

Come droni minuscoli, noi lettori ci infiltriamo non visti in mezzo a questo gruppo di figli – e poi padri – della buona borghesia padovana, e spesso entriamo nelle loro teste che captano tutto, sorvegliano cosa succede intorno a loro, grazie alla sensibilità adolescenziale acuita dal tipico narcisismo paranoide di quell’età: giudicano ogni minima mossa altrui e la sovrainterpretano, prendono decisioni inesorabili, oppure assistono atterriti alle loro stesse reazioni incontrollate. Si trovano nelle vie del centro in motorino, ostentano caratteri corazzati, soppesano le posizioni gerarchiche fra di loro, il sottinteso di ogni gesto, di ogni tono di voce, la microfisica dei poteri. Le occhiate, le posture, l’avvicinarsi e il respingersi dei corpi in piazza, in pizzeria, a una festa: c’è la vita presa sul serio, in queste pagine, con un’acutezza puntigliosa ma agile, sintetica, come solo i veri narratori sanno fare.

Intercettiamo i loro discorsi, li vediamo scambiarsi pacche e pugnetti ogni volta che si salutano, innocui ma minacciosamente rituali, perché dissimulano un’ostilità selvaggia, sono portatori di insicurezze e vanità caricate a molla, sempre pronte a esplodere, a devastare. Tutto questo è immerso in un prisma di punti di vista diversi, con varie soluzioni discorsive: a volte sono i personaggi stessi a raccontare e ad agire in prima persona; altre volte sono raccontati, passivamente, diventano oggetti agìti dal discorso, con una sorprendente terza persona plurale. Cerco di spiegarmi: ci sono un paio di capitoli che iniziano come farebbe un sociologo quando descrive un soggetto collettivo, una classe sociale, un ceto: con i verbi in terza persona plurale; e poi le pagine proseguono mettendosi in moto, raccontando episodi e sviluppi, ma lo fanno mantenendo quella stessa persona verbale collettiva, plurale, accomunante, quasi che non avesse importanza a chi di preciso stia succedendo quella certa cosa, perché i soggetti e le esperienze sono intercambiabili:

Un giorno, a una festa organizzata nel giardino dell’Antonianum da quelli del rugby, i figli dei medici e degli avvocati e dei farmacisti incontrano una brunetta di nome Monica o Giada o Serena, che ha un paio d’anni più di loro […] Le parlano di scuola e di film, di tennis e di personaggi del centro, cercando di essere brillanti e spiritosi, tenere viva la conversazione, anche se questo comporta il rischio di diventare un po’ logorroici, e comunque lei sembra piuttosto interessata […]

Le ragazze, per ora, si giocano quasi tutto sul loro aspetto fisico: “producono una specie di ultrasuono che ricorda costantemente la loro presenza”. Ma da donne, anche quelle “ex studentesse del Tito Livio abituate a prendere buoni voti, vivere in un ambiente protetto e sentirsi al centro di tutto”, oltre “all’inconcepibile affronto di ritrovarsi senza marito dalla sera alla mattina”, faranno “una cosa splendida e indimenticabile”: veramente indimenticabile, e che non posso svelare qui.

Fa impressione prenderne atto nel ventunesimo secolo, ma questa borghesia è ancora endogamica, e in ciò patisce l’equivalente di quella che nelle tragedie greche si chiamava Necessità, Anánkē: un ceto sociale che sembra necessariamente impermeabile alle commistioni interclassiste. Anche se è un episodio di passaggio, è rivelatorio il momento in cui loro (al plurale), cioè uno a caso di questi figli di cardiologi o avvocati o farmacisti, improvvisamente si accorgono (ancora al plurale) di essersi messi insieme a una ragazza di famiglia modesta, di avere sconfinato in un altro ceto, in un territorio dell’esistenza incomprensibile e ignoto:

Alla fine di maggio lei comunica che sta per partire. Tre mesi di lavoro in una colonia estiva di Eraclea, come cameriera. Hanno voglia di andare a trovarla a Eraclea? Non è così distante, solo un’ora di pullman.
Loro restano sbalorditi dalla notizia, dalla prospettiva. Un lavoro in colonia! Come cameriera. Perché non si limitava ad andare a scuola, come tutti?
All’improvviso intravedono l’enormità della differenza fra loro e lei. Vite libere dal bisogno e vite segnate dal bisogno. Figli di gente al riparo da tutto e figli di gente che combatte per tirare avanti.

Non voglio anticipare altro di questo romanzo magnifico, al tempo stesso corale e immersivo, panoramico e intimo.

Qui sotto potete leggere l’inizio.

[T. S.]

Nick The Best OneBolzano, gennaio 2006

Capitolo 1

«Leo non c’è» aveva detto la voce stanca e quasi sul punto di spegnersi di Stefania, che doveva essere distesa sul divano del soggiorno oppure sulla poltrona reclinabile davanti alla tv, col telefono in una mano e il solito libro della Allende o della Serrano nell’altra, molto debole per via della mancanza di appetito e molto pallida per via della mancanza di sonno e molto spettinata per via della tristezza, anzi della depressione, ovviamente provocata da lui, Nick The Best One, che s’era comportato talmente male, talmente da figlio di puttana, da non meritare nemmeno della rabbia vera e propria. Era totalmente nella parte della Moglie Abbandonata, mancava solo una bottiglia di vermouth o gin a portata di mano, ma forse c’era anche quella.

«È da mia sorella» aveva aggiunto la Moglie Abbandonata. «Torna lunedì sera.»

Non era la prima volta che Stefania faceva così. Mandava Valentina a Udine per la gara di fioretto, mandava Leo in montagna per la settimana bianca, senza minimamente porsi il problema che lui, Nick The Best One, fosse d’accordo o no. Lo metteva davanti al fatto compiuto e stop, una delle tante rappresaglie di quell’ex studentessa del Tito Livio abituata a prendere buoni voti, vivere in un ambiente protetto e sentirsi al centro di tutto, all’inconcepibile affronto di ritrovarsi senza marito dalla sera alla mattina.

Nick The Best One avrebbe dovuto dare un bell’alt, dirle: Senti Stefania, così non va proprio, sai? Tu non puoi mandare i ragazzi di qua e di là senza avvisarmi. Leo e Valentina sono anche figli miei, giusto? E quindi ho il diritto di partecipare alle decisioni, giusto? Io posso capire che tu sia delusa e incazzata eccetera, questo lo posso capire, però non c’entra coi ragazzi, loro devono restare fuori dalle nostre beghe, altrimenti sarà il disastro, quindi fammi un santo favore, dammi un colpo di telefono la prossima volta che decidi di mandare Leo da qualche parte, per esempio in Alto Adige, va bene? Non ci vuole niente, bastano due minuti.

Perché non le aveva fatto un discorsetto così? Perché non s’era fatto sentire, una buona volta?

Ah, perché non voleva innervosirla e incattivirla prima d’aver trovato un accordo, messo nero su bianco le condizioni della separazione, risparmiandosi una battaglia legale che poteva finire molto male per lui, per esempio con un contributo di mantenimento di duemila o duemilacinquecento euro al mese che lo avrebbe schiacciato, affondato, trasformando la sua vita in una battaglia quotidiana per trovare i soldi fra spese per la nuova casa, spese per se stesso eccetera, dopodiché, pensava, una volta trovato l’accordo e messe nero su bianco le condizioni della separazione, cioè un contributo di mantenimento di millequattrocento al mese o millecinquecento al massimo (milleseicento massimo del massimo), sarebbe stato libero di cambiare registro, dire a Stefania tutto quello che aveva da dirle.

Che poi non riuscisse quasi più a vedere Leo e Valentina, finché aspettava di portare a casa l’accordo, questo era secondario.

«Perché non mi hai avvertito?» aveva detto senza alzare la voce, senza lasciar affiorare la rabbia, nel nome della speranza di farle accettare il contributo dei millequattrocento mensili, millecinquecento al massimo. «Bastava un colpo di telefono.»

Stefania era rimasta in silenzio qualche secondo, lasciando che la tensione nella distanza fra loro diventasse sempre più concentrata, più materiale, una grande bolla dalla membrana sottile pronta a strapparsi.

«Va bene» aveva detto Nick The Best One, incassando ancora una volta. «Adesso chiamo tua sorella a Campo Tures» aveva detto. «Il numero ce l’ho.»

La sorella della Moglie Abbandonata era una cavallona alta uno e ottantacinque, dal viso allungato e inespressivo, radiologa in ospedale, appassionata di sport e vita all’aria aperta, lettrice accanita di riviste come Terra e La Nuova Ecologia e Pianeta Verde, che aveva sposato un tizio ancora più alto e inespressivo di lei, chimico in un’azienda di resine e intermedi organici, a sua volta appassionato di sport, vita all’aria aperta e riviste ecologiste. Partecipavano insieme a ogni genere di maratona, mezza maratona e gara podistica, e poi sciavano, arrampicavano, nuotavano, pedalavano; il loro guardaroba non contemplava nessun genere di vestito o accessorio cittadino, ma solo capi outdoor. Li incontravi davanti alla Rinascente o al Pedrocchi con giacchette tecniche e scarpette da trekking come se fossero su un pianoro delle Dolomiti. Quando uscivi a cena con loro, il pesce era visto male, la carne peggio e si parlava tutto il tempo di falde inquinate e parabeni cancerogeni, al punto che ti veniva voglia di metterti dalla parte dei cattivi e sostenere che le proteste contro la caccia erano ridicole, con tanti mattatoi in piena attività, e che i polli industriali avevano il loro perché, sebbene fossero allevati in condizioni tremende e imbottiti di antibiotici, in quanto costavano poco e sfamavano la povera gente.

Queste uscite di Nick The Best One facevano diventare paonazze le facce dei due ecologisti e scatenavano discussioni talmente feroci che la rabbia non riusciva a disperdersi nell’arco della serata, e le strette di mano uscendo dal ristorante erano rapide e sbrigative come i saluti al termine degli incontri di boxe, un tocco di guantoni pieno di avversione trattenuta dopo le scariche di cazzotti.

I figli erano fanatici e ingestibili esattamente come loro. Il piccolo frignava di continuo e tirava calci appena ti avvicinavi. L’altro, che aveva un paio d’anni più di Leo, era magro e saettante e sprezzante e perennemente isolato dal mondo per via delle cuffiette.

Quella sera la sorella ecologista di Stefania che, a quanto pareva, stava ospitando Leo nella propria casa di Campo Tures, non gli aveva nemmeno risposto al cellulare, sia per quello che aveva fatto alla sorella, sia per il ricordo dei vecchi discorsi su mattatoi e polli di allevamento, e aveva messo l’apparecchio direttamente nelle mani del nipote. Nel sentire il «Pronto» di Leo, Nick The Best One aveva provato il solito sentimento mischiato di affetto, disagio e senso di colpa, al quale aveva reagito con una breve raffica di frasi troppo allegre, troppo festose – «Oh, Leo, allora eccoti qui! Allora sei in montagna! Sei in mezzo alla neve! Fra le vette alpine!» –, che aveva ottenuto l’unico risultato di far ammutolire suo figlio, togliergli la voglia di rispondere qualsiasi cosa.

«Come stai, Leo?» aveva ripreso con più pacatezza, rendendosi conto dell’errore. «Come va, lì in montagna?»

«Bene» aveva detto Leo. «Abbastanza bene.»

«Cos’hai fatto di bello, oggi?»

Leo aveva raccontato della lezione di sci al mattino, della merenda con Kaiserschmarrn e del piatto di speck e formaggio grigio mangiato a pranzo. Aveva un tono incerto, come inceppato, e faceva delle pause piuttosto lunghe tra una frase e l’altra, che Nick The Best One aveva attribuito al fatto che fosse stufo di star lì, coi cugini fanatici, oppure al fatto che la zia cavallona fosse ancora nella stanza. Non aveva riconosciuto il pericolo, il ribollire dell’acqua che preparava il gorgo sul punto di risucchiare suo figlio, perché quella telefonata era solo un atto dovuto, una delle tante scaramucce nel quadro della guerra di trincea contro Stefania, e in fondo stava pensando ad altro, non ascoltava.

La domenica che avrebbe cambiato per sempre il corso e la sostanza di tutte le cose, i lettori della Nuova Ecologia e di Altroconsumo erano andati a pranzo in una baita nella zona di Luttago, a pochi chilometri da Campo Tures, in compagnia di una coppia di amici milanesi anche loro con figli.

Nick The Best One avrebbe voluto conoscere il colore delle tovaglie, il disegno delle tende dentro quella baita, e anche la forma dei tavoli, la disposizione delle sedie, avrebbe voluto conoscere ogni minimo dettaglio, perché si trattava dell’ultimo posto reale, immaginabile, prima del maledetto buco nero dove Leo stava per cadere. Immaginava una stube raccolta, col soffitto rivestito di legno d’abete e grandi finestroni affacciati sulla terrazza coperta di neve, un camino acceso e teste impagliate di cervi e camosci appese alle pareti, per dare un tocco di colore all’ambiente, trofei di caccia che gli zii ecologisti dovevano aver trovato abbastanza terribili, al punto da prendere in considerazione l’idea di andar via, cambiare posto, salvo poi rassegnarsi a restare lì nel nome del rispetto delle tradizioni locali e del rischio di trovare altri trofei identici nella baita successiva.

Forse i figli dei milanesi erano più simpatici di quelli degli ecologisti, e avevano invitato Leo a giocare coi loro mazzi di carte Pokémon e Yu-gi-oh!, e Leo s’era infervorato con gli scambi, le prese, combattendo aspramente per accumulare punti-potenza.

Forse ogni tanto guardava le teste impagliate di cervi e camosci appese accanto alle finestre, i loro neri occhi senza fondo, chiedendosi chi li avesse braccati e uccisi. Il cameriere con l’orecchino che portava i bicchieri di acqua e ribes? Quell’altro con la coda di cavallo che passava lo straccio sul bancone?

Probabile che il pranzo fosse stato molto lungo e la comitiva fosse uscita dalla stube verso le tre e mezzo, le quattro del pomeriggio. A quell’ora il cielo doveva essere già meno luminoso, un manto grigio e immobile sopra la distesa dei boschi di abeti, nuvole senza riverbero sul punto di dissolvere i profili delle montagne più lontane.

Probabile che i ragazzini avessero cominciato a correre avanti e indietro nello spiazzo davanti alla baita, strillando e lanciandosi palle di neve, e che qualcuno di loro fosse finito lungo disteso sul ghiaccio, prima che gli adulti li chiamassero a raccolta perché bisognava tornare in paese.

Probabile che Leo si fosse incamminato in coda agli altri lungo il sentiero che correva attraverso il bosco, guardando gli spuntoni di roccia viva e le macchie di penombra in mezzo agli abeti, mentre i lettori della Nuova Ecologia e gli amici milanesi, un po’ intontiti dalla birra e dal Traminer bevuti durante il pranzo, continuavano a parlare di Ogm e abbassamento delle falde, senza badare granché alle figurette vocianti che saettavano avanti e indietro intorno a loro, come piccoli uccelli in volo rasoterra.

Perché avrebbero dovuto stare attenti ai ragazzini? Non c’era nessun estraneo, nessuna macchina.

Forse Leo era stato distratto da qualcosa, magari una casupola diroccata sulla cima di un costone, oppure un ruscello ghiacciato. Forse s’era semplicemente perso dietro ai suoi pensieri. Era possibile che la decisione di rallentare il passo e restare indietro, sganciarsi dagli altri, non fosse stata esattamente una decisione, ma qualcosa di meno netto, meno definito.

Oppure no, la decisione c’era stata eccome. Leo aveva lasciato che il gruppo degli adulti, poco più avanti, superasse un certo dosso, una certa curva, e aveva detto a se stesso: Ecco, adesso.

Se era andata così, la sofferenza dentro di lui era talmente profonda e terribile che Nick The Best One non poteva nemmeno pensarci.

Gli abeti intorno erano altissimi, una muraglia di tronchi che tratteneva la luce grigia del cielo separandola dalla terra, e Leo aveva scavalcato una montagnola di neve o un cumulo di sassi o un ammasso di rami spezzati.

Aveva lasciato il sentiero, era entrato nel bosco, mentre gli altri camminavano più avanti.

Da quel momento in poi, suo figlio diventava un gemello trasparente e senza peso del bambino che Nick The Best One aveva sempre conosciuto, un secondo Leo con la stessa corporatura, gli stessi capelli, ma il viso chiarissimo e la pelle sottile come carta di riso, capace di marciare fra tronchi abbattuti e cumuli di massi, ramaglie secche e dislivelli di ogni genere, affondando nella neve fino alle ginocchia, inciampando e rialzandosi, senza badare alle zone d’ombra nel fitto degli alberi, ai lastroni di ghiaccio sull’orlo dei crepacci. Quel bambino semitrasparente che emetteva una luminescenza molto tenue aveva superato pietraie coperte di aghi di pino e scarpate invase dagli arbusti, cumuli di neve e grovigli di radici risalendo la costa della montagna, nella luce azzurrata che pian piano diventava sempre più svanente, fino a raggiungere una minuscola radura, uno spazio libero dalle mille ramificazioni del bosco, dove s’era messo a sedere nella neve alta, appoggiando la schiena contro un masso.

A cosa aveva pensato, mentre stava lì, seduto con la schiena contro il masso? Alle teste impagliate di cervi e camosci dentro alla baita? Alle carte del Yu-gi-oh! che gli piacevano tanto? Al papà che un bel giorno era andato via, sparito chissà dove?

La solitudine assoluta del bosco avrebbe spaventato chiunque, eppure Nick The Best One era sicuro che il bambino trasparente non avesse avuto paura. Probabile che si fosse perso a guardare la luminescenza debolissima, il riflesso azzurrato che sbalzava i profili delle cose, e che il silenzio del bosco invernale gli avesse fatto compagnia mentre la stanchezza diventava sempre più grande, gli faceva venir voglia di chiudere gli occhi.

Era andato lì, proprio lì, perché si trattava dell’unico posto per lui.

Quando gli uomini del soccorso alpino l’avevano trovato, alle nove e mezzo di sera, Leo era sull’orlo dell’assideramento e non rispondeva più agli stimoli. Aveva addosso un piumino da montagna e calzoni non tecnici. Se non avesse avuto anche la calzamaglia, probabilmente le dita dei piedi non si sarebbero salvate. Lo avevano avvolto in una coperta termica, trasportato di corsa fino alla jeep che aspettava col motore acceso lungo il sentiero. La zia era lì, seduta nell’abitacolo, sfinita e disperata, la fronte coperta di graffi e lividi dopo le corse a perdifiato in mezzo al bosco per cercarlo, e quando l’aveva visto, bianco come un cadavere e avvolto in quella coperta termica, aveva avuto un collasso ed era crollata.

«Siamo arrivati appena in tempo» aveva detto l’uomo del soccorso alpino a una delle infermiere dell’ospedale di Bolzano, che poi l’aveva riferito a Stefania. «Ancora un’ora e l’avremmo perso.»

Da Non c’è stata nessuna battaglia, di Romolo Bugaro, Marsilio Editori, 2019.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 28 marzo 2019