Claire Fontaine: la borsa e la vita

Umberto Sebastiano



© G. Cavalieri – Palazzo Ducale – Fondazione per la Cultura

Prima di scrivere della mostra di Claire Fontaine al Palazzo Ducale di Genova, curata da Anna Daneri e intitolata La borsa e la vita, ho fatto quello che in genere non si ha voglia di fare, e cioè mi sono messo in discussione, ho cercato di capire perché alcune opere mi lasciavano perplesso, ho parlato con l’artista, ho cambiato il mio sguardo, ho preso coscienza dei miei pregiudizi, della mia superficialità, ho studiato, letto. Ne è valsa la pena? Sì. Se non altro perché ho avuto la conferma che le esperienze che facciamo, non solo quelle culturali, ma anche quelle, sono più ricche, intense, importanti, se si concede loro il tempo di svelarsi.

© G. Cavalieri – Palazzo Ducale – Fondazione per la Cultura

Claire Fontaine è il nome singolare e femminile scelto da un collettivo artistico, concettuale e femminista, fondato a Parigi nel 2004 e attualmente residente a Palermo. Un loro che ha scelto di essere una lei. È un’artista di fama internazionale, ben inserita nel sistema dell’arte. A compendio dell’attività artistica, o come sua necessaria premessa, Claire Fontaine pensa e scrive, occupandosi prevalentemente di temi sociali e politici: il calvario degli emarginati e dei migranti; le dinamiche dello sfruttamento; la mercificazione della vita, dell’arte e dei sentimenti. Una raccolta di suoi testi critici dal titolo Lo sciopero umano e l’arte di creare la libertà è stata pubblicata nel 2017 da Derive e Approdi.

Claire Fontaine, Jeton Please God, 2016

«Se un tempo i briganti minacciavano le loro vittime al grido “La borsa o la vita!” – leggo nell’introduzione alla mostra – oggi il capitalismo pretende entrambe: il nostro denaro e il nostro tempo; la nostra capacità relazionale che viene messa al lavoro e la nostra adattabilità a condizioni finanziarie sempre più precarie».

Non è un caso che questa mostra sia stata pensata per Genova. Lo storico francese Fernand Braudel, uno dei principali esponenti della École des Annales, della città ligure scrisse: «Se mai esiste una città diabolicamente capitalistica assai prima dell’età capitalistica europea e mondiale è proprio Genova, opulenta e sordida al tempo stesso».

Claire Fontaine, Untitled – Secret painting, 2007

Agli inizi del Seicento, il poeta spagnolo Francisco de Quevedo non mancò di citare Genova nel sonetto satirico intitolato Poderoso caballero es Don Dinero. Queste le prime due strofe:

Madre, è all’oro che m’inchino,
è per me l’amato amante,
giallo in abito galante
brilla come un damerino;
ché doblone o nichelino
mi dà tutto ciò che spero,
poderoso caballero
es don Dinero.

Nelle Indie nasce, e accolto
con onor, lo si accompagna,
a morire viene in Spagna,
ed a Genova è sepolto;
anche il brutto, se ne ha molto,
appar bello, ché davvero
poderoso caballero
es don Dinero.

Eppure, camminando nel centro storico di Genova, di quell’antica ricchezza non c’è traccia: si percepisce piuttosto una depressione diffusa e non si contano le saracinesche abbassate, segno delle tante attività commerciali costrette a chiudere. Dopo quasi sessant’anni di attività, anche un simbolo del consumismo felice e spensierato come la Rinascente ha chiuso i battenti. Genova insomma si presta naturalmente a ospitare una riflessione critica sul capitalismo, a partire dalla presunta crisi di un neo-liberismo cieco e spietato che ha prodotto ricchezza per pochi e povertà per molti. La mostra di Claire Fontaine si inserisce in questo dibattito.

Claire Fontaine, Untitled – Money Trap, 2015

All’entrata della Loggia degli Abati, l’ala del Palazzo Ducale che ospita la mostra, la curatrice mi consegna un foglietto con il numero di telefono dell’artista: da usare in caso di necessità, un po’ come i numeri d’emergenza. Va bene. Metto il foglietto in tasca. Mi avvicino alla prima opera, un video. Osservo due mani che mostrano forcine, graffette, grimaldelli. Una voce calma, calda, spiega come usare quegli arnesi per forzare una serratura. Leggo il titolo dell’opera: Instructions for sharing of the private property. Lo trovo geniale. Mi fa ricordare che da ragazzo qualcuno entrò in casa mia e mi rubò il cappotto, e mia nonna mi disse che se la persona che l’aveva preso ne aveva bisogno, beh, allora andava bene così e non mi dovevo lamentare. Continuo a guardare. Comincio a pensare che la rete è piena di video inquietanti e sovversivi. Una notte di molti anni fa ne ho guardato uno che insegnava a preparare una molotov. E mi ricordo l’eccitazione che ho provato. Poggio ancora il mio sguardo sul tutorial per scassinatori e mi viene il dubbio che quel video, sottratto alla rete, portato all’interno dello spazio espositivo, firmato dall’artista, perda il suo valore sovversivo, si trasformi in un’arma innocua, fanciullesca. Prendo in mano il cellulare, cerco in tasca il foglietto. Poi ci ripenso, aspetto. Mi lascio ipnotizzare da quelle mani che si muovono sullo schermo: noto che il grimaldello viene usato con sapienza e pazienza, la serratura non viene aggredita, si cerca piuttosto di avere il suo consenso, con gentilezza, di fare in modo che ceda. Il contenuto erotico è fin troppo palese, e in quel gesto intravedo qualcosa di libertario e liberatorio al tempo stesso. Forse sono quelli chiusi in casa che devono essere liberati. Chiamo. Mi risponde una voce femminile. Salto i preamboli e vado direttamente al punto:

US. È possibile ingannare il potere, metterlo in crisi con lo strumento dell’arte? È possibile produrre un’arte sovversiva?

CF. Utilizzando mezzi visivi e poetici si possono ottenere spazi di visibilità per presentare delle verità scomode, delle forme di pensiero non ortodosse che ci fanno intravedere possibili e profondi cambiamenti esistenziali. Nel caso dell’arte non è sovversivo ciò che è immediatamente riconoscibile come “politico”: ci sono politiche del sensibile che sono complesse e hanno sintassi oscure. A volte è necessario confondere le acque, usare un travestimento, perché altrimenti il sistema immunitario di molti visitatori si mette in allarme e respinge l’incontro con l’opera. Se invece l’arte riesce a parlare degli affetti e della bellezza del mondo non commerciale, se dischiude le promesse di gioie non meschine, c’è la speranza che l’opera riceva la dovuta attenzione e che l’osservatore possa scoprire cose di sé che non sapeva o che non voleva vedere. L’importante è permettere alle persone di avvicinarsi al nostro lavoro come se fosse un regalo e non un pacco bomba. Che poi questo regalo possa esplodere e così facendo riesca a spezzare delle catene, distruggere delle forme di ignoranza, questa è una possibilità, certo.

Ringrazio e riaggancio. L’esposizione è ricca e comprende una quarantina di opere fra quadri, installazioni e video. Comincio a vagare, striscio le scarpe sul pavimento ricoperto di pagine del Sole 24 Ore, mi faccio rimbalzare addosso qualche notizia, la flat tax, il reddito di cittadinanza, per sbaglio con la suola lacero una pagina, vengo rimproverato, mi scuso. Mi avvicino a un trittico di quadri monocromi: dall’alto in basso, il primo è nero, il secondo è rosso e l’ultimo è grigio. Sono realizzati con una particolare vernice anti scasso che resta perennemente fresca, non si asciuga. Quei quadri emettono una luce sinistra, mi intristiscono: hanno sembianze di ferite che non si rimarginano, insanabili. E penso che sia proprio quello il non detto, il non visto che debba emergere. Procedo oltre. Mi fermo davanti ai Begging paintings, quadri che hanno proprietà magnetiche e proprio per questo riescono ad attirare solo i centesimi di euro di poco valore, quelli color rame, scuri, quelli di cui ci si libera volentieri.

Claire Fontaine, Untitled – Begging painting, 2015

Torno nella prima sala, comincio a orbitare intorno alla statua di un uomo in completo gessato, camicia bianca e papillon rosso. Anche le calze sono rosse. Le scarpe sono invece nere e di cuoio. L’uomo indossa una maschera con un lungo naso che assomiglia a un pene. Porta in testa un cappello di feltro a forma di cono, rosso e verde con due pompon gialli. È sospeso per aria, come se fosse seduto su una sedia invisibile.

© G. Cavalieri – Palazzo Ducale – Fondazione per la Cultura

Mentre lo osservo arrivano due donne sulla quarantina, due amiche. Cominciano a farsi dei selfie con il Pinocchio, vanno avanti per un po’, fino a quando non sono soddisfatte dell’inquadratura. Poi chiedono alla custode se sotto la maschera ci sia un uomo in carne e ossa. Sto per intervenire, sto per dire che è una statua che riproduce un mendicante che finge di essere una statua. Vorrei aggiungere che è una tragedia, non è una pagliacciata, ma qualcosa, forse il loro sguardo, mi trattiene e lascio perdere. Le due donne gettano una moneta nel secchiello argentato accanto all’opera e se ne vanno.

© G. Cavalieri – Palazzo Ducale – Fondazione per la Cultura

Mi avvicino a una piccola opera appesa alla parete: una banconota da 10 dollari, opportunamente piegata per far apparire la scritta TEARS. Sulla banconota sono state disegnate a penna delle lacrime, dieci in tutto: c’è un’esatta corrispondenza fra dollari e lacrime.

Claire Fontaine, TEARS

Una banconota simile, non del tutto identica, compare sull’invito della mostra. La differenza è che sulla banconota usata per l’invito le lacrime sono undici. Mi fisso, forse inutilmente, su quel dettaglio. Fantastico che in quella lacrima di troppo, molto probabilmente sfuggita alle intenzioni, ci sia un dono inatteso. Mi domando cosa si possa costruire a partire da una lacrima. Chiamo l’artista. Mi risponde la voce di prima, forse un po’ più profonda, con una nota di malinconia.

US. Quella di Genova è anche una mostra sui soldi, sul denaro. È un tema così attuale, sentito, che persino la canzone vincitrice del Festival di Sanremo, quella di Mahmood, si intitola Soldi. E non è una canzone allegra. Esiste una relazione diretta, una sorta di equivalenza fra denaro e dolore?

CF. Il denaro è un mezzo di oppressione. Quello che lo rende distruttore è che tutti ne abbiamo bisogno per sopravvivere ma non tutti vi abbiamo accesso allo stesso modo. Organizzare la sopravvivenza materiale sacrificando talento, libertà, intelligenza, salute, è avvilente e produce un danno che si riverbera sul mondo circostante, che rende la vita di tutti più brutta. Le recenti ricerche neurologiche spiegano che le reazioni fisiologiche precedono la nostra consapevolezza di uno stato emotivo. Le lacrime insomma possono scorrere prima che se ne comprenda il motivo.

US. A proposito di lacrime, volevo chiederti, ho notato che sull’invito le lacrime sono undici, invece sulla banconota in mostra… Pronto?

È caduta la linea. Guardo il cellulare: non c’è segnale. Un po’ ci resto male. Vado comunque avanti, mi faccio attrarre come una falena da una scritta al neon in fondo al corridoio: No present.

Claire Fontaine, No Present, 2013

Resto a fissarla per un po’. Mi risuonano in testa le note dei Sex Pistols, quel “no future” urlato e strascicato da Johnny Rotten alla fine del brano God save the queen. Nell’opera di Claire Fontaine però è il presente a essere negato, a risultare intollerabile, senza speranza. E forse, quasi per paradosso, per il futuro una speranza c’è. Penso ai Fridays for future, ai milioni di ragazzi che lottano e manifestano per la salvezza del pianeta. Mi avvicino all’uscita, dove c’è più campo. Chiamo Claire, anche se so che non c’è nessuna Claire dall’altra parte, solo una voce che parla a nome del collettivo.

US. Avete pubblicato un raccolta di scritti intitolata Lo sciopero umano. Cos’è lo sciopero umano? In che modo si rispecchia nelle grandi manifestazioni transnazionali degli ultimi tempi, quelle delle donne e dei giovani?

CF. Lo sciopero umano è un’idea che viene dal femminismo non riformista: è una forma di lotta che attacca le condizioni di sfruttamento spesso invisibili nelle quali si forma la nostra soggettività efficiente e servizievole. Non possiamo ribellarci oggi senza mettere in discussione la nostra soggettività. Produciamo valore e lavoriamo mentre consumiamo. Comunichiamo attraverso dispositivi elettronici che permettono un controllo preciso dei nostri comportamenti e delle nostre preferenze e che vengono usati per manipolarci meglio. Reagire contro abitudini che ci sembrano innocue ma sono distruttive, opporsi a comportamenti che appaiono banali ma alimentano dinamiche tossiche, è un dovere. Quello dei ragazzi che protestano contro governi sordi e ciechi di fronte al disastro ambientale è uno sciopero umano, perché mette in discussione radicalmente il nostro modo di stare al mondo. Il pianeta è a un punto di non ritorno e la distribuzione delle ricchezze è regredita, esiste la fame in paesi ricchi come l’Inghilterra, è tornata la mortalità infantile in America, non ci sono mai stati tanti rifugiati nella zona del Mediterraneo prima d’ora. Non credo che il liberismo abbia molto tempo davanti a sé. Ma lo sciopero che ci attende sarà impegnativo, duro, non leggero e spensierato come le derive situazioniste. Se sarà poetico, questa poesia sarà il risultato di un viaggio dentro noi stessi in cui ci sarà poco da trasfigurare e tanto da trasformare.

© G. Cavalieri – Palazzo Ducale – Fondazione per la Cultura

Mi affaccio sulla piazza che è invasa dalle forze dell’ordine: non sono arrivate in massa per arrestare Claire Fontaine, per mettere i sigilli alla mostra, ma per scortare il premier Conte che interviene a un convegno organizzato dalla rivista Limes. E mentre i poliziotti aspettano e fumano, l’arte, con gentilezza, continua a mostrarsi, fa scorrere lacrime e prepara la rivoluzione.

© G. Cavalieri – Palazzo Ducale – Fondazione per la Cultura








pubblicato da t.scarpa nella rubrica arte il 25 marzo 2019