Il punto di vista dell’aquila e del piccione

Tiziano Scarpa



A pagina 53 di Chi sta parlando nella mia testa?, all’inizio del capitolo intitolato “Piccioni e galline”, Francesco Permunian scrive questo:

Galline abituate a razzolare nel pollaio che sognano di volare in cielo come le aquile, è così che farneticano certi letterati quando si illudono di essere dei veri scrittori.
Oggi pomeriggio, su Rai Radio 3, Vittorio Giacopini ha parlato di Antonio Moresco in termini a dir poco sconvenienti definendolo, senza mezzi termini, il Céline delle shampiste. E Tiziano Scarpa, lestamente volato in soccorso dell’amico fraterno, è stato invece bollato come ‘il più incompreso dei parrucchieri’.
Sbaglierò, ma ho l’impressione che stavolta sia Moresco che Scarpa siano stati colpiti nel punto più segreto del loro orgoglio e che quel bracconiere di Giacopini abbia preso, come suol dirsi, due piccioni con una fava.
Per quanto mi riguarda, invece di perdere tempo con le polemiche dei letterati (che sono ormai un vezzo d’antan, suvvia!), io amo dedicarmi invece ai miei autori prediletti. E dopo averli letti e riletti, riversare il succo della loro scrittura nel pentolone zibaldonesco della mia mente.

Le cose non sono andate così.
Come avevo raccontato qui, durante la rassegna stampa mattutina delle pagine culturali di Radio 3, Giacopini fece credere agli ascoltatori di aver trovato quel giudizio su Moresco in rete, spacciandolo dunque come una vox populi, mentre ne era lui l’autore occulto. Disse testualmente: «Ho visto che su twitter circolano già altre versioni: si parla invece di Moresco come del “Céline delle shampiste”». Peccato che quel tweet lo avesse scritto Giacopini stesso.

La gravità del fatto consisteva nell’avere confezionato di nascosto quelle parole per poi attribuirle all’opinione pubblica: tirando il sasso e nascondendo la mano. Altro che “bracconiere”, che “ha parlato… in termini sconvenienti”: Giacopini in quel caso aveva fatto finta che a parlare fosse stato qualcun altro, senza avere il coraggio e l’onestà intellettuale di assumersi la paternità delle sue parole.

Questo era in gioco in quel miserevole e ridicolo episodio: una rassegna stampa in cui si falsificano le fonti e le attribuzioni dei giudizi.

Permunian perciò in questo caso parla a vanvera, non ha idea delle circostanze che si sofferma a commentare. E comunque lo fa, le commenta eccome, pur affrettandosi a precisare che lui non “perde tempo con le polemiche dei letterati”: è divertente che non ci perda tempo a tal punto da dedicare alla faccenda addirittura la pagina di un suo libro.

Ho appena scritto che lo ha fatto “affrettandosi a precisare”, perché quel paragrafo deve essere stato buttato giù in fretta, di getto, come evidentemente fanno i “veri scrittori” che non stanno a perdere tempo come i “letterati”: infatti gli sono scappati due “invece” nello stesso periodo sintattico: “invece di perdere tempo…, io amo dedicarmi invece…” Sciatteria? Sprezzatura? O forse, da vero scrittore, vuole rimarcare doppiamente la sua estraneità al meschino ambiente dei letterati?

Come mai Permunian ha considerato così significativo questo episodio da interrompere la “lettura e rilettura dei suoi autori prediletti” e le operazioni – metaforicamente macchinose – di “riversamento del succo della loro scrittura” nel “pentolone zibaldonesco della sua mente”?

Il fatto che si sia eccezionalmente soffermato proprio su questa polemica mi dà da pensare. “Céline delle shampiste”, aveva detto, senza firmarsi, Giacopini; per poi aggiungere, secondo quanto riporta Permunian, in una fantomatica trasmissione pomeridiana (quale? La rassegna stampa di Radio 3 è mattutina): “il più incompreso dei parrucchieri”.

“Shampiste”…
“Parrucchieri”…
Espressioni che “colpiscono nel punto più segreto dell’orgoglio”…

Sbaglierò, ma ho l’impressione che Permunian sia stato colpito nel punto più palese del suo orgoglio, proprio a causa delle immagini tricologiche evocate da Giacopini: “shampiste”, “parrucchieri”…
Sbaglierò, ma per come l’ho visto dal vivo e in foto, ho l’impressione che Permunian indossi un toupet.

Per uno che nel suo libro satireggia le polemiche dei “letterati”, la vanità altrui, le “volgarità” letterarie, gli scrittori “coglioni”, i professori invidiosi, e che vi contrappone la serietà dei suicidi, dei demoni e delle ombre, e tutto questo lo fa con una zazzeretta finta sul cranio, dev’essere cruciale ogni riferimento alle capigliature.
Nel titolo del suo libro, Permunian si chiede chi stia parlando nella sua testa; forse farebbe meglio a constatare che anche ciò che ci sta sopra dice delle cose piuttosto eloquenti.
Fustigare le piccinerie umane, magnificare l’abissale e salutifera perfezione del nulla con una criniera posticcia che adorna il pentolone zibaldonesco della capoccia. Il nichilista impennacchiato. Il moralista col parrucchino.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 13 marzo 2019