Il disegno di Dio e il nostro

Hilary Tiscione










È una scrittura agevole, quella di Sébastien Japrisot, facile.
Comunica come un ragazzo adolescente, sincera come lo sarebbe chi ancora non ha affilato l’arte del raggiro. È conforme a Denis, protagonista appena quattordicenne. Efficace e sagace, la scelta di una lingua fedele all’età dei personaggi che incarna. Ma quanto è una valutazione soppesata e quanto, invece, il risultato naturale dell’età di Japrisot che, esordisce con La Cattiva Strada, non appena diciannovenne? La seconda, forse, eventualità che si fonde con certi accadimenti che definiscono – dapprima lentamente e poi in una dissonante corsa smaniosa – la relazione clandestina fra Suor Clotilde e Denis, il tesoro acerbo – di dodici anni più piccolo – della bella suora e professoressa di latino.

Ora che la tonaca e il velo da suora sono gettati sul bordo di una poltrona e Denis si spoglia dei vestiti del padre, con tanto di cravatta, è il punto del libro in cui la trama, finalmente, si strappa da un preludio flemmatico fatto di banchi e compiti, punizioni, bravate giovani e strade sgomente verso casa, dopo che la campanella suona come estremo ultimo del supplizio.
Qui, l’attesa trova un’articolazione alleata che non poteva tardare di più. “Vivo”, dice la suora al ragazzo mentre la osserva, lo sente vivo all’interno della casa che lei ha preso in affitto per loro. Lei, che aveva donato il cuore a Dio.
“Credi nel tuo Dio se puoi
ma credi soprattutto nella vita”.
E la vita, a volte, non coincide con Dio.
Dio – o il disegno che crediamo Dio abbia pensato per noi – a volte, non collima con il nostro.
Questo tratteggio celeste è il sentimento che ingabbia Clotilde e Denis. Vorticano dentro lo sconvolgimento disorientante della trasformazione carnale, con fare così enfatico che a tratti diventa ridondante, ma come lo sono le cose esultanti, troppo zuccherine, essenzialmente felici.
Ma Dio, la fede, può convivere con l’impeto delle pulsioni sessuali? Con gli atti impuri? No. “È un fatto gravissimo!”, dice padre Hervé.

La cattiva strada di Japrisot, quindi, è quella che va in opposizione a Dio. E i protagonisti lo devono uccidere, forse, questo Dio figlio della Chiesa, insieme all’irrespirabile senso di colpa.
“Dio è morto? Esiste qualcun alto oltre a noi? A noi due insieme? Dio è morto. Esistiamo solo noi”.
La forza, nell’opera dell’autore, sta indubbiamente nella storia.
Una trasgressione indifendibile in una circostanza sigillata dal perbenismo. La clandestinità di una suora nelle braccia di un ragazzino senza vergogna fa gola al lettore. L’oscenità – anche se si tratta più banalmente di bramosia – interessa chiunque. Una storia che si rifà all’impudicizia, che sviscera il demone della carne è – prima di tutto – astuta.

Sébastien Japrisot, quando scrisse di questa strada “cattiva” era già, senza ombra di dubbio, un giovane perspicace e malizioso. Il cardine della narrazione rinforza, pressoché iniquamente – un telaio narrativo vacillante, per esempio Denis oscilla in un tempo brevissimo da un’incertezza universale durante la remissione dei suoi peccati, all’acquisizione di una forza prorompente per la legittimità dei suoi sentimenti. È discordante. In una situazione di titubanza nei riguardi dell’intera esistenza, il ragazzo parla a Clotilde di tradimento dicendole che non la tradirà mai, come se padroneggiasse la fedeltà o l’infedeltà in uno stadio in cui tutte le fondamenta, invece, sono rase al suolo.
All’interno della narrazione, ci sono delle piccole ingenuità che sono ammissibili per la verosimiglianza dovuta all’innocenza dei personaggi e lo scompiglio proprio dei sentimenti, ma imprescindibilmente stridono dentro un disegno che resta comunque un’elegante parabola - origine di una metafora arcana e insoluta - per giovani indocili scopritori.






Sébastien Japrisot, La cattiva strada, Adelphi, euro 18








pubblicato da r.gerace nella rubrica libri il 11 marzo 2019