Dopo la festa della donna

Andrea Amerio



Che persone delicate, i poeti! Prendete Prevért, il delicato per eccellenza, il cavaliere della poesia amorosa, l’imperatore dei cuori infranti e dei baci perugina. Aereo e impalpabile, immancabilmente disegnato da Peynet, mi pare di vederlo incrociare Violette Leduc per le strade alberate di Parigi. Eccoli che si avvicinano. Lui, il grande poeta e lei la figlia di un giovane tisico di buona famiglia e di una povera cameriera sedotta e abbandona. Peggio, ingravidata e cacciata a calci.

Figlia del sopruso, nel piccolo paese del nord della Francia dove era cresciuta, Violette aveva patito le pene della miseria e della guerra; poi, l’esperienza di un collegio traumatico. Bastarda, povera, perennemente malata, innamorata esclusivamente di omosessuali o impotenti, la vita le aveva dispensato un’ulteriore sfortuna: una brutta faccia e un enorme, ridicolo naso. Molti anni dopo, grazie a un piccolo capitale racimolato con traffici illeciti durante la seconda guerra mondiale si rivolgerà a un chirurgo plastico per liberarsi dal complesso che l’aveva tormentata tutta la vita.

Ecco quando la vede dopo l’intervento il commendatore della sensibilità Jaques Prévert la guarda e dice ai suoi amici: "già che c’era avrebbe dovuto operarsi anche la bocca, gli occhi, gli zigomi".

Voilà. La signora è servita.

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Cfr. M. V. LLosa, Memorias de una joven informal, «Expreso», Lima, 26 ottobre 1964








pubblicato da a.amerio nella rubrica poesia il 14 marzo 2011