Scioperi al plurale e protesta unificata

Roberto Ferrucci



Oggi [11 marzo 2011] è giornata di contestazione. Meglio, di contestazioni. C’è lo sciopero dei trasporti, ventiquattrore di astensione dal lavoro. C’è, a Venezia, il corteo di protesta per la potenziale chiusura del mercato del pesce di Rialto. C’è il minuto di silenzio nelle scuole in difesa della scuola pubblica. E domani, ci sarà la manifestazione in difesa della Costituzione. Ma ormai non passa giorno dove le proteste per questo e per quello non si moltiplichino. I social network sono una continua chiamata in piazza e se uno avesse voglia di seguirle tutte, a volte sarebbe costretto a sdoppiarsi.

Del resto, i motivi per spingerci a protestare ci sono e, come si vede, sono molteplici. Quando però poi ti trovi a fare l’elenco degli appuntamenti, lo guardi, e sono due cose saltano agli occhi.

La prima è la varietà delle forme di protesta: dal silenzio al corteo con gli slogan, dall’astensione dal lavoro al raduno in piazza con conseguente comizio. Per non parlare di chi sale sulle gru o sui tetti. È come se ogni categoria fosse impegnata a cercare la miglior forma di lotta possibile, la più originale e, ovviamente, la più visibile. Guardi l’elenco ed è come se ti trovassi di fronte alle olimpiadi della protesta, con le varie discipline e le conseguenti medaglie.

Perciò ecco la seconda cosa. Una domanda, forse ingenua e però inevitabile. Non sarebbe forse il momento di mettere insieme le varie forme di protesta? A cosa serve questa miriade di contestazioni, talmente variegate, talmente distinte, da risultare alla fine infime e poco comprensibili? Sia chiaro, sono tutte sacrosante, ma proprio per questo non è forse il momento di mettere insieme le voci per un unico grande e potente coro di indignazione?

C’è quel piccolo libro, del francese Stefan Hessel, un signore di novantaquattro anni che ha fatto la Resistenza, è sopravvissuto ai campi di sterminio, è stato uno dei redattori della Carta Universale dei Diritti dell’Uomo. Ha scritto un pamphlet dove dice che tutto ciò per cui lui ha combattuto è a rischio: il diritto al lavoro, allo studio, alla salute. Diritti elementari che credevamo acquisiti, irrinunciabili come l’aria, rimessi in discussione da quest’epoca impazzita. E lui esorta i giovani a indignarsi.

Il suo libro, Indignatevi!, ha venduto quasi due milioni di copie in Francia e ora, pubblicato dalla casa editrice Add, anche da noi è subito schizzato in testa alle classifiche di vendita. Un testo fondamentale per capire cosa ci sta succedendo, ma che da solo non basta. Non basta perché poi anche quei pochi che si indignano sul serio, non sanno come fare. Sembrano riprodurre anche nella protesta quelle forme di egoismo che ci caratterizzano. Gli stessi sindacati ne sono vittime.

Da quanto si parla ormai della necessità di uno sciopero generale? Di quelli veri, radicali, di quelli che rischiano davvero di far traballare, se non crollare, un governo. Di quelli che paralizzano per qualche giorno un paese per poi farlo finalmente muovere come si deve e non più nel modo ridicolo di cui siamo al contempo responsabili e testimoni. E allora leggiamoci tutti il libro di Hessel. Convinciamoci che in Italia esiste una unica e grande necessità di cambiamento e proviamo finalmente a cambiarlo, ma sul serio, e dal basso, questo paese.

Pubblicato sul Corriere della Sera - Corriere del Veneto, 11 marzo 2011.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 14 marzo 2011