Il mito indaga l’orrore: Tebe come Scampia

Serena Gaudino




Antigone consolatrice, Giorgio De Chirico, 1973

Arrestato Marco Di Lauro dopo 14 anni di latitanza. Due storie per voce sola, tratte dalla mia riscrittura dell’Antigone" di Sofocle, raccontano l’orrore e il disastro sociale causato a Tebe dall’ottusità di un re, a Scampia dalla famiglia Di Lauro: dal mercato della droga a cielo aperto alla cruenta faida del 2004. Una guerra dalla quale il quartiere ancora fa fatica a riprendersi.

Di Scampia. Da cui tutto ebbe inizio

Fatima

Mò ci sta silenzio.
La faida è finita;
lo scontro
tra i Di Lauro e gli Scissionisti
si è calmato.
Hanno finito di sparare,
di colpirsi,
di ammazzarsi.
Ma a terra restano
i corpi
dei vincitori e dei vinti,
morti
insieme:
chi per difendere il potere,
chi per conquistarlo.

Lungo il perimetro del quartiere
si contano le vittime,
i sopravvissuti.
Si curano i feriti,
si seppelliscono i morti.

Scampia è un quartiere maledetto
a Nord di Napoli.
Funestato dalla politica
e da gente violenta,
senza scrupoli.
Speculatori, assassini
assetati di sangue
e di potere qui,
approfittando dell’abbandono,
hanno fatto il loro
quartier generale.

Nel progetto originale
c’erano belle case,
bei giardini,
belle strade.
Invece,
quelle opere là
non le hanno
mai realizzate.

Ed è diventato un quartiere artificiale,
di quattro chilometri quadrati,
popolato da centomila persone
stipate una sopra all’altra,
in alti palazzi
di edilizia popolare.

Non è Tebe questa ma Scampia:
periferia di Napoli.
Maledetta.
Maledetta due volte.

La prima maledizione ha colpito
i più poveri
riducendoli a schiavi
nelle mani
della criminalità organizzata.
Costringendoli
a una guerra atroce
che in due anni ha lasciato
sulle strade
quasi cento morti.

La seconda maledizione
ha colpito le donne.
Costrette a rispondere
al richiamo del sangue.
A sottomettersi a volte,
a ribellarsi altre.
A combattere,
a Scampia come a Tebe:
contro lo Stato o contro il Sistema.

Donne che si fanno domande
sulla propria vita,
sul proprio destino,
dopo aver sofferto per la perdita
del padre,
del fratello,
del figlio,
della dignità,
del marito.

Vite parallele
Che vi racconto
qui, adesso.

Di Tebe. Da cui tutto ebbe inizio

Corifeo I

La battaglia si è appena conclusa.
Sul suolo restano i corpi dei guerrieri:
tebani e argivi,
vincitori e vinti,
morti chi per difendere Tebe,
chi per espugnarla.

Le porte della città
ora sono chiuse.
All’interno,
lungo il perimetro delle sue mura,
si contano le vittime,
i sopravvissuti.
Si curano i feriti,
si seppelliscono i morti.

Tebe è una città maledetta:
funestata da gente violenta,
déi senza scrupoli.
Famiglie assetate di sangue e di potere.
Famiglie criminali.

L’ha costruita Cadmo,
con l’aiuto degli Sparti:
strane divinità di terra e fango,
nate dai denti del drago
che lui stesso aveva ucciso.

Sopra una rocca,
Tebe domina
la valle.

Il sangue l’attraversa:
Agave sbrana Penteo,
suo figlio.
Laio, col suo amore,
spinge Crisippo
al suicidio.
Pelope maledice Tebe,
maledice il suo re,
gli proibisce
di procreare.

Invece,
nasce Edipo:
il figlio non voluto,
il figlio dell’inganno,
l’uccisore di suo padre;
il marito di sua madre;
il padre dei suoi fratelli.
Edipo,
il ragazzo che vince la Sfinge,
che diventa re
che sfida l’oracolo,
s’accusa, s’acceca e muore.

Ma prima di morire
obbliga i suoi due figli
Eteocle e Polinice
a un duello tremendo.

Che porta,
inevitabilmente,
alla loro morte.

(Del duello e delle pene)

Corifeo II

Eteocle e Polinice
vogliono entrambi
regnare su Tebe.

E contro la terra tebana Polinice
guida l’esercito argivo.

Lanciando grida acute
vola verso Tebe
sotto l’ala
degli scudi
tra molte armi
e molti elmi
dalle criniere equine.

L’esercito argivo
incombe sopra le case.
Con le lance avide
di sangue
e le fauci spalancate
intorno alla città
dalle sette porte.
Rimbombano
i suoni funesti
delle pesanti armature,
le urla dei guerrieri
impazienti
di iniziare
a combattere.

Risuona
lo scalpitio dei cavalli.

Sette guerrieri
per sette porte:
schierati gli uni
di fronte agli altri:
forti come tori,
malvagi come draghi,
imbattibili.

A ogni porta…
è assegnato
un uomo.

Sette guerrieri
per sette porte….

«Chi c’è schierato
alla settima porta?»,
chiede Eteocle.

«Schierato
alla settima porta
c’è…
Alla settima porta c’è tuo fratello Polinice».
Risponde il messaggero.

Eteocle contro Polinice schiera se stesso.

Dilaga il fragore della battaglia.

Le lance si scontrano.
I cavalli cadono.
Sulla piana
davanti a Tebe
c’è confusione di corpi,
di grida.

La terra si sporca di sangue:
uomini e bestie
muoiono insieme.

Zeus che odia
chi si vanta,
quando li vede
venire avanti
come un torrente in piena,
nelle armature d’oro risonante,
scaglia la folgore
e abbatte Capaneo
che sugli spalti
sta già per intonare
il grido di vittoria.

Cade fulminato
sulla terra
che rimbomba
Capaneo,
il guerriero che prima,
con la torcia in mano
nel suo folle slancio
soffiava venti d’odio.

Questa è la sua sorte.

Dilaga il fragore della battaglia.

S’uccideranno
l’un l’altro,
si divoreranno
l’un l’altro.
Moriranno.
E la polvere berrà sangue
in neri grumi.

Un colpo di tamburo. Poi silenzio.

La terra beve il sangue,
sgorgato da mutua strage.

Un colpo di tamburo. Poi silenzio.

L’esercito argivo è sterminato.
E tra le spoglie
ammassate
ci sono anche quelle di Eteocle
e Polinice,
i figli di Edipo,
i fratelli di Antigone.

Morti
l’uno sotto la spada
dell’altro.

Colpiti al fianco sinistro.
Straziati dalla spada,
eccoli là.

Il sepolcro paterno
li aspetta.

Col cuore rabbioso
si sono spartiti la loro eredità:
in parti uguali.

[Come un lamento]

Sei stato colpito
e hai colpito
Sei stato ucciso
e hai ucciso
Con la lancia
hai ucciso
per la lancia
sei morto.
Hai ucciso.

I brani qui pubblicati sono tratti dalla rielaborazione teatrale di Antigone a Scampia, ed. Primo amore/Effigie 2014.
Lo spettacolo è portato sulla scena dall’attrice Tiziana Irti, la regia è di Giancarlo Gentilucci.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica teatro il 2 marzo 2019