Ivano Ferrari: il poeta della carne

Jonny Costantino



Ivano Ferrari ritratto da Guliano Della Casa

Sabato 9 marzo alle 20:30 debutta a Bologna, presso l’Oratorio San Filippo Neri, Macello, lo spettacolo di Pietro Babina insieme al quale firmo con fierezza la drammaturgia, realizzata sulla base delle poesie contenute nell’omonimo poema di Ivano Ferrari. L’indomani, stesso luogo alle ore 17:00, ci sarà un incontro tra teatro e poesia con Ivano Ferrari e Antonio Moresco, oltre che con Babina e il sottoscritto. Qualche informazione sul doppio evento la trovi qui.

Per l’occasione la casa editrice Einaudi, nella persona di Mauro Bersani, s’è premurata di ristampare nella Collana Bianca questo gioiello dinamitardo da anni introvabile e io, finalmente, potrò riprendere uno dei miei sport bibliofili prediletti: regalare Macello a chi se lo merita. Macello è il poema necessario di un poeta necessario, uno di quei poeti unici e commoventi la cui casa, se l’Italia fosse un paese decente, sarebbe luogo di pellegrinaggio per gli altri poeti. L’Italia purtroppo - e l’Italia letteraria non fa eccezione - è un paese indecente.

Ringrazio Pietro Babina non soltanto per avermi tirato dentro questo straordinario progetto ma anche per avermi dato lo stimolo, con tale coinvolgimento, per fare qualcosa che mi prefiggevo da oltre un decennio e dove immancabilmente fallivo: scrivere di Ivano Ferrari. Così, dopo diverse false partenze, mi ritrovo alle prese con un proteiforme corpo verbale che, partito come saggio, ha assunto rapidamente il respiro di un libro. Di questo libro in progress pubblico tre paragrafi suscettibili di metamorfosi in corso di scrittura.

Il tempo indeterminato della carne

Ivano Ferrari inizia a lavorare nel macello comunale di Mantova nel 1972. Ha 24 anni. L’assunzione al macello è la condizione per diventare dipendente comunale a tempo indeterminato. La condizione, o meglio: il rito di passaggio. Da saltuario ha già lavorato per il Comune: montaggio seggi elettorali. Il passaggio non è asettico: smontaggio corpi animali. La mamma è contenta: quando stacca, Ivano torna a casa col cartoccio. Ciccia gratis, lusso mica da poco.

Mamma è contenta tanto più che Ivano è figlio d’arte. Anche babbo e nonno hanno lavorato al vecchio macello prima che divenisse quello che è oggi, una biblioteca, quando il macello era dentro le mura cittadine, prima che la nuova normativa imponesse il trasferimento nel rimosso periferico, ufficialmente per ragioni igienico-sanitarie, sostanzialmente per motivi psico-sociali, com’è stato anche per i cimiteri e i manicomi prima che smettessero di chiamarsi così. Morti, matti, bestie da macello: occhio non vede, cuore non duole. «Evitare in modo particolare che il bestiame vivo / si incontri con le carni macellate», rimbomba in Macello.

Ivano è figlio d’arte e figlio d’arme: i coltelli ce li ha nel sangue e li trasformerà in affilatissime parole. Ivano nel macello ci entra ragazzo ed esce che è uomo fatto e finito. Le poesie di «Macello» sono state scritte tra 1972 e il 1978, negli anni della macellazione. Nel 1978 Ivano ha 30 anni e ha superato la prova della carne.

«Avevo 30 anni»: risponde così alla rivista “Blow Up" esattamente 30 anni dopo, all’uscita di Rosso epistassi con l’editore Effigie, alla domanda: «La tua prima poesia?». Quando lessi per la prima volta questo passaggio dell’intervista, da seduto schizzai in piedi chiedendomi: ma come, se Ferrari ha scritto la sua prima poesia a 30 anni, «Macello» cos’è?

«Avevo 30 anni» e la poesia con cui rompe il ghiaccio della cosiddetta Poesia è Ascaridi nel muschio di ottobre, una presa in giro de suoi amici intellettuali, divertissement dove il poeta gioca ad attribuirsi versi di Rimbaud e ad attribuire a Rimbaud versi propri. Una poesia che è «un gioco», sintetizza Ivano. «Avevo 30 anni»: come se le poesie di «Macello» non fossero nemmeno poesie. E se non sono poesie, cosa sono? Di sicuro non sono divertimenti.

Se «Macello» è un gioco, la vita e la morte sono in gioco. Se «Macello» è un giocattolo, non è un giocattolo laccato e indorato, coperto di piume e perline di vetro, non è il giocattolo del bambino ricco di cui parla Charles Baudelaire nella Morale del giocattolo (1869). «Macello» è semmai l’altro giocattolo che compare nel poemetto in prosa, il giocattolo con cui gioca il bambino paria e sudicione, «un giocattolo ricavato dalla vita stessa», «un oggetto raro e misterioso»: un topo vivo!

«Macello» è poesia delle chiaviche della vita nuda e martoriata. Poesia epidemica. Poesia (Artaud direbbe) pestifera. Le leptospire di questa poesia topo s’insinuano negli occhi, negli orifizi, nelle ferite. Il contatto con le piaghe dell’anima è da evitare in modo particolare.

Dicendo «Macello» non mi riferisco soltanto al poema Macello, apparso nel 2004 nella Collana Bianca di Einaudi. Mi riferisco a un ciclo che include Le bestie imperfette, la prima delle due sezioni di La morte moglie, raccolta edita nel 2013 nella medesima collana. Il ciclo «Macello» contempla 119 poesie: le 86 di Macello e le 33 delle Bestie imperfette. 119 fendenti che insanguinano la prestigiosa Bianca con «una poesia di violenza e profanazione», constata lo stesso Ferrari.

60 delle 86 poesie di Macello erano già apparse nella raccolta del 1995 Nuovi poeti italiani 4, curata da Mauro Bersani sempre per la Bianca. Le 26 poesie aggiunte in Macello sono state scritte illo tempore, tra bovini sventrati e suini agganciati. Tutte tranne una, una che è stata partorita in prossimità della pubblicazione, la penultima poesia del libro, quella che inizia col verso: «Qualcuno si chiede se io ami». 33 come gli anni di Cristo in croce, le poesie delle Bestie imperfette sono state anch’esse scritte durante il cruento seiennio. Sono poesie smarrite e ritrovate, mi confida il poeta, «su un quadernetto sporco di sangue».

Ho parlato di ciclo ma forse è più eloquente parlare di corpus. Un corpus che giunge a noi coeso ma incompleto. Se conosciamo il numero delle poesie riemerse e salvate, ignoriamo (insieme al poeta) il numero delle poesie sommerse distrutte sacrificate. Sacrificate come quelle della serie che mi prendo la libertà di chiamare «Le penetrate». Quelle che chiamo «Le penetrate» sono le poesie ficcate nel retto o nella vagina della bestia macellanda. Ferrari le scarabocchiava su un bigliettino che, arrotolato, spingeva su per l’orifizio con la punta del termometro, al momento di misurare la febbre all’animale. In casi eccezionali, si serviva del suo umile indice con l’unghia nera di sangue rappreso. Ancora oggi, nel ricordo di allora, davanti a una vacca a pecora, il poeta ha un brivido.

Il corpo animale è la bottiglia dentro cui Ferrari ha piazzato il suo messaggio poetico.

La carne aggalla nel mare del tempo.

Una foto di Mario Giacomelli dalla serie "Mattatoio" (1961)

Contropulire, controtimbrare

Il primo giorno di lavoro al macello Ivano riceve in dono dai colleghi una sciarpa. Guy de Maupassant - nel resoconto del suo viaggio del 1885 nelle isole Eolie - paragona l’intrico di ginestre che avvolgono la bocca del vulcano di Vulcano a «un’immensa sciarpa gialla». Una sciarpa scura, tra il marrone e il grigio nerastro, è invece quella che il futuro poeta riceve direttamente sul collo: un molliccio e interminabile pene di toro. «Preso al lazzo dal pene del toro»: così viene accolto al macello. Ognuno ha il benvenuto che si merita. Ivano conserverà il presente, lo lascerà essiccare, ne ricaverà un frustino, «un frustino che fa malissimo».

Dalle 7 del mattino alle 4 del pomeriggio con pausa pranzo: è l’orario di lavoro al macello. Ivano inizia come facchino. Porta le bestie morte nelle celle frigorifere, caricandole sulle spalle, «come un vecchio pastore», constata fin da subito. Ma non resta facchino a lungo. Nel corso degli anni Ivano ricopre altre due mansioni: viene promosso prima pulitore e dopo timbratore.

Pulitore o, più precisamente, rifinitore di pulizie: con l’acqua bollente il poeta sotto mentite spoglie passa dove gli altri hanno già pulito per eliminare le ultime tracce di sangue feci carniccio. Nei macelli s’igienizza almeno quanto si ammazza. Il macello è il massimo generatore municipale di liquami e rifiuti organici. Al macello è richiesta un’igiene più indefettibile che in macelleria. Acqua e cloro a 70 gradi come se piovesse. Il potente getto dell’idropulitrice spinge lo schifo nella rete fognaria. Per la brulicante popolazione di topi ogni giorno è capodanno. Non c’è depuratore che tenga. Il poeta parla di «impotenza dei depuratori». Capita che la fogna esondi nella fogna a cielo chiuso del macello.

Timbratore: Ivano timbra i pezzi di carne, i muscoli, gli organi. Ivano marchia a fuoco e a inchiostro, dipende dal pezzo. Per esempio col fegato ci vuole il fuoco, categoricamente. Il fegato è una spugna che assorbe tutto, una spugna malata anche quando la bestia è sana, per questo non si può marchiare a inchiostro: nel piatto ci ritroveremmo del succo di biro, oltre ai consueti tumori. La lingua invece, di costituzione respingente, va marchiata a inchiostro. Quando la «firmi», la lingua «rimbalza», mi svela il poeta. La lingua rimbalza come un fegato un polmone un cuore, ognuno a modo proprio, bruciano.

Ogni organo - al momento del timbro, firma o ustione che sia - reagisce con un peculiare tonfo e ogni tonfo partecipa a un concerto di musica concreta andando a rintoccare le urla agoniche degli animali. Una sconcertante sinfonia in odorama, quella del macello, una sinestesia dannata dove un ruolo di primo piano è giocato dai gas che sprigionano dai ventri squarciati di fresco. Certi odori persistono più di certi suoni e certe visioni. Talvolta, prima d’andarsi a incastrare nei cunicoli della coscienza, il puzzo unghia il cervello, provocando una disdicevole esitazione della mano di chi appone il timbro.

Il macello è un inferno dei sensi.

Ivano non ammazza, dunque. Il poeta in incognito funge da collante tra gli uccisori e i mangiatori. È un anello, debole ma imprescindibile, della moderna catena alimentare. Ivano è lo sbiancatore. È il tizio che cancella le tracce della violenza scannatoria e prepara la scatola capitale per un nuovo olocausto bestiale. È l’uomo del monte di carne che dice sì e suggella con la pressione del polso il garretto e la coratella. È l’erogatore del passaporto per la macelleria, il doganiere di un transito carnale con destinazione ventrale, il terminale senziente che ratifica la commestibilità dei «vostri miasmatici cibi» (Macello).

Pulire, timbrare, in sintesi: nettare la scena criminis e apporre sulla vittima il nulla osta al divoramento. Scrivere poesie sopra il macello, dentro il macello, significa compiere un’operazione inversa rispetto alle mansioni del pulire e del timbrare. Significa tornare indietro: riaprire il tombino della carne, dissuggellare il locus delicti, riportare alla luce i corpi del reato, far rivivere la morte in azione, la morte porca, la morte sporca. Poetare equivale allora a sporcare.

Poetare: sporcare e sporcando disinquinare le prove dell’abominio compiuto. Strappare il lasciapassare del dolore animale. Far sibilare alla ferita un altolà che non redime. Incidere la coscienza, farla spurgare. Radiografare il punto esatto in cui l’anima è stata bruttata. Eviscerare, ancora una volta, ma stavolta senza abbattimenti né frollature. Inchiodare col verso la mano all’azione, alla mortale collaborazione. Denunciare: ogni parola una prova testimoniale, il reperto di un’archeologia sacrificale.

Poetare: testimoniare e testimoniando insorgere contro «la logica di sterminio» della quale si è proprio malgrado rotella e insorgendo recuperare una lingua non timbrata, non tarpata, non assoggettata, non irregimentata, non prescritta, giammai salariata. Poetare: sfornare una parola macigno che non si lascia celermente digerire né sovrappensiero evacuare né pomposamente petare.

Poetare: comprimere nel minimo grumo verbale il massimo del silenzio che viene prima e che viene dopo il grugnito del porco scannato.

Contropulire, controtimbrare: poetare.

Chaïm Soutine, "Carcassa di bue" (1924)

Carnale carnale

La poesia di Ivano Ferrari non è poesia di piccole epifanie quotidiane. Non è nomenclatura conciliante di una routine rassicurante. Non è conforto di un’esistenza protesa a lasciare una traccia qua e una traccia là nonostante la propria constatata inanità. Non è encefaloscopia di un cardiogramma il cui maggior vanto è quello di non essere ancora piatto. Questa poesia non è d’esempio per volenterosi azzeccaversi politicamente corretti, ecoresponsabili e iperconnessi. Men che meno è lezione di buone maniere e di civiltà. Nemmeno per sogno.

«Macello» non è un indignato polpettone di buoni sentimenti servito nel retrobottega dello scempio, in salsa rosa e condimenti a parte. «Macello» è un poema di formazione in forma di fese e scaramelle, costine e capocolli, rognoni e animelle di parole. «Macello» è un poema di deformazione professionale e definizione spirituale.

È furia precipizio sfracello la poesia di «Macello».

Nel macello ovunque è squartagione. La squartagione è di Ferrari la singolar tenzone. Ferrari macella il verso. Lo sgrassa e lo disossa, lo sminuzza e lo arrondella. Quando suona troppo bene, lo affossa. La sua lingua è versatile: gancio e paranco, spaccaossa e bisturi, papilla e pupilla.

Ferrari imbandisce la pagina nel vivo della mattanza. Prepara versi tartari che della bestia trucidata hanno assorbito il sangue e l’urlo. Mette sul piatto sfilacci crudi d’organo malato: l’organo malato del vivente. Schiaffa sul bianco del foglio un male da cui, lui per primo, è stato leso, o meglio: lesso fino all’osso. I suoi versi sono leccornie per palati raffinati e stomaci forti. Chi è senza appetiti scagli la prima pietra.

Ivano Ferrari è il poeta della carne macellata.

Ivano Ferrari è un poeta lucido. Lucido come una lama. Lucido come un occhio. Non perde occasione per focalizzare e focalizzando ridefinire il margine carnale del suo fare poesia. Non lesina variazioni sul tema della scrittura, quell’atto osceno che chiama ora poesia ora scrittura, partendo dal presupposto che «scrivere è cercare un paesaggio bello sodo», «carne tagliata a stella su fogli bianchi» (La franca sostanza del degrado, 1999). Scrivere poesie: cercare un paesaggio bello sodo da tagliare a stelle che sfamino l’anima. L’anima del poeta in prima battuta e in seconda l’anima del lettore. Anime pestate e debilitate, ostaggi di un immane mulino a sangue.

La poesia di Ferrari è proteina animale e pensiero terminale.

«Viscere confuse in umile logos / di questa cantilena replicata / che di poesia in poesia ingrassa» (La franca sostanza del degrado). Buongiorno, mi presento: «Viscere confuse in umile logos», sono la poesia di Ivano Ferrari. Viscere umorose e pensierose, viscere spiattellate o pencolanti o spremute o strascicate su una pagina definita un «vasto bidet» in una poesia intitolata Dio e contenuta in Rosso epistassi.

Rosso è il colore primario di «Macello» e rosso su bianco è il contrasto che primeggia nell’intera poesia di Ferrari: rosso carne brace emorragia, bianco carta osso maiolica.

La poesia di Ferrari è proteina animale e pensiero terminale transustanziati in canto viscerale.

«Se non è canto è sangue», leggiamo nella poesia Antropofagia (Rosso epistassi). Preciso, a onor del vero, che in Ferrari il canto è sangue, o meglio: la poesia di Ferrari è un farsi canto del sangue. Ma non voglio cavarmela con frasi fatte, con locuzioni a effetto. Vuoi sapere in che razza di canto si condensa la circolazione? Okay, ti accontento, ma non aspettarti una spiegazione. Ti rispondo alla mia maniera, per evocazione.

Qui il canto di Ferrari è uno svenamento tenorile con ristagni baritonali e senza perdite lacrimali. Lì è un’aria lapidaria, un’aria gorgheggiante dal punto più voraginoso del capezzale, un’aria recalcitrante verso le amplificazioni aureolanti sia dell’orfanità sia della vedovanza, con l’unico riverbero della più ferma disperanza. Altrove è un blues gutturale, un blues escoriato degno delle cantilene dei grandi ciechi del Mississippi, all’altezza di quei gracchianti affondi schitarranti sui minimi termini dell’esistenza, fin dentro i suoi dirupi scatarranti.

Il canto cantato da Ferrari è una pluralità di canti fatta di coltellate improvvise e micidiali incanti.

Tutto è carne e sangue, nella poesia del Mantovano, e se non è carne, e se non è sangue, è midollo, è interiora, è mucosa, è zanna: fuoriuscita o capolino del dentro. I fiori sono piaghe e il cielo è un budello. Albino e cosparso di alopecie è il corpo della Terra. Di carne e sangue è anche ciò che non ha corpo. Il litigio sputa sangue: tisico è il suo splendore. Il giorno è munito di tubi digerenti e la poesia di rotondità sculettanti. Per non parlare della notte, la notte che azzanna e bacia e - quand’è in vena - bacia proprio bene. La notte con le sue traversie clitoridee, con le sue vertebre piene di tenebra. E quanta notte, d’altro canto, si annida nelle ossa di chiunque!

La carne, teniamolo a mente, non è mai soltanto carne nella poesia di Ferrari. La carne è la conchiglia dell’imprevedibile. C’è un’anziana vacca - con i budelli spenti e la vagina grigia - che custodisce «il crepuscolo nel ventre» (Macello). Sotto le volte della carne si aprono «terrazze di cielo» in un costante divincolarsi delle creature «tra intrighi intestinali e fascine di stelle» (La franca sostanza del degrado).

La carne è un abisso e i versi di Ferrari - come il dio perseguitato e biondo «che muore per noi» (Rosso epistassi) - sono carnali carnali.

I versi di Ivano Ferrari sono colpi di sonda nell’abisso della carne.

Ivano Ferrari fotografato da Giovanni Giovannetti








pubblicato da j.costantino nella rubrica poesia il 1 marzo 2019