Martha my dear

Dario Borso



In una lettera pubblicata l’8 marzo scorso sul «Corriere del Mezzogiorno», Marta Herling riporta un passo da Vieni via con me, l’ultimo libro di Roberto Saviano:

Nel luglio del 1883 il filosofo Benedetto Croce si trovava in vacanza con la famiglia a Casamicciola, a Ischia. Era un ragazzo di diciassette anni. Era a tavola per la cena con la mamma, la sorella e il padre e si accingeva a prendere posto. A un tratto, come alleggerito, vide suo padre ondeggiare e subito sprofondare sul pavimento, mentre sua sorella schizzava in alto verso il tetto. Terrorizzato, cercò con lo sguardo la madre e la raggiunse sul balcone, da cui insieme precipitarono. Svenne e rimase sepolto fino al collo nelle macerie. Per molte ore il padre gli parlò, prima di spegnersi. Gli disse: «Offri centomila lire a chi ti salva».
Benedetto sarà l’unico superstite della sua famiglia massacrata dal terremoto.

Marta si chiede donde Saviano abbia tratto tutto ciò, e risponde: «dalla sua mente di profeta del passato e del futuro, al quale è concesso di non verificare la corrispondenza fra le parole e fatti, o come insegnano gli storici, fra il racconto e le fonti». Siccome poi di fonti ne conosce solo una, del 10 aprile 1902, Marta la cita per intero, dalle Memorie della mia vita di Croce stesso:

La sera del 29 accadde il terribile terremoto. Ricordo che si era finito di pranzare, e stavamo raccolti tutti in una stanza che dava sulla terrazza: mio padre scriveva una lettera, io leggevo di fronte a lui, mia madre e mia sorella discorrevano in un angolo l’una accanto all’altra, quando un rombo si udì cupo e prolungato, e nell’attimo stesso l’edifizio si sgretolò su di noi. Vidi in un baleno mio padre levarsi in piedi e mia sorella gettarsi nelle braccia di mia madre; io istintivamente sbalzai sulla terrazza, che mi si aprì sotto i piedi, e perdetti ogni coscienza.
Rinvenni a notte alta, e mi trovai sepolto fino al collo, e sul mio capo scintillavano le stelle, e vedevo intorno il terriccio giallo, e non riuscivo a raccapezzarmi su ciò che era accaduto, e mi pareva di sognare. Compresi dopo un poco, e restai calmo, come accade nelle grandi disgrazie. Chiamai al soccorso per me e per mio padre, di cui ascoltavo la voce poco lontano; malgrado ogni sforzo, non riuscii da me solo a districarmi. Verso la mattina, fui cavato fuori da due soldati e steso su una barella all’aperto. Mio cugino fu tra i primi a recarsi da Napoli a Casamicciola, appena giunta notizia vaga del disastro. Ed egli mi fece trasportare a Napoli in casa sua. Mio padre, mia madre e mia sorella, furono rinvenuti solo nei giorni seguenti, morti sotto le macerie: mia sorella e mia madre abbracciate. Io m’ero rotto il braccio destro nel gomito, e fratturato in più punti il femore destro.

Confrontando la fonte col racconto, Marta grida alla «mistificazione della storia e della memoria», soffermandosi, fra tanti particolari falsi, su uno «non solo inventato dallo scrittore (licenza inaccettabile quando si parla di fatti realmente accaduti), ma improponibile in sé»: le 100.000 – «cifra inimmaginabile per l’anno 1883, perché non bisogna essere economisti per sapere che il valore della lira a quell’epoca impedisce di supporre una simile offerta dalla mente e soprattutto dalle tasche degli uomini di allora»[1]. Infine inspiegabilmente chiude insinuando che Saviano, fin qui incolpato d’essersi inventato tutto, abbia «orecchiato la testimonianza di un turista tedesco in vacanza a Casamicciola nel 1883, il quale in un libretto di recente pubblicato dichiara di aver ascoltato la voce di chi identifica con Benedetto Croce, dalle macerie, offrire una certa somma per essere liberato».

Questa seconda fonte l’ho recuperata in rete, a p. 59 di Woldemar Kaden, Die Insel Ischia in Natur-, Sitten- und Geschichts-Bildern aus Vergangenheit und Gegenwart, Luzern Verlag 1883; e sempre in rete ho scoperto che il volumetto è stato tradotto nel 2007 dalla napoletana Imagaenaria. Preciso inoltre che:
1) Kaden non era un turista per caso, ma il preside della Scuola Tedesca di Napoli ormai da decenni;
2) la Prefazione è siglata «Napoli, settembre 1883», ergo trattasi di un instant book;
3) la «certa somma» nel libro di Kaden ammonta a «duecentomila lire». La lettera di Marta viene ripresa con gran risalto il 9 marzo dal «Giornale» e da «Libero», il 10 dal «Riformista». Nel frattempo però nel blog del «Corriere del Mezzogiorno» un lettore segnala presente in rete una terza fonte, sicché il 10 stesso su «Libero» Marta precipitosamente rirettifica: «qualcuno ha citato la fonte anche in passato, ma è sempre stata contestata. Saviano l’ha utilizzata come fonte, ma io mi domando: internet può essere una fonte affidabile?»[2].
Il «qualcuno» è Ugo Pirro, che in un’intervista a Croce apparsa sul settimanale «Oggi» del 13 aprile 1950 citò un articolo apparso il 31 luglio 1883 sul «Corriere del Mattino», dov’è riportata la testimonianza di Croce stesso, incrociato casualmente in ospedale dal cronista:

Ieri fu trasportato a Napoli anche il figliuolo primogenito del comm. Croce; egli è gravemente ferito a una gamba e ad un braccio. Perirono il comm. Croce, la moglie e una figlioletta. Il giovinetto superstite di questa ricchissima famiglia foggiana, stabilita da lunghi anni a Napoli, conserva una memoria precisa dell’accaduto. La madre e la sorella sparirono nel vortice del crollamento, né si udì di loro alcuna voce. Egli, che era seduto ad un tavolino insieme col padre, precipitò. Il padre fu coperto tutto dalle macerie, ma parlò dalle nove e mezzo del sabato fino alle undici antimeridiane della domenica successiva. Benedetto era sepolto fino al collo nelle pietre, aveva però il capo fuori di esse. Il giovinetto fu estratto dalle rovine verso mezzogiorno, poco prima che il padre avesse cessato di parlare. Si racconta che con gran senso pratico dicesse al figlio «offri centomila lire a chi ti salva».

Dopo le memorie di Croce (aprile 1902) e il libro di Kaden (agosto 1883), questa terza fonte (luglio 1883) ne svela una quarta dunque, il giovane Croce stesso.
Ora, ammesso e non concesso che l’autotestimonianza debba valere da fonte regina, chi è più credibile, il vecchio Croce o il giovane? Di certo si può dire che il vecchio Croce commette uno svarione: il terremoto non avvenne infatti la sera di domenica 29 luglio, ma alle h. 21,30 esatte di sabato 28 luglio, come correttamente riportato dal cronista. Così allora, a chi credere circa l’orario del salvamento? Al vecchio Croce che scrive «verso mattina», o al giovane che dichiara «verso mezzogiorno»?
Nell’incertezza, va detto almeno che l’articolo del 31 luglio 1883 dirime la questione delle 100.000: fossero state inimmaginabili, il direttore non avrebbe permesso la pubblicazione della cifra, pena il general ludibrio[3].

Marta è segretario generale dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici fondato da Benedetto Croce (suo nonno), oltre che curatrice dell’Archivio Gustav Herling (suo padre). En passant, il «Riformista» svela il movente reale: difendere l’onore del nonno (più giusto sarebbe stato dire: del bisnonno). Causa santissima, che però se stravolge piccole, elementari verità, diventa familismo. Il quale poi, se giunge a definire falsario uno che usa una fonte invece di un’altra, e ladro uno che recupera una fonte da internet, sia essa o meno reale… scenari foschi sì, tra mafia e stalinismo, dai quali mi ritraggo citando-variando appena: «Se Marta ha letto le opere di suo padre, dovrebbe aver compreso che le parole sono importanti, sono un po’ come il sangue. Non vanno utilizzate a sproposito».


[1] Eppure Giovanni Verga ne L’ultima giornata, novella del 1883 sul ritrovamento di un barbone morto, specifica che i poliziotti indagarono «se era il caso di un assassinio per furto, e fecero il verbale in regola, né più né meno che se in quelle tasche ci fossero state centomila lire»
 – ossia una somma nel 1883 immaginabilissima come lauta refurtiva.

[2] Internet è un supporto tecnico affidabilissimo: Marta confonde forse con wikipedia… Che Saviano abbia scovato la fonte in internet, in una biblioteca o a casa Herling non fa differenza.

[3] Al contrario, la cifra fu dettata da «gran senso pratico» (oltre che ovviamente da facoltosi mezzi). Rilevante pure l’onestà del cronista, che pone il fatto specifico sotto il registro del «si racconta»: una voce insomma, ma credibile, tant’è che Croce stesso mai la contestò.








pubblicato da t.lorini nella rubrica giornalismo e verità il 13 marzo 2011