Arte e scienza si scontrano in cielo. Ritorna “Atlante occidentale” di Daniele Del Giudice. Con un inedito

Giovanni Montanaro



Anni Ottanta, un campo di aviazione con una “luce molto più aperta della città con cui confina”, che è Ginevra. In fase di decollo, uno Zlin bianco colpisce un altro velivolo; “la pancia gli passò sopra: intima, avvolgente, fragorosa come uno schiaffo”. Dall’aereo colpito, preso a noleggio per un’ora, scende Pietro Brahe, un giovane fisico italiano che lavora al CERN. Lo Zlin, che prosegue nel suo volo, è invece di proprietà di Ira Epstein, vecchio, famoso, scrittore tedesco. Brahe lo attende, gli dice “Potevo fracassarmi, o fracassare l’aereo”. Epstein gli risponde solo: “Lei non mi sembra il tipo.”

Sono passati trentaquattro anni dalla pubblicazione di Atlante occidentale, secondo libro di Daniele Del Giudice, nato a Roma nel 1949, adottato da Venezia da quasi quarant’anni. Einaudi ne propone oggi una nuova edizione (pp. 248, Euro 20), a cura di Enzo Rammairone, prefata da Guido Tonelli, e, in appendice, pubblica l’inedito “Taccuino di Ginevra”, ossia il diario del viaggio in Svizzera che proprio Del Giudice fece, per scrivere questo romanzo, tra il 7 e il 12 maggio del 1984.

“Eccolo qua il romanzo dell’incontro tra due esploratori: lo scrittore che scandaglia gli angoli più intimi e nascosti dell’animo umano e lo scienziato che indaga i componenti più minuti della materia”, scrive Tonelli nella prefazione, ed è effettivamente così. Brahe segue notte e giorno l’acceleratore alla ricerca di minuscole particelle subatomiche, come a seguire una “giostra” in cui attende di vedere “i bambini” a bordo. Epstein, invece, ha deciso di non scrivere più, salvo forse un libriccino per sé, ma continua a interrogarsi sul meccanismo delle parole, sull’utilità dell’arte, sul confine impossibile tra spirito e materia: “A me sembrava che la vita delle persone fosse unita a quella delle cose, fosse una lunga storia di sedie e letti, di scarpe e valigie”. Sullo sfondo di un CERN quasi completamente vero, dal “pescecane” Wang (nella realtà, il premio Nobel Ting) agli italiani che fanno cene a base di mozzarelle, Del Giudice immagina la storia di un’amicizia nata per caso, a seguito di uno scontro, quello tra due aerei, quello tra l’arte e la scienza.

Atlante occidentale fu rivoluzionario, quando uscì. Perché raccoglieva la grande tradizione europea, la retorica classica, Narciso e Boccadoro, i dialoghi di Leopardi e la severa profondità di Thomas Mann (vengono in mente gli scambi tra l’illuminista Settembrini e il gesuita Naptha de La montagna incantata, anch’esso di ambientazione svizzera). Ma andava oltre, e nell’impianto romanzesco sperimentava la brevità e leggerezza calviniana (Calvino fu, non a caso, lo scopritore di Del Giudice) oltre che, soprattutto, il lusso opulento della frammentarietà, che oggi potrebbe richiamare Murakami e i migliori film di Sorrentino.

In questo senso, non è un caso che il libro sia Atlante e non, per dire, Enciclopedia, cioè ambisca a una completezza più visiva che intellettuale. E così restano, si vedono, le persone, le immagini: due uomini in due diverse età della vita, il Rodano, le automobili e gli aerei, le piastre di niobium e i daini a bordo strada, le corse di Jacques Villeneuve e i fuochi d’artificio, i dialoghi scarni e un bacio, un solo bacio, rubato da Brahe a Gilda, l’assistente di Epstein, “molto lungo e dolce, come sono i baci che uno si è aspettato per tutto il pomeriggio, e già non ci spera più”. Perché, sotto la glaciale perfezione della scrittura, della meditazione, fuma sempre l’emozione, lo stupore. E fumano, senza riposo, senza risposta, le domande più radicali. Qual è la vera conoscenza umana, la ragione o il sentimento? Che senso hanno, tutte le nostre fatiche? E dove portano, le ricerche, gli scopi cui decidiamo di sacrificare le nostre vite, che insieme ci fortificano e ci castigano? Domande eterne, ancor più complicate in un tempo in cui, leggendo un libro che parla dell’eccellenza europea, occidentale, è da chiedersi se esistano ancora, l’Europa, l’Occidente.

Come scrive Rammairone, Del Giudice fa “un tentativo di testimoniare, tra i pochissimi, il cambiamento antropologico e la rappresentazione dei sentimenti nella nostra epoca in relazione al mutamento dei rapporti sociali e degli oggetti che ci circondano”. Daniele Del Giudice, come il suo Epstein, non scrive più. Va letto tutto, da Lo Stadio di Wimbledon a Staccando l’ombra da terra, ma cominciare da Atlante occidentale è forse il modo migliore per gustarsi il suo metodo, la sua precisione, l’eleganza stupefatta con cui racconta ogni vita, ogni desiderio, ogni fallibile traguardo umano.

Questo articolo è stato pubblicato sul “Corriere della Sera – Corriere del Veneto” del 17 febbraio 2019.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 22 febbraio 2019