Filosofia e malinconia

Orazio Labbate










Filosofo emerito di notevole erudizione. Mente adamantina dell’intellighenzia accademica italiana, Massimo Cacciari e le sue opere si distinguono per la loro potenza e carica espositiva. 
La lingua dotta e accurata sembra, infatti, spesso farsi carico di una cristallina poesia, insieme a una caparbietà nell’approfondire, con fare dotto e accanito, i problemi prescelti; problemi che vengono ritrattati e mai lasciati fermi nel tempo.
 Di seguito, ecco un’intervista, per entrare nel merito, su ciò che è filosofia per Cacciari, sui suoi lavori (da L’Angelo Necessario a Labirinto filosofico – Adelphi), fino ai prossimi libri in uscita.
Orazio Labbate







Orazio Labbate: Esiste, per lei, una più “flessuosa” definizione di ciò che potrebbe intendersi come filosofia, ponendosi, diciamo, aldilà di quello che ha già scritto?

Massimo Cacciari: Definizioni "flessuose" di filosofia non ne conosco proprio. Filosofia è esercizio critico, continua interrogazione. Per la filosofia non vi possono essere dati - ma soltanto problemi. E lo stesso vale per la scienza.

O.L.: Lei indaga, ne “L’Angelo necessario”, sul significato e sull’identità, metafisiche e teologiche di tale Non-essere, intanto lasciandosi confortare, nel volume, dalle immagini, come se infatti le linee dell’immagine stessa le dessero appoggio nella spiegazione circa l’angelo. 
La figura dell’angelo, quindi, in che modo le è apparsa necessaria?

M.C.: La figura dell’Angelo indica, fa-segno all’irrappresentabile immanente in ogni rappresentazione, al silenzio che è provenienza e fine di ogni parola. E’ certo un problema in cui riflessione filosofica e teologica possono incontrarsi e si sono di fatto incontrate.

O.L.: In “Dell’inizio” lei riesce a sostenere una visionaria fusione tra l’esercizio filosofico e quello teologico. Un atto mistico, direi.
 Filosofia e teologia camminano didentro lo stesso prodigio intellettuale? Alla fine, pensa possano farlo con la stessa lingua deduttiva?

M.C.: Il "mistico" di Dell’Inizio non ha nessun tono iniziatico-misterico. E’ indice anch’esso della impossibilità di ridurre tutto a origine e perciò divenire, al nesso causa-effetto (per quanto non deterministicamente concepito). L’Inizio è Libertà di essere e non-essere, di pro-durre e implodere in se stesso. Credo sia un’idea fondamentale, se non si vuole risolvere la filosofia nel verum-factum.

O.L.: La filosofia, in “Labirinto filosofico”, si fa esercizio complicato senza una precisa e retta via che possa qualificarla. Crede che la realtà causi alla filosofia una perdita della sua qualità metafisica?

M.C.: Labirinto filosofico inizia addirittura dal centro! altro che "retta via", molto di più! 
Dal centro procedono vie diverse, ma tutte, a mio avviso, centrate sulla domanda per antonomasia: che è l’essente? e cerco di mostrare come nessuna filosofia abbia risposto a tale domanda credendo di esaurire l’essente nel nostro dirlo-pensarlo. La singolarità irriducibile di ogni essente è il filo conduttore della ricerca.

O.L.: Nel “Potere che frena”, libro minuto per sola estetica ed infatti di sostanza filosofico-teologica robusta, lei si ingegna con brillantezza sulla questione relativa al concetto di katechon, quel potere frenante l’Anticristo. 
Partendo dall’esegesi della Seconda lettera ai Tessalonicesi, 2, 6-7. 
Nella ricerca di una sua forma – istituzionale – io leggo una tensione all’impossibilità di una cornice esistente (tra Chiesa e Impero) che dica di chi in verità freni l’Avversario. 
Passato il tempo della pubblicazione del suo testo, lei adesso ha una nuova esegesi? O più il tempo è passato più il labirinto esegetico deve rimanere nebuloso?

M.C.: Tutti i poteri dell’Occidente europeo hanno assunto un valore catecontico, sia quelli politici che quelli religiosi. Sia che si tratti di contenere-frenare le passioni anarchiche che esplodono "dal basso", sia che si intenda tenere in forma l’Evo e "convertirlo" al Giorno del Signore. Ma il potere catecontico è effimero per natura, e può darsi che oggi se ne viva il definitivo tramonto.

O.L.: “Hamletica” segna una sua ferrea e malinconica posizione filosofica sul posto dell’uomo-essere nel mondo contemporaneo. Un uomo-essere che si trova lontanissimo da quel suo fulgore antico che gli valeva una sensibile identità combattente. 
Tutt’oggi, a distanza di tempo da questo suo lavoro, che ruolo e lingua deve possedere l’uomo per ritornare a “splendere”?

M.C.: Nessuna nostalgia di "fulgori antichi". In Hamletica ho trattato di uno dei caratteri-chiave dell’Europa: l’insicurezza costitutiva intorno alla propria figura, ai propri "confini", alle diverse forme in essa assunte dall’esercizio del potere. La grande letteratura europea ha forse compreso tutto ciò assai più profondamente della filosofia.

O.L.: Sulla scrivania, Cacciari che libri tiene per sua lettura?

M.C.: Sono molto impegnato su letture filosofico-giuridiche intorno all’idea di Giustizia, a partire dall’idea classica di Dike (si veda il classico di Gigante, Nomos basileus)

O.L.: Ha nuovi libri di imminente uscita?

M.C.: Usciranno in questi giorni la nuova edizione di un mio saggio sull’Umanesimo italiano, La mente inquieta, e la nuova edizione riveduta e ampliata di Della cosa ultima. Uscirà in autunno il saggio su Dike, in un volume insieme a Natalino Irti e con un saggio del grande filologo Jaeger. Poi sto da tempo lavorando a un saggio su Weber, che spero di fare uscire il prossimo anno nel centenario della morte.








pubblicato da r.gerace nella rubrica in teoria il 21 febbraio 2019