E tu, quanto sei orgoglioso di essere snob?

di Roberto Gerace










Accanto alla volgarità di chi non ha letto nessun libro e non avrà mai voglia di farlo in vita sua, esiste quella di chi ha letto un libro in più degli altri e non vede l’ora di farlo pesare a tutti quanti. In questo senso, dare un riferimento bibliografico col solo scopo di vantarsi di conoscerlo equivale, nel mondo dell’uomo cosiddetto “di cultura”, a quello che nell’ambiente degli illetterati corrisponde a un rutto. Chi cita produce intorno a sé lo stesso momento di esaltata stupefazione, la stessa ebetudine cordiale di chi, seduto a una tavola imbandita, dia aria all’improvviso agli intestini. Su questo piacere del tutto particolare è basato il romanzo di Giacomo Papi che si intitola Il censimento dei radical chic, uscito per Feltrinelli alla fine di gennaio, il quale si apre, significativamente, sull’assassinio di Giovanni Prospero, uno studioso dell’Illuminismo colpevole di aver nominato Spinoza in un talk show. “Questo è uno show per famiglie”, ribatte il conduttore, “e chi di giorno si spacca la schiena ha il diritto di rilassarsi e di non sentirsi inferiore”.

Parte da qui, con l’incoraggiamento del ministro dell’Interno e sotto la supervisione di una “Autorità Garante per la Semplificazione della Lingua Italiana”, un’escalation di violenza che vede coinvolti, in quanto vittime, sempre più rappresentanti di quel ceto che nel libro viene chiamato “intellettuale”; e che si riconosce non solo per l’abitudine di parlar difficile, ma per un amore quasi feticistico per i maglioni di cachemire. Quello che colpisce è appunto la superficialità assoluta di tutte le definizioni di “intellettuale” che vi sono sottintese o esposte. Quando si cita Gramsci, per esempio, è per affermare che l’egemonia culturale non è “il predominio di una visione politica sull’altra, ma il dominio dell’intelligenza sulla stupidità”. Se leggiamo il “testamento spirituale” di Giovanni Prospero, quel che viene fuori è che la svolta epocale che stiamo vivendo consisterebbe nel fatto che “l’egemonia culturale è finita” (sic), perché oggi a dominare sarebbero gli stupidi.

Se questo libro ha il pregio di constatare una spaccatura tra il cosiddetto “popolo” e i cosiddetti “intellettuali” (ma ce n’eravamo già accorti), ciò che in fondo lo rende, più che bello, furbo è che questa spaccatura rischia semmai di rinforzarla. Chi sono i destinatari ideali di questo romanzo, infatti, se non tutti quelli che, per difendersi dall’onda montante del cosiddetto populismo, sentono il bisogno di una narrazione narcisistica di supporto, di riconoscersi, cioè, con orgoglio nello stretto novero dei giusti? Gli altri, infatti, i cosiddetti ignoranti o analfabeti di ritorno, si limiteranno a non leggerlo. Niente di più lontano dal celebre esergo de La Storia di Elsa Morante, che dedicava il suo romanzo, con uno splendido paradosso, proprio agli analfabeti. Ognuno rimarrà della sua idea e la “cultura” avrà fatto proprio il contrario di quel che riesce a fare quando è sana. In questo senso, per usare un’altra espressione caduta ormai in disuso, si tratta di un testo che rischia di essere classista.

E tuttavia l’approssimazione e la pochezza degli “intellettuali” di cui Papi ci racconta è talmente smaccata, il loro orizzonte politico-ideologico è azzerato a tal punto da una serie di luoghi comuni fuori dalla Storia (è esemplare, in questo senso, il personaggio di Cosma, il massimalista che diventerà pian piano bombarolo) che viene il sospetto che il vero obiettivo polemico di questo romanzo siano proprio loro, i sedicenti depositari di quel tesoro di alibi e petizioni di principio che ci siamo abituati a chiamare col nome di “cultura”. Più che un libello contro il cosiddetto populismo, parlando del quale è fin troppo facile produrre ilarità, Il censimento è forse un romanzo sulla nostra abissale confusione, tanto che ci sarebbe da augurarsi che, se ci sarà un’umanità fra un secolo che leggerà ancora questo libro, possa sentirlo come un corpo estraneo prodotto da un mondo del tutto incomprensibile. Il riso con cui si segue questa storia è tetro e senza redenzione.

Naturalmente è vero che esiste, non solo in Italia, il problema di uno scollamento tra le sinistre e quello che era una volta il loro elettorato di riferimento, ma non sarà dando dei “coglioni” agli elettori che si troverà una soluzione. La crassa ignoranza di una parte consistente del popolo italiano (che, tra l’altro, non è certo un fenomeno nuovo) funziona insomma come comodo capro espiatorio per quelle forze politiche che non hanno il coraggio (o la forza morale e intellettuale) per fare i conti con i propri limiti, mettendo in discussione radicalmente le proprie scelte. Quando non si ha davvero nessun legame ideologico, nessuna convinzione o prospettiva comune di una qualche concretezza, di là da un senso di superiorità del tutto esteriore, è allora che si fa appello alla grammatica. Se non so più come rispondere al mio avversario, non mi resta che correggerlo. L’unica risposta che il centro-sinistra riesce a trovare, non solo in Italia, a quelle destre che guagagnano ogni giorno di più (in questo senso, sì) l’egemonia culturale è, insomma, una banalissima forma di snobismo.





Giacomo Papi, Il censimento dei radical chic, Feltrinelli, euro 13








pubblicato da r.gerace nella rubrica libri il 16 febbraio 2019