“Il nuotatore”, il ritorno dei Massimo Volume tra rock e letteratura

di Silvio Bernelli



I Massimo Volume sono tornati con Il nuotatore, il settimo album in trent’anni di carriera. Il disco, il cui titolo arriva dal racconto omonimo dello scrittore americano John Cheever, rappresenta l’ennesima tappa del viaggio tra rock d’avanguardia e letteratura del gruppo bolognese. Basterebbero già queste note per raccontare la centralità dei nostri nella scena culturale italiana, dove generalmente musica e letteratura sono poco abituate a parlarsi. Il redattore culturale medio di un giornale, uno che legge scrittori di valore come, per fare un nome, Mauro Covacich, di solito pensa che gli U2 siano un gruppo sperimentale e Francesco Guccini il più grande autore vivente. Viceversa, molti musicisti colti non hanno mai letto una pagina di Laura Pariani. Tra i vari comparti del Belpaese si dialoga poco, insomma. In fondo, cosa c’è di più rassicurante che stare nel proprio orticello?

Tra i pochi musicisti a rompere il muro tra una disciplina e l’altra ci sono stati i compianti Offlaga Disco Pax e, appunto, i Massimo Volume. Musica sempre in bilico tra introspezione e impatto e testi che – attraverso la tipica declamazione del front man Emidio “Mimì” Clementi – anche nel Nuotatore infilano la lama nelle carni di tante esistenze difficili, frantumate in schegge narrative non così lontane da quelle cesellate decenni fa da Raymond Carver (e il suo editor Gordon Lish). D’altronde Clementi, oltre a essere il “cantante” e paroliere dei Massimo Volume, è anche uno scrittore dotato di una certa forza, vedi ad esempio la raccolta di racconti La ragione delle mani pubblicata da Playground nel 2012.

Oggi appare chiaro come, nel corso di trent’anni di carriera, i testi dei Massimo Volume abbiano saputo raccontare l’epica discesa del nostro paese, sprofondato in una crisi morale e politica a cui nessuno sembra in grado di opporre un progetto, un’idea, una speranza. Una sensazione di avvitamento e resa riassunto così da Clementi: “Amica prudenza/ sorella dimessa/ tienimi lontano dai posti bui” (Amica prudenza). È questo un presente al quale si guarda spesso con gli occhi rivolti a un passato che non smette mai di passare: “Sono stanco di pentirmi/ di quello che ho desiderato (Nostra signora del caso).

Se quindi i testi del Nuotatore, sebbene leggermente meno autobiografici del solito, restano sullo stesso piano rispetto ai dischi precedenti, le novità vanno ricercate in quello che è l’altro peculiare marchio di fabbrica dei Massimo Volume: il suono. L’elettronica usata nel precedente Aspettando i barbari (2013) viene accantonata in favore di un maggior equilibro tra intimismo poetico e marzialità elettrica dovuto a un diverso impasto di chitarre. Perso per strada il chitarrista Stefano Pilla, qui è lo storico chitarrista del gruppo Egle Sommacal a suonare tutte le parti. Il risultato è più raffinato e meno “rumoroso” e aspetta la riprova dal vivo, da sempre la dimensione più adatta ai Massimo Volume. In ogni caso, grazie a questa nuova formula sonora, o chissà, magari nonostante questa, Il nuotatore si rivela un lavoro degno dei dischi più riusciti del gruppo come Lungo i bordi (1995), Da qui (1997) e Cattive abitudini, il disco della riformazione nel 2010. A proposito, il fatto stesso che, in una storia della musica costellata da pessimi ritorni in scena, i Massimo Volume siano riusciti a ripartire da zero con una nuova carriera e portarla avanti con idee e coraggio, è un miracolo che andrebbe festeggiato a prescindere dal plauso che Il nuotatore si merita.

Silvio Bernelli








pubblicato da s.bernelli nella rubrica a voce il 14 febbraio 2019