Discorsi sul metodo

Antonio Moresco intervistato da Vanni Santoni



Un estratto da un’intervista rilasciata da Antonio Moresco sul proprio metodo di scrittura, apparsa a ottobre sul blog "minima&moralia".

Moresco sul set de "La lucina" di Badolato e Costantino

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Lavoro per brevi periodi all’anno, perché nel resto del tempo mi lascio ghermire da altre imprese: lunghi ed estremi cammini, follie cinematografiche e di altro tipo, illusioni, delusioni, fantasticherie… Però quando chino la testa sul tavolo lo faccio in modo concentrato al massimo e con disciplina militare.
Lavoro circa sei ore al giorno, perché non potrei sostenere più a lungo la tensione. Non mi prefiggo un certo numero quotidiano di pagine da raggiungere perché ci sono zone del libro più o meno ardue, parti più dialogate e altre meno, ci sono inizi (come quello in cui sono conficcato adesso) talmente impennati e dove sento talmente l’attrito dell’invenzione che riesco a scrivere solo poche righe al giorno, mentre altre volte riesco a scrivere fino a 8-10 pagine al giorno. La lucina, per esempio, è stata scritta in 14 giorni, Canti del caos in 14 anni. Ma non c’è differenza: 14 giorni e 14 anni sono esattamente la stessa identica cosa.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo per lo più nella camera dove dormo, su un tavolino in fondo al letto, spostando ogni volta pile di cartelle e di manoscritti da questo tavolino al letto e viceversa. Ma anche in un sottotetto oppure in un luogo dove, quando posso, vado a isolarmi. Però sempre in un posto mio, che conosco, dove ho respirato e scritto, dove la bestia ferita non ha paura di mettere la testa fuori dalla sua tana.
All’inizio scrivevo per lo più di pomeriggio e di notte, adesso di mattina. Mi alzo presto e scrivo fino alle 13-14, perché di mattina il tuo corpo e la tua mente sono più riposati e più forti e possono sostenere meglio l’urto dell’invenzione, perché la tensione è tale che devono passare molte ore tra quando scrivo e quando vado a letto per riuscire ad addormentarmi.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Tutte e due le cose insieme. Scrivendo solo per brevi periodi all’anno, le cose che poi metto al mondo hanno un’incubazione lunga dentro di me. Cammino con agendine e foglietti nelle tasche della camicia, su cui scarabocchio immagini, idee, spunti che mi assalgono all’improvviso, fermandomi lungo la strada per poterli fissare con le parole esatte attraverso cui affiorano alla mia mente. Però poi, quando arrivo all’impatto, capisco che gran parte di quello che credevo di sapere non mi serve più, era solo un avvicinamento, un diaframma che devo attraversare e sfondare, che è tutto da affrontare e inventare al momento. È come se ci fosse una parete verticale di fronte a me su cui, mattina dopo mattina, devo riuscire ad arrampicarmi a mani nude.

Per leggere l’intervista nella sua integralità vai qui.








pubblicato da j.costantino nella rubrica in teoria il 13 febbraio 2019