Una notte nella foresta

Blaise Cendrars



Blaise Cendrars

Con quest’ultimo colpo l’editore Lamantica si consolida in pole position tra i miei editori preferiti. Dopo Se scopro un bel libro devo condividerlo con il mondo intero. Estratti del carteggio 1934-1959 tra Henry Miller e Blaise Cendrars e Due testi teatrali di Agota Kristof, Lamantica se n’esce con un terzo inedito italiano, scritto nel 1921 e fino a oggi inspiegabilmente mai apparso nella nostra lingua, Una notte nella foresta di Blaise Cendrars, nella smagliante versione della traduttrice nonché editrice Federica Cremaschi e a cura di Riccardo Benedettini che non sbaglia a definire «stupefacente» quest’opera. Una notte nella foresta rappresenta infatti uno stupefacente distillato della visione di Cendrars nonché - almeno per i più buongustai tra i lettori italiani - un autentico evento letterario.

Chi come me pone Cendrars tra le divinità di prima grandezza del pantheon novecentesco, farà di tutto per impadronirsi di questo prezioso libricino in 120 esemplari numerati con le pagine di un colore tra il verde acqua e l’azzurro cielo e - qualora malauguratamente non dovesse riuscirci - non esiterà a supplicare l’Editore di ristamparlo.

È soprattutto a beneficio di chi conosce poco o niente o male quel gigante mutilo di Blaise, affinché se ne faccia almeno una vaga idea, che ho estratto un lacerto da un mio testo di qualche anno fa. A seguire, per dare un assaggio della prosa di questo smisurato e commovente scrittore, pubblico un brano del neonato gioiello, con il permesso di Lamantica che ringrazio per la concessione.

JC

Blaise Cendrars

Uno schizzo di Blaise

Mercante giocoliere trattorista bracciante. Apicoltore, ammaestratore di cani e cavalli. Lurido legionario e mutilato di guerra. Straccione. Amico di gangsters e gitani. Fratello di sangue dei migliori e dei peggiori. Libertino e puttaniere. Topo di biblioteca, ma ti accoltellerebbe con la sinistra se osassi dirglielo in faccia. Filosofo da bettola, studioso di occultismo e stregoneria. Viaggiatore, giramondo (borlingueur), e la sua faccia da schiaffi, schizzata da Modigliani, avrebbe finito per girare il mondo su un francobollo da due franchi, ventisei anni dopo la sua morte (1961). Ma soprattutto scrittore, poeta. «L’Omero della Transiberiana», lo definì Dos Passos, mentre Cocteau guardava alla sua Prosa della Transiberiana come al «vero Treno ubriaco dopo il Battello ebbro di Rimbaud». Artista della vita. La vita pericolosa (La Vie dangereuse s’intitola un suo libro).

Il paroliere che del vivere pericolosamente ci ha restituito lo scatto e l’ebbrezza, il lampo e la folgore individuali, ma anche il porcheroso rovescio, l’asservimento sanguinario dell’avventura a tetri fini statali, a profitto di una casta di avidi minorati, ovverossia: la guerra (e ci sono pochi libri sulla Guerra grandi come La mano mozza, quasi che per scrivere della guerra si debba perdervi una mano e scrivere mancini, nella lingua del nemico) (Louis-Ferdinand Céline, altro gigante errabondo della scrittura, altro scrittore della guerra mondiale, sia la Prima che la Seconda, e perennemente in guerra, anch’egli dalla Grande Guerra è stato reso invalido, invalido al 75%, col braccio destro menomato a vita).

Agli occhi di Henry Miller, suo devoto, Cendrars è: una massa poetica scintillante dedicata all’arcipelago dell’ignoto; «un uomo d’azione, un avventuriero, un esploratore, un uomo che ha appreso come “sprecare” regalmente il suo tempo»; il colosso letterario del secolo; «il Giulio Cesare della letteratura»; il più solitario e il più libero di tutti gli uomini.

(Jonny Costantino, Blaise Cendrars. Occhi intinti nella vita, “Rifrazioni. Dal cinema all’oltre”, numero 12, maggio 2013, pp. 82-83)

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Di cenere e di brace

Cos’era capitato a Dio il giorno in cui creò il mondo? Era forse caduto male dall’alto? Sarebbe per altruismo che gli uomini inventarono la polvere - polvere da sparo, polvere di riso - e si misero a rimestare le budella della terra? Nella storia, tutti i grandi uomini furono terribili divoratori di uomini, perché disprezzavano la vita con superbia. Quanto a me, che non ambisco ad alcun ruolo da interpretare, mi limito a fare degli autodafé. Come indica il mio nome:

CENDRARS
Tutto ciò che amo e afferro
In cenere presto si tramuta...

Così affermava l’amico Ludwig Rubiner, che era convinto di aver trovato l’origine del mio nome in questi versi, che credo di Nietzsche:

Und alles wird mir nur zur Asche
Was ich liebe, was ich fasse.

Al che io rispondevo, ridendo di questa etimologia pragmatica:
- E Blaise viene da braise, brace. Confusione delle R - und L - laute, Herr Professor BOTAFOGO. Mi butto il fuoco addosso.
Ora, si può adorare il fuoco, ma non per questo rispettare le ceneri in eterno; perciò attizzo la mia vita e lavoro il mio cuore (e la mia mente e le mie palle) con l’attizzatoio. La fiamma si accende. Ma in verità non spero più in niente. Lo giuro. E ne sono prova l’amore e questa grande passione che abito. (Un’ultima posa, ma solo per me.) Non mi aspetto niente da ciò che amo, ma tutto ciò che non amo mi aspetta.
E lo accetto.
È per questo che non mi presto mai, ma mi dono e distribuisco gratuitamente.

(Blaise Cendrars, Una notte nella foresta, Lamantica, Brescia 2018, pp. 36-37)

Info: www.lamantica.it








pubblicato da j.costantino nella rubrica libri il 11 febbraio 2019