Bruder

Piera Ghisu



Peter Brasch è stato un drammaturgo e scrittore, nato e cresciuto nella DDR. Tra le sue opere, il dramma teatrale Santerre (ambientato negli anni della rivoluzione francese) e il romanzo Schön hausen.

Stefano Zangrando, traduttore e scrittore, ne ha seguito le tracce nel suo ultimo romanzo: Fratello minore. Sorte, amori, pagine di Peter B., uscito a ottobre per Arkadia.

Peter Brasch

PB: Come mai sei venuto qui? Sei l’unico che lo ha fatto, che ci ha provato. Tutti gli altri hanno gettato la spugna molto prima. Mi consideravano definitivamente andato, kaputt, già sepolto. E cosi sono rimasto a casa, a farmi gli affari miei, e ordinare cibo e sigarette. Con un telefono ormai puoi fare tutto.

La radio poi mi parla, e mi racconta che succede di fuori, e detto tra noi, non mi pare granché.

Ma sai cosa? L’altro giorno mi son detto: se qualcuno, chiunque esso sia, verrà a bussare alla porta, gli aprirò. E tu hai bussato. E’ una predizione, una magia. Me ne son sempre capitate, d’altra parte.

Speravo fosse uno come te, a bussare. Non troppo in là con gli anni, non troppo giovane.

Vuoi un caffè?

Così Stefano mi ha riferito del suo inconsueto incontro, avvenuto esattamente la settimana prima, presso la casa di Peter Brasch, dato per morto nel 2001.

Brasch come Elvis, come Michael Jackson, come Moana Pozzi: vivi spacciati per morti, morti stecchiti per finta.

A parte la curiosa analogia con certi miti dell’Ovest, il racconto chissà come non mi ha stupito. Proprio grazie a Stefano ho conosciuto le vicende di Peter, e mi sembrava già tanto che potesse fare cose come insegnare al Grips Theater, o frequentare qualche Kneipe. Mi sembrava già che uscire di casa per lui fosse un gran sacrificio.

Molto, molto più in linea approfittare di amici rinunciatari, e di una sorella impegnata a seguire l’altro fratello, quel Thomas Goes to Hollywood rimasto a metà strada. E sparire da Berlino. Quasi davvero, e non come quella volta al Juliette, il locale dedicato al marchese De Sade frequentato negli ultimi anni della sua vita ufficiale, per così dire.

Pare abbia organizzato tutto per bene, Peter, a partire dalle finte ceneri su cui piangere, che custodisce tutt’ora la sua ex, Petra. Si guadagna da vivere come ghost writer (chi meglio di lui). La tizia a cui corrisponde l’affitto tiene la bocca cucita per qualche euro in più, e sono entrambi felici. Una lapide non c’è mai stata, ma d’altra parte succede: come si accorse proprio Stefano, quando andò in cerca della sua tomba, trovandosi davanti un perfetto sconosciuto, anziché il suo fratello minore.

Davanti a una tazza di caffè, può capitare di entrare dentro a una storia incredibile, possono crollare tutte le certezze. Si può scoprire che c’era un bambino nell’acqua sporca, gettata via in mondovisione nel 1989. E si può al contempo vederlo materializzato, quel bambino che sembrava esser finito nello scarico della Storia, nella sua vecchia casa di Prenzlauer Berg. Perché l’idea che il comunismo europeo fosse completamente sbagliato, ingiusto, è diventata dominante, prevalente, unica. Indubitabile. E con tale liquida convinzione, come cani condizionati pavlovianamente, si è andati avanti fino a oggi, ben trenta anni dopo la caduta di quella brutta muraglia.

Peter andò a vederne le macerie un mese dopo, nel periodo di Natale. Erano iniziate le prime nevicate, e sommerse dalla neve, erano diventate piste perfette per gli slittini. Berlino e le sue macerie: la relazione più importante per la città, la chiave per capire tutto il resto.

PB: Avresti dovuto vedere, tutti a scivolare sul muro. Guten Rutsch! (in tedesco si augura buon anno cosi, il 31 Dicembre, nda)

Stefano ride ancora per questa battuta.

PB: A me questa cosa piacque, avrei voluto scrivere un pezzo per il teatro, ma non avrebbero mai accettato di mettere in scena un pezzo sul muro, e se poi diventava un classico? No, si doveva dimenticar in fretta, il prima possibile, non c’era tempo, e non c’era lo spazio per certe cose. La vera censura iniziò con l’unificazione.

Cosi rimane solo questo ricordo, e la sensazione di aver perso una buona occasione. Ti piace il caffe?

SZ: Buonissimo, sul serio.

PB: Tutto bene Stefan?

SZ: Sì, Peter. Scusami, sono piuttosto turbato da tutto questo. Sai, vi sento vicini perché ho letto un sacco di cose sulla tua famiglia, di te, tuo padre Horst, tuo fratello Klaus, e su Thomas, soprattutto lui…ed ecco, non so come dirtelo…

PB: Cosa? Cosa devi dirmi?

SZ: Ecco, forse non sai una cosa di Thomas…

PB: Che è morto? Oh, lo so bene, lo so eccome. So che lo hanno seppellito tra i grandi berlinesi, al Dorotheen. Per me Thomas, sarebbe stato comunque acqua passata. Sai che una delle ragioni per cui decisi di darmi per morto è stato proprio lui? Non ne potevo più, era diventato assillante negli ultimi tempi, mi cercava in continuazione per attaccarmi tutte le sue paure, le sue paranoie da fratello maggiore e cocainomane all’ultimo stadio. Mi avrebbe trovato dappertutto ma non qui, questo è un posto poco glamour per i suoi standard, ero certo non mi avrebbe manco cercato. Avrà trovato altri esseri umani da contagiare. Quando ho capito come funzionavano le cose con lui, questo suo modo di svuotarsi da ogni peso, ho iniziato ad allontanarmi ed è iniziata la persecuzione. Dal canto mio, gli ho detto tutto quello che avevo da dirgli, e quando è cosi, per me una relazione si può dirsi conclusa, e si può anche scomparire per sempre.

SZ: Quindi, una volta morto Thomas, avresti potuto uscire da qui, no? Perché sei rimasto?

PB: Indovina?

SZ: L’ho chiesto io.

PB: Mmm, ci casco sempre. Mi piacciono di più le domande.

Sono rimasto perché poi ci ho pensato, a questa cosa della paura, e ho capito che tutti mi attaccavano la propria, non solo Thomas. E soprattutto dopo l’89. Il comunismo, sai, ti faceva sentire in qualche modo protetto. Questa palese presenza di paletti, questa tendenza a confezionare un po’ tutto per tutti, lavoro compreso, be’, alla fine era una vera pacchia. Nessuno aveva davvero paura. Si era tutti cosi liberi da pensieri di ordine quotidiano, che si poteva fantasticare a piacimento. Prendi le mie opere: cosa credi che ci facciano tutti quegli animali? Non ho mai dovuto avere pensieri reali, perché a quelli ci pensava il socialismo. Quello che mi restava da fare, era godermi il resto. Vivere di visioni. L’alcol, mica era per dimenticare il presente. Ma perché ci si poteva prendere il lusso di solenni sbornie, caro mio. Ah sì. Anche di lunedì.

Quando sento raccontare tutto questo, mi vengono in mente certe scene di Fratello minore. E bisogna ammettere che quadra, quadra tutto. In effetti per i Brasch, ebrei convertiti al cattolicesimo e al comunismo, doveva proprio esser stata così tanto una pacchia, essere una Funktionärfamilie, che l’unica cosa che restava da fare, era morire giovani e belli, e con la bottiglia in mano. Anche solo per finta. Per un attimo penso che in realtà nessuno di loro sia morto, ma vivano tutti nascosti in qualche appartamento della capitale, tutti con radio e sigarette accese, aspettando il momento in cui si inizierà a recuperare quel passato di fatto di utopia, e si potrà uscire, e guardare il cielo di Berlino, il famoso cielo di Berlino.

Lo dico a Stefano, mi guarda e inizia a ridere, più che per la storia del Guten Rutsch.

SZ: Scusa, devo andare ora. Ci sentiamo dopo, ti chiamo.

Sono passati circa due mesi da quella volta. Stefano non l’ho più sentito da allora. Ho provato a chiedere ad amici comuni, ma nessuno mi ha saputo dire nulla. Decido quindi di fare un giro nella Choriner Strasse.

Non mi è mai piaciuta Prenzlauer Berg. È davvero tutto troppo chic e fintamente radical per i miei gusti. Troppi Spielplätze. Troppe caffetterie con torte hausgemacht e Fritzkola. Troppi vestiti di lana cotta. Poche droghe (sembra). Faccio un grande sforzo per addentrarmi tra le vie del quartiere, ma non mi resta altra scelta, per poter rintracciare Stefano a pochi giorni dal mio rientro in Italia.

Imbocco la Choriner Strasse e sento che la direzione giusta è proprio quella: seguo la pista come un segugio, quasi senza guardare, in uno stato di semi-incoscienza, e come ogni volta mi ricordo di tutte le strane coincidenze che mi son capitate, magie vere e proprie, per le quali non si deve cercare una spiegazione: proprio come disse Peter a Stefano il giorno del loro incontro.

Am Anfang war die Tat: aveva ragione Wittgenstein a citare così spesso il Faust di Goethe. Nell’azione è l’origine di tutto. E cosi mi ritrovo ferma al numero 21 della Choriner, con solo una birra una mano. Dopo averne recuperate altre due nello Späti di fronte, inizio il giro dei citofoni: Herr Müller mi apre, con la vecchia scusa della consegna.

Nel cortile, come sempre a Berlino, mi attende un nuovo bivio: quale dei tre ingressi sarà quello giusto? Be’, iniziamo con il più probabile, quello più interno. L’edificio non è certo stato ristrutturato di recente, e questo è già un buon indizio…Ma che faccio, penso? Mi metto a ragionare? Finisco la birra, rientro in bolla e seguo la voce interiore. Mi porta all’ultimo piano, il quarto. Un’unica porta. Busso.

Io, dal pianerottolo: Ho portato le birre!

Credo di non aver mai aperto così facilmente una porta: quattro semplici parole. Aladino mi ha battuto, ma aveva Allah dalla sua. Io solo un po’ di alcol.

Loro, dall’appartamento: Quanto ci hai messo?

C’è una luce speciale ora, davanti ai miei occhi. Forse è la stessa che illumina Peter, in quella foto che lo ritrae seduto a un tavolo, con quel pullover da studente e l’espressione alla Alec Guinness.

Ridono, i due. Di me, ma anche per me: per le birre fresche, credo. E per la mia espressione sconcertata (che dura poco).

Le ore trascorse con Peter e Stefano nella casa di Prenzlauer Berg valgono una vita intera. Ho capito cose che resteranno con me sempre, probabilmente, e fatto pensieri strani e nuovi, e sentito una tale comunione, una tale fratellanza…Stefano ha deciso di restare, ha incontrato il fratello che ha sempre desiderato, e non vuole rinunciarci. E non vuole rinunciare nemmeno a quella strana forma di socialismo utopistico, creatasi nel falansterio Brasch.

Esco fuori, Berlino mi regala un’alba magica. Prendo il mio smartphone per cercare di catturarla, e vedo le notifiche arrivate nel frattempo sui social: quei luoghi virtuali che sono sempre più aggregati di paure, di qualsiasi genere e tipo, specchio del momento che ci ritroviamo a vivere, in cui il denaro è la nuova forma di censura, la prima cosa da temere. Non scatto la foto. Quell’alba diventa mia.

Un corvo saltella al mio fianco fino all’angolo della strada. Vorrei anche stavolta seguire il mio istinto, e farmi condurre chissà dove. Magari a cercare i miei fratelli maggiori, magari R.W. Fassbinder, o addirittura W. Benjamin, e la sua valigia nera. Ma ho bisogno di riposo, ora. E di dare un nome a ciò che ho vissuto, diverso da quello che si scrive da trent’anni








pubblicato da j.costantino nella rubrica racconti il 6 febbraio 2019