“La lucina” al Cinema Lucerna (Praga)

alla presenza (in attesa di conferma) di Franz Kafka



PRAGA, giovedì 31 GENNAIO, ore 18:00

Proiezione del film La lucina (2018, di Fabio Badolato e Jonny Costantino, con Antonio Moresco e Giovanni Battista Ricciardi), alla presenza di Fabio Badolato, Jonny Costantino, Antonio Moresco e Franz Kafka (in attesa di conferma).

Sala piccola del CINEMA LUCERNA
(Vodičkova 704/36, Praga 1)

ingresso libero
maggiori info: qui

www.lalucina.xyz www.bacoproductions.org

"La lucina" di Fabio Badolato e Jonny Costantino

Il Cinema Lucerna non è semplicemente un cinema, il cinema ancora attivo più antico della Boemia, se non addirittura il cinema attivo più antico d’Europa, come qualcuno afferma online, dal momento che le prime proiezioni risalgono alla fine del 1907. Quando si parla del Lucerna il riferimento storico non è tanto al cinema bensì a quel che il Lucerna fu e non è più: il leggendario Cabaret Lucerna, il teatro di varietà per eccellenza della Praga primo-novecentesca. Nell’anteguerra il Lucerna vantava tra i suoi abituali avventori nientemeno che Franz Kafka e l’amico Max Brod, un duo così aficionado che il biografo Klaus Wagenbach arriva ad affermare che il variété rappresentava per loro «la maggiore attrazione» (Due passi per Praga insieme a Kafka).

Dal settembre 1910, quando il Lucerna aprì i battenti come cabaret, era lì che Kafka sgattaiolava appena possibile per sguinzagliare i propri occhi sulle cosce guizzanti delle danzatrici e sugli scatti di ballerini swinganti come marinai affetti da quella forma di encefalite reumatica nota come ballo di San Vito. Era lì che Kafka portava la sua anima gonfia di disperanza e bisognosa di danza. «E Dio solo sa se io capisco la danza!», scrive a Felice Bauer in una lettera dell’8 marzo 1913. Un bisogno di danza, quello di Kafka, che assimila questo scrittore con l’abito mentale della preda — in una sorta di perversa complementarità — al grande predatore letterario del secolo breve (o lunghissimo, a seconda dei punti di vista), a quel tombeur fanatico di ballerine che fu Louis-Ferdinand Céline.

È al Lucerna che, il 29 settembre 1911, al termine di una giornata di riflessioni goethiane (come apprendiamo dalla lettura dei Diari), Kafka si abbandona al mestiere di artisti della ribalta quali la canzonettista Lucie König (con la sua «faccia stropicciata» e il «viso di pastafrolla»), il mimo Longen (con la sua bravura faticosa, insignificante, priva di piacere ma non del tutto, altrimenti «non potrebbe essere eseguita ogni sera», con quel suo ammanco di bravura arrotondato dal sovrappiù dell’applauso, un applauso che sembra rispondere a un «bisogno sociale», e con il suo salto finale da clown, quel suo zompare dalla seggiola dentro il vuoto dietro le quinte), il cantante Vaschata («così cattivo che si rimane presi dalla sua vista», ma almeno dotato di «una forza animale della quale soltanto io mi rendo conto»), il cabarettista Fritz Grünbaum (capace di colpire con la desolazione «soltanto apparente»,«a quanto si dice», della propria esistenza), Odys la ballerina (con i suoi fianchi rigidi e le ginocchia rosse: la magrezza in persona). Se questo è il resoconto diaristico di una singola serata al Lucerna, ci vuol poco a immaginare quale sia stato l’impatto di questo luogo di contorsione fisica e spirituale sull’immaginario e sull’immaginazione dello scrittore all’epoca quasi trentenne.

Nell’agosto 1917, spronato da una diagnosi di tubercolosi, Kafka si rintana per qualche mese a Zürau, un villaggio della Boemia nordoccidentale dove la sorella Ottla possiede un podere che manda avanti a fatica. I pochi amici di Franz sentono la sua mancanza e lo reclamano a Praga. A settembre Elsa Brod, la moglie di Max, gli spedisce la cronaca particolareggiata di una serata al Cabaret Lucerna accludendo una fotografia dell’allora direttore, il comico Ignaz Rolf Wagner. È probabile che l’obiettivo della lettera fosse far venire a Franz l’acquolina per la vita cittadina. La missiva però non sortisce l’effetto sperato. Il grugno di Wagner, più che stuzzicare appetiti lucerneschi, rimanda il destinatario al grugno di un suino di sua conoscenza. Con queste parole Lo scrittore chiosa la lettera di risposta inviata i primi di ottobre (integralmente leggibile in Questo è Kafka? di Reiner Stach): «Come vede, cara Signora Elsa, anche noi a Zürau abbiamo il nostro Lucerna, e sarei felice di mandarLe un prosciutto fatto con il nostro maialino per ringraziarLa della foto di Wagner, ma in primo luogo l’animale non mi appartiene e in secondo luogo, pur nell’agio in cui vive, ingrassa con tale lentezza che, per nostra gioia (mia e di Ottla), ci vorrà ancora un bel po’ prima che lo si possa macellare». Lì dove Kafka adesso si trova e dove ha trovato la concentrazione per distillare gli adamantini Aforismi di Zürau, la foto del sommo cerimoniere della mondanità praghese fa rotolare il pensiero del Nostro, letteralmente, in una porcilaia.

Amante del balletto e del varietà, Kafka non disdegnava il cinema, capace di regalargli uno «smodato divertimento», e frequentò il Lucerna anche quale consumatore di immagini animate. A monte però la sua posizione nei confronti dello spettacolo cinematografico, di questo «giocattolo grandioso», era estremamente critica. Sentiva che il cinema era qualcosa da cui bisognava proteggersi. C’era qualcosa nel cinema che gli risultava «insopportabile». Dialogando con Gustav Janouch a proposito di Charlie Chaplin, Kafka ebbe a dire: «Gli uomini non hanno fantasia. Qui comincia il lavoro di Chaplin. Come un odontotecnico fabbrica dentiere, così lui fornisce protesi alla fantasia. Le protesi sono i suoi film. Tutti i film sono protesi della fantasia». Sempre con Janouch: «Il cinema disturba la vista. La rapidità dei movimenti e la successione delle immagini costringono a una visione superficiale. Non è lo sguardo che s’impossessa delle immagini ma sono loro a impossessarsi dello sguardo. Inondano la coscienza. Il cinema costringe l’occhio che finora è stato nudo a indossare un’uniforme». Ancora: «I film sono cortine di ferro». E a mo’ di stoccata finale: «Cinema dei ciechi! I cinema dovrebbero chiamarsi tutti così» (Conversazioni con Kafka).

Antonio Moresco, Fabio Badolato e io convergeremo a Praga martedì 29 gennaio da tre città diverse (Milano Lione Bologna) per la proiezione della Lucina che avrà luogo giovedì 31 al cinema Lucerna, ancora oggi fulcro della vita cinematografica praghese nonché luogo capitale di quella che André Breton ha definito la «capitale magica» d’Europa.

«Io dico: se cerco un’altra parola per dire arcano trovo soltanto la parola Praga», afferma Angelo Maria Ripellino in Praga magica. Ebbene: entrati senza difficoltà nell’ottica dell’arcano che ci attende, Antonio, Fabio e io abbiamo chiesto ai nostri amici di Praga di organizzare una seduta spiritica per invitare Kafka alla proiezione della Lucina. Ammesso che Franz risponda e accetti l’invito, ammesso che decida di volare verso di noi dall’aldilà dove sta con quelle implumi ali che sono le sue orecchie a sventola (l’immagine è di Moresco), ammesso e non concesso, gli chiederò di sedersi accanto a me. Chiederò a Kafka di sedersi accanto a me per l’onore e il piacere supremi della vicinanza con questo mostro della parola scritta, certo, ma pure con un doppio fine che non compirò l’ingenuità di rivelargli: scrutarlo, spolparlo con gli occhi, mentre lui guarda La lucina. Proprio così: guardare il nostro film sullo specchio limpido degli occhi di Kafka.

Amante del varietà ma ancor più della verità, Franz Kafka, che ha visto molto e ha presentito (e presentendo ha previsto) ancora di più, è morto nel giugno 1924. Il cinema era ancora un infante che tre anni dopo, cantando, avrebbe imparato a parlare. Doveva ancora maturare un cinema in grado di comprendere e problematizzare, fino alle estreme conseguenze poetiche, la critica di Kafka. Un cinema risoluto a nutrire la fantasia invece che munirla di stampelle, prolunghe, imbracature, arti artificiali. Un cinema pronto a dire quello che Kafka diceva di sé: «Il divertimento è per me una faccenda troppo seria». Un cinema che non sequestra lo sguardo ma lo affranca lasciandolo libero di spaziare in immagini abitabili nella loro polisemia, di scorrazzare in un’ambiguità che è quella della vita stessa, ma riquadrata intensificata quintessenziata. Un cinema che con una formula oltremodo generica, valida per approssimazione, sarebbe stato chiamato «cinema contemplativo». Un cinema che straccia le uniformi e si offre nella sua nudità, una nudità tremante, se non di freddo, di emozione. Un cinema che reinsegni a vedere, visto che siamo tutti ciechi, almeno in una certa misura, ciechi che pur vedendo non vedono. Un cinema che disaccecchi. Un cinema disposto a sfasciarsi come giocattolo per divenire ciò che Kafka chiedeva alla grande arte: «una mano tesa nelle tenebre».

Sì, vorrei starmene gomito a gomito con Kafka e dopo la proiezione condividere con lui un lungo silenzio notturno mentre facciamo la strada che dal cinema Lucerna conduce a quella che è stata casa sua in via Celetná. Lo vorrei non solo per amore dello scrittore, per la fiducia che nutro nel suo genio unico, di uno stampo smarrito. Lo vorrei perché sul cinema la penso come Kafka, eh già, penso tutto il male che si può pensare sul cinema che va per la maggiore, sul cinema merce che monopolizza le sale, su questo cinema corrente irredimibilmente brutto e asfittico, inconsapevolmente demenziale. Cineimpiastro tarato sulla volgarità vittoriosa. Videogame passivo per decerebrati. Cabarettino per ciechi e assassinandi. Camera a gas per gli occhi. Anch’io, come Kafka, mi sento imprigionato dalla grande maggioranza rumorosa dei film che vedo, persino dei film che non vedo. Eppure faccio film.

Tutto pensavo, quand’ho iniziato ad accorpare queste riflessioni, tranne che sarei finito per scriverti una lettera. Parola dopo parola mi accorgo che sto scrivendo proprio a te, che perlomeno interiormente da un paio di paragrafi mi sto rivolgendo a te. Snocciolo frasi e vedo te. E tu mi vedi, mi senti, Franz? Ti arriva qualcosa di questo mio febbrile sditacchiare? Un brusio, una vibrazione? Se sì, mandami un segnale. Non occorre niente di plateale. Non serve che fai volare per terra, rovinosamente di dorso, La filosofia del boudoir, so già cosa pensi del Marchese de Sade. Mi basta un segnale minimo, con i tuoi tempi naturalmente, magari prima della partenza per Praga se non chiedo troppo, sarebbe di buon auspicio, tipo una blatta che da dietro il battiscopa fa capolino, tra il vedo e non vedo, giusto un salutino.

Mi permetto di parlarti con tale confidenza perché anni e anni trascorsi in intimità coi tuoi scritti hanno ingenerato in me il sospetto di non essere troppo lontano da te, se non altro per quanto concerne certe esigenze visive, per un modo di concepire la visione di cui la tua critica al cinema è espressione. Quello che vorrei dirti, caro Franz, presumendo forse a torto che tu abbia perso di vista il cartellone cinematografico dell’ultimo secolo — vorrei dirti che ci sono stati e ci sono ancora film che osano addentrarsi in una vita che è anche morte, in una realtà che è essenzialmente abisso, film in cerca di quel nucleo pulsante che tu hai chiamato indistruttibile. Quell’indistruttibile di cui le immagini, se precipitati di una tensione verace, sono capi d’abbigliamento che cadono durante la visione, zuppi delle secrezioni della retrostante ferita. Quell’indistruttibile sul quale abbiamo fatto la nostra puntata di sopravvivenza oltre quell’interruzione di funzioni biologiche che abbiamo chiamato morte.

Caro Franz, ci tengo a dirti che, persino in uno scenario regredito e degradato come quello odierno, possono trovare la spinta e l’audacia per nascere film che non sono cortine bensì lucerne e lucernari. C’è ancora, sebbene non sia una passeggiata di salute, la possibilità di un cinema che porti luce nella nostra densissima notte. Dipende dall’autore piazzare l’apertura al piano terra, contro il cielo, sui sotterranei del proprio cuore spaccato, e mantenerla il più pulita possibile. A ciascuno la sua feritoia, il suo abbagliamento, il suo grado di purezza e sporcizia.

È in questa direzione, con questi sentimenti, con questi intendimenti, che faccio film. Con tutta la forza della nostra metamorfica piccolezza, insieme a Fabia Badolata e Antonia Moresca (per chiamarli in ceco, la lingua che «più ti sta nel cuore», come scrivi a Milena, pur essendo il tedesco la tua lingua materna), faccio e facciamo film che ambiscono a spezzare le sbarre del cinema. È per queste e altre ragioni, sulle quali sarebbe dispersivo soffermarmi in questa sede, che Antonia, Fabia e io saremmo incommensurabilmente e scompostamente felici qualora volessi prendere in considerazione l’ipotesi di presenziare in qualità di ospite d’onore alla première del nostro sofferto film nella tua città, la prima internazionale, in attesa dell’invito ufficiale che formalizzeremo a breve in adeguato contesto spiritico.

Jonnyho Costantina

Franz Kafka

www.lalucina.xyz
www.bacoproductions.org








pubblicato da j.costantino nella rubrica cinema il 27 gennaio 2019