«dove sono io non c’è luogo»

Nelly Sachs e Anna Ruchat



Quattro poesie di Nelly Sachs (tradotte da Anna Ruchat) e una (per Nelly Sachs) di Anna Ruchat.

Coro degli orfani

Noi orfani
Noi denunciamo il mondo!
Hanno falciato e gettato nel fuoco
Il nostro ramo
Hanno fatto legna da ardere dei nostri protettori –
Noi orfani distesi sui campi della solitudine.
Noi orfani
Noi denunciamo il mondo:
Nella notte i nostri genitori giocano con noi a
nascondino –
Dietro le nere pieghe della notte
Ci guardano i loro volti,
Le loro bocche dicono:
Legna secca eravamo, nelle mani di un taglialegna –
Ma i nostri occhi sono diventati occhi d’angelo
E vi scrutano
Attraverso le nere pieghe della notte
Guardano oltre
Noi orfani
Noi denunciamo il mondo
Pietre sono ora i nostri giocattoli
Pietre hanno volti di padre, di madre
E non appassiscono come fiori, non mordono come
animali –
E non bruciano come legna secca, quando li si
getta nella stufa –

Noi orfani, noi denunciamo il mondo
Mondo perché ci hai sottratto le morbide madri
E i padri che dicono: figlio mio mi rassomigli!
Noi orfani non somigliamo più a nessuno in
questo mondo!

O mondo
Noi ti accusiamo!

*

Quando venne la grande paura
mi feci muta –
un pesce con il lato della morte
verso l’alto
bolle d’aria
ripagavano il respiro che lottava

Tutte le parole in esilio
nei loro nascondigli immortali
dove la spinta alla procreazione deve sillabare
i suoi parti di stelle
e il tempo perde il suo sapere
negli enigmi della luce –

*

L’angelo pietrificato
grondante ancora memoria
di un precedente universo
senza tempo
vaga nel reparto delle donne
rinchiuso in una luce d’ambra
visitato da una voce primordiale
precedente al morso della mela
cantando all’alba
per troppa verità –

E gli altri pettinano i capelli per l’infelicità
e piangono
quando i corvi fuori
dispiegano il loro nero a mezzanotte.

*

La linea curva del dolore

La linea curva del dolore
che segue a tentoni la geometria divinamente accesa
dell’universo
sempre sulle tue tracce di luce
e di nuovo oscurata nel mal caduco
per questa impazienza di arrivare alla fine –

E qui, tra le quattro mura nient’altro
che la mano pittrice del tempo,
embrione di eternità,
con la luce delle origini sulla testa
e il cuore, un esule incatenato,
che si libera dalla sua vocazione: essere
una ferita.

Nelly Sachs

Nelly Sachs (1891-1970), poetessa ebrea berlinese, si salvò scappando nel 1940 a Stoccolma, dove visse in povertà, sostenuta dalla comunità ebraica locale. Nelly Sachs, si abbandonò in quel contesto alla poesia, e a più di cinquant’anni, con la guerra che infuriava e poi con le notizie dei morti che arrivavano dai campi, scoprì in sé una voce potente. In quell’esilio solitario e tutto circondato dai fantasmi di coloro che si erano dissolti “come fumo nell’aria”, la laica Nelly si appoggia per un verso alla poesia surrealista svedese, che va traducendo, e per un altro alla lettura del primo capitolo dello Zohar, che trova nella biblioteca della Comunità ebraica. Straziata da quanto le accade intorno (nel 1950 morirà anche la madre) e sempre più assorbita dalla mistica ebraica, che conosce attraverso le traduzioni e i commenti di Gershom Sholem, la Sachs proietta una linea di salvezza nell’alfabeto. L’assillo dei fantasmi e delle ombre comporta tuttavia, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, frequenti ricoveri nell’ospedale psichiatrico di Beckomberga.
Tra il 1947 e il ’71 pubblica sette raccolte di poesia e diverse opere teatrali. Dagli anni Sessanta la fama di Nelly Sachs diventa internazionale e nel 1966 riceve il Premio Nobel. Muore a Stoccolma nel 1970.
Il piccolo appartamento dove Nelly Sachs ha vissuto, con i suoi libri, le pietre messe nelle ciotole e sugli scaffali, la macchina da scrivere che troneggia enorme sul tavolino bianco e la foto sbiadita, del porto che vedeva dalla sua finestra, è stato ricostruito in due stanze al sesto piano interrato della kungliga biblioteket di Stoccolma, in attesa di una sistemazione accessibile al pubblico. Da anni non si può visitare.
In superficie la Svezia le dedica un parco e un piccolo spazio espositivo nel museo del st. Gertruds Sjukhus, cittadella della psichiatria a Västerviks, nel sud del paese.

per Nelly Sachs di Anna Ruchat

Ti ha sepolto la Svezia
con il corpo vivo dell’ alfabeto

ti ha sepolto il tuo secolo
«un salice piangente
chino sull’incomprensibile»

Il tuo nome antichissimo
cristallo risucchiato
sei piani più in basso
tra muri bianchi di silenzio

eppure ancora si distingue la tua voce
«preghiera di sabbia»
nella schiera stanca dei profeti

Nelly Sachs








pubblicato da j.costantino nella rubrica poesia il 25 gennaio 2019