Fiaba del cane che morì e il padrone no

Maria Cerino



C’eravamo già domandati in due dove fosse Mani, e stavamo raggiungendo nostro padre nel salone (ci appariva adesso di spalle, i capelli d’argento vaporosi e lisci che riverberavano la luce crepitante del fuoco quasi che quel momento di solitudine non fosse un caso, affollata com’è la nostra casa durante le vacanze natalizie, ma un espediente per tenerci a distanza noi tutti) per sapere che ne fosse stato di Mani, la cagna, che non si vedeva in giro per casa da diverse ore. Nostro padre se ne sta seduto dandoci le spalle, non sappiamo se l’intera casa sia stata costruita intorno a questa semplice richiesta Fate in modo che mi si veda solo di spalle, tutt’al più di profilo, o se con gli anni abbia trovato la sua posizione in ogni stanza lavorando per la sua preferenza e tramando per lasciarci a osservarlo così come se stesse sempre sul punto di andarsene. E mentre papà appena spenta una sigaretta con il suo movimento di polso veloce afferrava già il pacchetto per sfilarne un’altra e avviarla direttamente da un carbone attizzato, il suono del campanello lungo e stridulo più del solito aveva distratto mio fratello e me dalla sua schiena per catapultarci verso il portone ma solo noi due mentre lui se ne stava ancora là seduto sul divano con la sigaretta impiccata alla bocca e il fuoco che gli accendeva gli occhi a intermittenza.

I cani degli uomini buoni sono condannati, i cani degli uomini giusti sono maledetti.

Prima di Mani c’era stato un altro cane, un bastardello di media taglia che da cane di quartiere era diventato nostro, un passo alla volta partendo dal vicolo poi il cortile poi sotto le scale e via via ogni gradino con pazienza fino ad arrivare a bussare alla porta con il suo muso umidiccio. Non aveva mai accettato di diventare a tutti gli effetti domestico, dormiva e mangiava sull’uscio e il resto del tempo lo passava a zonzo ma sono certa che se qualcuno gli avesse chiesto a chi appartieni, e fossero stati entrambi capaci di interpretare l’uno la lingua dell’altro, il bastardello avrebbe risposto appartengo a loro; un giorno gli hanno dato da mangiare veleno, veleno blu direttamente dalle mani a un cane che fino a sei mesi prima, indovinata l’intenzione, gliel’avrebbe strappate a morsi. La nostra vicina se ne stava ferma ma con nel corpo un’elettricità incontenibile cosicché nonostante l’immobilità della figura i capelli miravano verso l’alto dando alla figura una drammaticità che solo vecchie pellicole da cinema avevano riservato a gente anonima e di provincia quanto lei, accanto aveva la nipote, una bambina grassottella sui cinque anni ugualmente trascurabile tranne durante il mese di dicembre quando – con lo stesso coefficiente di ereditarietà dell’anonimato di famiglia – con i fratelli maggiori e lo zio e, a volte, anche la zia ventenne, passano intere ore a lanciare petardi dal loro balcone verso la strada ma raggiungendo inevitabilmente le scale di casa nostra.

Anche Mani ha un passato da trovatella però è un bracco, un bellissimo bracco italiano di quelli che potreste trovare raffigurati in un dipinto di qualche celebre o quasi celebre pittore inglese dell’ottocento. Il pelo corto e folto luccica di un marrone ramato e a ogni suo movimento disegna delle onde tanto morbide e meravigliose da indurre a chiederci almeno una volta ogni tre ore cosa abbiamo mai fatto per meritare un cane così bello. Mani arriva dalla montagna che abbiamo alle spalle, era un cane da caccia ma non lo è più, all’improvviso – e credo che questo momento sia arrivato piuttosto in fretta nella sua carriera da cacciatore di lepre – ha deciso che non voleva fare quella vita, è scappata, ha vagato per i boschi fino a morire quasi di fame e, trovato un sentiero per il paese, è arrivata da noi, di nuovo con il muso appiccicato al nostro portone. Di quell’istinto non ha conservato nulla tranne il terrore: se sente uno scoppio, un tonfo, qualcosa che cade si infrange precipita collima, scappa e tremante si nasconde nell’angolo di casa che ha deciso essere il più sicuro, lontano dalle finestre, in fondo a tutto e credetemi se la guardate mentre si acciambella sul pavimento freddo potete vedere nei suoi occhi l’orrore di un sopravvissuto alla guerra. Dalla mano della bambina scendevano lenti piccoli rivoli di sangue tanto da sembrare più che il sangue vivo il disegno delle sue venucce piccole e in controluce, la nonna dopo qualche secondo di silenzio come se volesse lasciare al sangue la prima parola, prima che io facessi in tempo a prendere tra le mie la piccola manina e tamponarla con un fazzoletto, sbandierava di qua e di là il braccio della nipote tenendola con troppa forza tanto da sollevarla tutta (nonostante il peso) nella sua confusione di bambina piccola spaventata ma pronta al prossimo guaio, e ripetendo solo queste parole, per tre volte, confermando quello che già il suono del campanello aveva annunciato come cattivo presagio: Il cane muore, ve lo ammazzo io.

Pure nostro padre è bello tant’è che quando Mani, la bellissima Mani, è arrivata davanti al nostro portone e io ho aperto mi è sembrato che mi stesse chiedendo di lui. Altri eventi, comportamenti, gestione di tempo e di spazio hanno decretato che il padrone, e il preferito, risultasse davvero lui. Mani e papà, se li incontravi per strada non ti avrebbero mai riconosciuto, presi com’erano a guardarsi tra loro.

Papà, Mani?! Papà? Durante le vacanze natalizie le valigie si preparano più velocemente, si sa con una certa risolutezza ciò di cui avremo bisogno, praticamente tutto quello che non abbiamo sottomano, tutti gli oggetti che la casa in quei giorni ingoia come in una sorta di incantesimo che ti impedisce di ricordare cosa si è quando si è fuori, oltre il brilluccichio dell’albero. A nessun neogenitore verrebbe in mente di spendere ore in quei giorni a insegnare al proprio bambino parole come spazzolino, la precedenza l’avrebbero regalo, dolce e buono. Così senza neppure pensarci ho messo nel trolley le cambiate eleganti e quelle giornaliere di papà, le mutande e i calzini, le pantofole e gli stivali da neve, sciarpe e un secondo cappello di lana, anche lo spazzolino e tutto il necessario per lavarsi, un paio di romanzi e un saggio sulla sociologia del lavoro, l’ho chiuso e con mio fratello che mi scortava e nostra madre che ci osservava dalla porta della cucina – anche lei aveva preparato un’altra borsa con cibo e bevande – mi sono avvicinata e, accarezzata la testa di Mani (era appena tornata quasi strisciando, è uso per i bracchi cercare di mimetizzarsi quando subodorano un pericolo), desiderando invece di accarezzare quella di papà gli ho detto Vai, papà, vai. Non ha preso i bagagli ma afferrata la cagna dal collare, senza cattiveria alcuna, sono andati via per rifugiarsi (lo abbiamo capito dal rumore metallico della porta) nella piccola cantina al piano inferiore.

Preso posto sul divano ho notato che papà aveva dimenticato lì le sue sigarette e questo invece di rassicurarmi sul suo sicuro rientro a casa mi ha messo nello stomaco come un’unghia lunga e sbeccata a un angolo; si sentivano le voci venire dalla strada e sembrava che quel piccolo incidente che in un tempo così breve aveva già preso le giuste dimensioni per noi che restavamo in casa, fuori si gonfiava sempre di più e interessava ogni cosa, il freddo rigido, il vento che soffiava da est, il lampione che oscillava stridendo, le saracinesche che si abbassavano, tutto ci diceva che la vergogna va risolta in fretta, dopo un certo tempo non lascia scampo. Mani all’inizio usciva per una passeggiata e tornava con buste di mozzarelle tra i denti era così divertente vederle fare il suo ingresso con il bottino penzolante da dimenticarci del tutto del derubato, a quell’ora c’era di sicuro qualcuno che stava interrogandosi sulla scomparsa della cena, desiderando le sue bianche piene succulente mozzarelle ma noi non riuscivamo proprio a preoccuparcene, Mani sei una ladra, Mani rubamozzarelle, Mani non si fa e tutti intorno a lei a ridere.

A raggiungerli in cantina è stata nostra madre, sapevamo che il primo tentativo, per quanto fallimentare, spettasse a lei per diritto. Mi tormentavo al pensiero che per mamma quella cantina potesse risultare più buia che per ognuno di noi e avrei voluto accompagnarla, tenerla sotto il mio braccio, minimizzare ogni decisione presa, persuaderla che nulla sarebbe stato fatto se lei non lo avesse desiderato quanto noi. Invece lei già tornava sola con le mani che le puzzavano del pelo di Mani che quando si spaventa tanfa di fango marcio. Poi è stato il turno a mio fratello, mio fratello odiato come solo i padri sanno odiare il figlio maschio e c’era il rischio che il discorso si spostasse e la paura, la vergogna, diventassero un regolamento di conti tra due amori che non sanno parlarsi. Avevo preso i bagagli e mi avviavo sospettando quello che poi sarebbe accaduto, papà sapeva che l’ultima a fargli visita sarei stata io e aveva chiuso la porta con la chiave per impedirmi di entrare. Papà ti voglio bene, papà puoi farlo, le valigie sono qua, ci sono anche le sigarette e il tuo portafogli con i documenti, l’auto è pronta in garage. Papà verremo a trovarti, fra qualche anno, con Mani vecchissima potrai pure ritornare, ci telefoneremo, vai, papà, ti stiamo dicendo che puoi andare, i tuoi capelli bianchi non si faranno più bianchi, il tuo corpo nodoso da vestito resterà uguale, sarà come darci appuntamento a domani.

Della felicità si sanno poche cose e tra quelle poche di certo dove non l’abbiamo trovata. Attaccata con l’orecchio alla porta sentivo il respiro del padrone e il respiro del cane, vicini. Poi come una mano che accarezza la moquette con tocco pesante, infine un crac quasi un croc di ossa spezzate. Il pianto di mio padre.








pubblicato da m.cerino nella rubrica racconti il 17 gennaio 2019