Il cammino popolare di Virgilio Sieni

Umberto Sebastiano



Ho camminato con Virgilio Sieni. Sono sudato e piacevolmente stanco, ma andrei avanti ancora per ore. In centocinquanta, fra ballerini professionisti e cittadini di tutte le età, abbiamo dato vita al Cammino Popolare, un’azione coreografica che si è appena conclusa sul lungotevere di Roma, di fronte all’isola Tiberina. Qualcuno mi fa notare che ho un sorriso profondo e sincero stampato in faccia. Per pudore lo attenuo, ma il bello di quel sorriso è che non mi appartiene: è un sorriso diffuso che illumina il volto di tutte le persone che mi stanno attorno. In questo primo giorno dell’anno tiepido e luminoso, a Roma, che eternamente muore e si compiace di generare rovine, grazie alla danza, una moltitudine di persone si è riappropriata di un pezzo di città e ha provato la felicità di percepirsi come un unico organismo impegnato in un gesto ludico e vitale. Lo scrivo senza timore di apparire retorico, lieto di scrollarmi di dosso il cinismo. E questo piccolo miracolo si è compiuto grazie alla generosità di Virgilio Sieni, ai suoi occhi chiari che invitano a specchiarsi, ai suoi piedi grandi e tormentati che appaiono sgraziati e sono invece capaci di volare.

Per prepararci al Cammino, a partire dall’otto dicembre, ci incontriamo nove volte nella sala C del Teatro India: un ambiente riscaldato, confortevole, con il parquet consumato dalle scarpe degli attori e quattro camerini posticci che hanno tende nere al posto delle porte. I ragazzi della Fondazione Romaeuropa ci dividono in gruppi a seconda della fascia oraria prescelta. Ogni sessione dura tre ore. La nostra assistente di riferimento è Lucia, una ragazza con capelli mossi e castani, occhi scuri e uno sguardo vivace. Sabrina e Delfina seguono gli altri gruppi. Immagino che gli incontri siano necessari per memorizzare i movimenti, la coreografia, ed è sicuramente così, ma il vero obiettivo, lo capisco dopo, è insegnarci un nuovo modo di relazionarci, di stare insieme. «Quello che vorrei farvi comprendere in queste ore che passeremo insieme» ci comunica subito Virgilio Sieni accogliendoci «è l’emozione di avere un corpo». Si ferma, attende, fa decantare le parole e poi continua: «E se avrete voglia di seguirmi, cercheremo di portare avanti una grande rivoluzione: quella del mettersi in ascolto». La sua voce scorre con dolcezza e soavità, accarezza, è quasi ipnotica e c’è il rischio che i concetti sfuggano via: lui ne è consapevole e ci ripete “dite di sì”, fatemi capire che avete capito. Poi ci invita a imitarlo, a riprodurre i suoi gesti: «Le mani. Spingetele lentamente in avanti, con i palmi aperti, i polpastrelli rivolti all’esterno, pronti a toccare, sondare. Non fate gesti bruschi, meccanici, prendetevi tutto il tempo necessario». Ci provo, io che non ho mai danzato, e mi rendo conto che quelle mani, le mie mani, è come se le vedessi per la prima volta: è una sensazione strana, tutto sommato piacevole, ma velata di inquietudine. L’emozione di avere un corpo può spaventare: è una consapevolezza che va accompagnata e forse preceduta da una certa dose di accettazione e di pietas. «Il movimento in relazione con gli altri, nella sua lentezza, è quello di cui bisogna godere» dice Virgilio. Percepisco quelle parole come se provenissero da un oracolo, oppure dalla mia coscienza alterata. Lui alza lentamente il braccio sinistro. Ci invita a fare altrettanto. Il palmo della mano destra si avvicina al dorso della mano sollevata, lo sfiora, poi entrambe le mani scivolano giù, al rallentatore, sul fianco. «Accelerare il movimento, staccarsi dal gruppo, vuol dire allontanarsi dalla sostanza del progetto che è esattamente la relazione con gli altri» ribadisce lui oscillando le braccia e liberando un’onda fluida che si riverbera in tutto il corpo. E ancora: «Il movimento non è mai in antagonismo, ma sempre in accordo, in ascolto del corpo degli altri». Si avvicina a una signora anziana e minuta, la avvolge, con delicatezza la fa muovere insieme a lui, la invita ad abbandonarsi, a lasciarsi andare. Poi, sempre con dolcezza, si allontana da lei e conclude: «Questo è un gioco nel quale chi arriva primo ha perso». Le tre ore sono volate. Mi allontano frastornato. Cammino, ho bisogno di camminare, e intanto le parole che ho sentito mi rimbombano in testa. Ho paura di perderle e allora afferro il telefono e registro la mia voce che ripete le parole di Virgilio. Mi domando cosa mi abbia condotto lì, cosa mi abbia spinto a partecipare. Quando mi sono candidato ho allegato una lettera motivazionale: ho scritto che dopo anni di scelte prudenti avevo bisogno di stringere un nuovo patto con quella massa di carne e nervi che mi ospita. Non so esattamente cosa volessi dire, cosa significhi, so solo che quando l’ho pensato mi era sembrato bello, efficace. Forse quella frase non l’ha letta nessuno. Non importa, tanto ormai ci sono dentro fino al collo.

Il giorno dopo mi presento in anticipo. Vado avanti e indietro nella sala vuota. Aspetto. «Chiunque può mettersi in una relazione nuova con il suo corpo» comincia Virgilio non appena i ritardatari fanno ingresso in sala «chiunque può scoprire il suo corpo, trovarlo. C’è l’inizio di una poesia di Giorgio Caproni: “Sono tornato là / dove non ero mai stato”. E ancora, sempre Caproni: “Il mio viaggiare / è stato tutto un restare / qua, dove non fui mai”. Quando leggo questi versi io penso al corpo, al rapporto che abbiamo con il nostro corpo che è origine e destino». Ho l’impressione che si rivolga a me, per un attimo penso che abbia letto la mia lettera. Poi scaccio quel pensiero: no, non è possibile. Mentre proviamo, mentre mettiamo a punto torsioni, diagonali, movimenti a terra, duetti, lui ci parla, sempre con quel suo tono pacato, la cadenza fiorentina, pronuncia danzare con la z dolce, cita Lucrezio, Giorgio Agamben, Thomas Bernhard, Lévi-Strauss, quello che alla fine di Tristi tropici ha scritto “l’io è odioso”, e l’amata Simone Weil: la bellezza non può essere altro che verità e giustizia. Vorrei che bastassero pochi incontri in questa sala prove, evocare i nomi di poeti e pensatori, praticare l’ascolto del corpo degli altri, per mutarci profondamente, per curare il nostro narcisismo d’accatto. So che non è così. La diffidenza, l’indifferenza nei confronti dell’altro non è venuta meno, sì è solo sospesa temporaneamente nel momento in cui abbiamo accettato le regole del gioco. Ne ho la riprova in uno degli incontri successivi: Virgilio è assente. Ripetiamo la sequenza dei movimenti con Lucia. Il gruppo perde compattezza, c’è un po’ di nervosismo. Edoardo e Sabina si rinfacciano a vicenda di non essere precisi: nessuno dei due ha intenzione di cedere, a poco servono gli appelli delle assistenti che invitano a concentrarsi sul gruppo. Francesca si rivolge a me, mi dice: «Anticipi troppo i movimenti, per favore spostati da lì, dovresti farmi da riferimento, mi confondi». La guardo sbigottito. Le faccio notare che è lei a guidare il gruppo, si trova davanti. Lei replica che quando ci voltiamo verso destra il riferimento sono io: ha ragione, ma non mi sposto. Non ci ascoltiamo. D’altra parte non può essere così facile fare la rivoluzione. Dov’è Virgilio? Lo immagino come Mosè, a parlare con dio mentre il suo popolo perde la fede e pretende un idolo concreto e dorato. A recitare il ruolo di Aronne ci sono tre angeli alle prime armi: Delfina, Sabrina, Lucia. Ripetono il messaggio dell’ascolto dell’altro, lo fanno con convinzione, ma è una lezione imparata a memoria che non penetra in profondità. Durante una pausa noto un capannello di ragazze. Mi avvicino: parlano di pantaloni della tuta, di quelli dell’Adidas che si usavano negli anni Settanta e che sono tornati di moda. Apprendo in quel momento che sono un simbolo della danza contemporanea. Delfina confida sottovoce che c’è un posto nel quartiere Monti, in via Leonina, un negozio di abiti usati, dove li tengono nascosti in un sacco nero puzzolente: non sono esposti, bisogna chiedere espressamente di vederli. Ascolto con aria di sufficienza, come se la cosa non mi riguardasse. Mi avvicino a Sabrina, la più seriosa delle assistenti. Indicando il gruppetto le dico: «Lì si parla di pantaloni della tuta, di quelli dell’Adidas». Lei mi risponde: «Lo so, è per questo che mi sono allontanata». Le rivolgo un gesto di intesa. Dentro di me penso: «Stiamo facendo una rivoluzione, la rivoluzione dell’ascolto, come si fa a perdere tempo con queste sciocchezze». Appena finiscono le prove mi precipito in via Leonina, trovo il negozio dell’usato, vado incontro a un tizio che mi sembra il titolare, gli parlo sottovoce, gli chiedo del sacco con i pantaloni dell’Adidas, lo faccio come se volessi acquistare della droga. Lui fa un cenno con il capo, come a dire sì, ho capito, aspetta. Ritorna trascinando un carrellino che era nascosto in un angolo: ci rimango male, niente sacco, ma il contenuto è quello. Bisogna affondare le braccia e tirar su a casaccio: è una pesca miracolosa e sono eccitato come un bambino al luna park. Scorgo un paio di pantaloni neri con le tre strisce e il marchio di un bell’arancione acceso. Li prendo, li osservo, li annuso, puzzano il giusto, li provo, mi guardo nello specchio: lato destro, lato sinistro, faccio finta di avere vent’anni, di far parte di una compagnia di teatro danza, di quelle che fanno tendenza, affido a quella merce di seconda mano il compito di trascinarmi in un mondo gratificante, adoro in solitudine il mio piccolo vitello d’oro. Li compro, costano venti euro, quelli nuovi ne costano ottanta, ma non è questo il punto, tanto so che non li indosserò, non certo per il Cammino Popolare. Penso a quell’oggetto, a quel tessuto, ai miei polpastrelli che accarezzano le fibre sintetiche, ai miei occhi, al piacere che provo. Penso a Marx, alla carica erotica della merce, al suo sguardo seducente e consolatorio. Penso a Lucia, all’assistente che guida il nostro gruppo, ai suoi movimenti sinuosi, ai suoi piedi nudi che quando abbiamo provato i movimenti a terra mi hanno sfiorato il capo, al brivido che mi ha attraversato la schiena. Penso al mio corpo come fonte di piacere e desiderio. Sento, ne sono certo, che mi sto allontanando dalla sostanza del progetto. Cerco di riavvicinarmi, mi metto a leggere il testo di Giorgio Agamben che accompagna La natura delle cose, lo spettacolo di Virgilio Sieni tratto dal De rerum natura di Lucrezio. Ci sono alcuni versi, tradotti dallo stesso Agamben, che ritornano spesso, che si ripetono e che mi sembrano bellissimi e profondi: In mezzo alla fonte della delizia sgorga qualcosa di amaro; Improvvisamente mi afferra una divina letizia e, insieme, l’orrore. Ecco: mi viene da pensare che non solo il corpo di Venere sia fonte di delizia, ma anche il mio e il corpo degli altri. Allargando l’orizzonte, fonte di delizia, e quindi al tempo stesso di orrore, è l’umanità che si profonde attraverso i corpi, che si incarna, che si fa gioia e dolore e malattia. L’amaro che sgorga dalla fonte della delizia non è altro che un farmaco che avvelena e cura, che ci prepara, ci accompagna verso una consapevolezza profondamente umana, che illumina il nostro stato transitorio e miracoloso. Il nostro destino comune come esseri umani, l’orizzonte della morte, è più forte di qualsiasi differenza. E da quell’orizzonte si propaga una luce tenue che accarezza le nostre vite e i nostri corpi. Con questa consapevolezza, che è lieve e dolorosa al tempo stesso, mi sento pronto a rimettermi in ascolto degli altri, a prestare sostegno e a condividere un percorso comune.

Scrive Thomas Bernhard nel suo Camminare che persone del tutto diverse avranno modi di camminare, e quindi di pensare, del tutto diversi. Virgilio Sieni mi ha insegnato che è possibile camminare insieme, danzare in gruppo e avere un pensiero comune, un senso di appartenenza e di condivisione. E l’importante non è la perfezione del gesto, ma piuttosto la poesia e la delicatezza del movimento dei corpi, con le loro imperfezioni che trasudano umanità. Per questo motivo i gesti, almeno nelle intenzioni, sono esasperatamente lenti: per sottrarsi, consapevolmente, alle regole del mercato e della produzione. E allora, nel Cammino, come spesso accade nella vita, si fanno due passi avanti e uno indietro: la meta è lì, si intravede, ma non è un traguardo da superare, è solo una tensione a muoversi e quindi a vivere.

«La danza non si esprime mai nel gesto finito, concluso, ma nella transizione, nel movimento» ci dice Virgilio mentre prendiamo posizione di fronte alla Bocca della Verità. E poi aggiunge, con un pizzico di solennità, prima di iniziare la nostra processione laica, il nostro adagio popolare: «Non si danza mai per sé stessi, ma sempre per gli altri. Se volete danzare, pensate a qualcuno a cui volete bene, oppure a qualcuno che sta male. Immaginate di farlo per lui o per lei: danzare è quel dono».








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 7 gennaio 2019