“New York” di Lou Reed compie 30 anni. Un omaggio a una città che non esiste più

di Silvio Bernelli



Può capitare di essere uno dei padri fondatori del rock e venire considerato una macchietta imbolsita? Di aver inventato mitici riff di chitarra e ritrovarsi incapace di scrivere una canzone decente? Di non sapere che farsene del proprio talento, se non spremerlo fino all’ultimo dollaro? Sì, naturalmente. A Lou Reed è successo tutto questo. E anche molto di più. Fondatore dei Velvet Underground (gruppo rock seminale se mai ce ne è stato uno) noto eroinomane e frequentatore degli ambienti border-line della New York in cui è nato e cresciuto, nei primissimi anni ’70 Lou Reed intraprende una carriera solista che ne fa il primo esempio di rockstar reietta. Tra i suoi successi annovera album come Transformer, uno dei più rinomati live di tutti i tempi come Rock’n’roll animal, e canzoni che molti si sono trovati a fischiettare almeno una volta nella vita: Sweet Jane, Walk on the wild side, Heroin, Vicious, Perfect day. Nel 1978, dopo anni di grave tossicodipendenza e dischi controversi, torna alla grande con Street Hassle, che lo santifica come icona del punk.

È coraggioso e spiazzante il doppio dal vivo Take no prisoners del 1979, in cui Lou Reed rivisita in chiave jazz molti vecchi successi. L’apice della rinascita è però Blue mask del 1982, compatto nel suono e ispirato nella scrittura. Poi la creatività di Lou Reed si avvita in dischi sempre meno ricchi di intuizioni. Nel 1986 tenta una svolta pop, anche aiutata dall’azzeccato videoclip di No money down, in cui un robot con le fattezze dell’artista si strappa il viso a brandelli. Per quanto Mistrial, l’album che contiene No money down, abbia un certo riscontro commerciale presso le nuove generazioni di MTV, il risultato artistico è scadente. L’artista è considerato finito, andato.

Nonostante questo, il mito di Lou Reed cantore della marginalità, dell’ambiguità sessuale e dell’eroina, non cessa di riscuotere consensi. Il 10 gennaio 1989 – fanno trent’anni proprio in questi giorni - Lou Reed, ormai quarantasettenne, torna nei negozi con New York.

La prima cosa che colpisce del disco è la naturalezza del rock’n’roll. Nessun arrangiamento ricercato, nessun volo alla ricerca di chissà quale rivelazione sonora: solo un bell’impasto di chitarre, una sensazione generale di pulizia e cori giusti al punto giusto. Soprattutto, in New York c’è una sfilza di magnifiche canzoni. L’iniziale Romeo had Juliette risplende con uno dei migliori riff di chitarra mai scritti da Lou Reed. Il testo è una dolente storia d’amore moderna.

Stavo danzando quando il suo cervello è colato fuori, lì in strada/ E Romeo ha avuto Giulietta/ E Giulietta ha avuto il suo Romeo/ E io ficcherò Manhattan in un sacco dell’immondizia con su scritto “Latino” che dice – È difficile prendersela per qualcosa oggi/ Manhattan sprofonda come una roccia nel sudicio Hudson

Halloween parade fa una triste conta degli amici portati via dall’AIDS.

Non c’è il Capellone e nessuna Vergine Maria/ Non ascolterai più le loro voci/ E Johnny Rio e Rita La Marcia/ Non vedrai più le loro facce

Adesso c’è una folla di gente nuova.

Una gang del crack di Washington Heights/ I ragazzi di Avenue B e le ragazze di Avenue D

Dirty blvd esce dalla stessa vena compositiva di Romeo had Juliette, con un pizzico di grinta in più.

Suo padre lo picchia perché è troppo stanco di pregare/ Ha nove tra fratelli e sorelle (…)/ Pedro sogna di essere più grande per uccidere il vecchio

Ma la città resta anche luogo di scorci toccanti.

C’è un bambino fermo all’imbocco del Lincoln Tunnel/ Vende rose di plastica per un dollaro

Scampoli di cronaca sono i protagonisti di Hold on.

Ci sono neri con i coltelli e bianchi con le pistole che combattono ad Howard Beach/ Non ci sono cose come i diritti umani quando cammini per le strade di New York/ La settimana scorso un poliziotto è stato ucciso a Central Park West/ Da un ragazzino di dieci anni chiamato Buddha che gli ha sparato in testa

La cadenza predicatoria di Strawman si interroga sul consumismo che mina ogni consorzio umano.

Chi ha davvero bisogno di un razzo da un miliardo di dollari?/ Chi ha davvero bisogno di un’automobile da 60.000 dollari?/ Chi ha davvero bisogno di un altro Presidente?

Per la carriera di Lou Reed New York è il colpo di coda che nessuno si aspettava. Non solo è il suo migliore lavoro degli ultimi quindici anni, ma è una delle vette della sua produzione. Per alcuni, addirittura il suo capolavoro. Il consenso intorno a New York regala a Lou Reed un’imprevista fase di creatività che nel giro di un paio di anni lo spinge a registrare il disco solista Magic and loss e quello realizzato con il vecchio sodale dei Velvet Underground, John Cale. Songs for Drella è il riuscito, partecipato omaggio dei due all’amico appena scomparso, l’artista Andy Warhol.

Oggi, a trent’anni dalla sua uscita, New York resta una collezione di grandi canzoni, qualcuna più aggressiva, qualcuna più dolce, ma soprattutto è un affresco dedicato alla metropoli in cui Lou Reed ha sempre vissuto. Nei testi sono molte le citazioni di luoghi precisi della città, i riferimenti a fatti realmente accaduti o che avrebbero potuto benissimo accadere, i nomi di persone comuni, artisti e amici. Il musicista sembra essersi accoccolato nel ventre della città per poi tradurre in note le sensazioni raccolte nella grandiose Avenue, nei negozietti degli immigrati, nei vicoli del pericoloso Lower East Side. New York è l’istantanea di una città piena di problemi e di fascino, di degrado e di magia, di persone eccitanti e mendicanti, tossici, miliardari azzimati, artisti senza un soldo. Il palcoscenico perfetto in cui tutte le vite possibili si incrociano, si sfiorano, si toccano. Un disco che oggi sembra più che mai il testamento di Lou Reed, morto nel 2013, e di una città. La New York – e Manhattan in particolare – di fine anni ‘80 che assomigliava poco, pochissimo, quasi niente all’odierna metropoli-parco-tematico-per-milionari presa d’assalto dai turisti di tutto il mondo. Per andare a recuperare il fascino sinistro della New York che fu, niente è meglio che mettere sul piatto questo disco di Lou Reed, chiudere gli occhi e immaginarsi di camminare sul dirty boulevard della canzone. Garantito.








pubblicato da s.bernelli nella rubrica a voce il 8 gennaio 2019