Come si sta al mondo

Davide Martirani



Maria sente la vecchia che le si aggrappa con foga disperata e si chiede se anche a lei succederà lo stesso, se un giorno sarà lontana e ripenserà a quest’incubo con una punta di dolcezza, se le mancheranno la prigionia e le bizze della sua carceriera, se troverà che nulla di ciò che ha sperimentato dopo – nel bene e nel male – è mai stato intenso quanto i mesi trascorsi in quei settanta metri quadri di inferno. Se la culla un po’, tenendole la testa poggiata nell’incavo della spalla, le sussurra parole di generico conforto, filastrocche senza senso simili ai rosari che la vecchia sgrana all’infinito nelle lunghe ore del pomeriggio, accumuli di suoni col solo scopo di stordire e atrofizzare, finché capisce che è passato, che la signora non ricorda di aver pianto fino a un attimo prima e che adesso potrebbe essere ovunque e in qualsiasi epoca, la testa come un apparecchio da fantascienza capace di attraversare il tempo e le dimensioni, di vivere esperienze mai accadute e di creare infinite varianti di un medesimo avvenimento. Maria se la tiene stretta quanto basta a essere certa che non riprenderà i lamenti di prima, poi le sistema la vestaglia sul davanti e la lascia in poltrona a guardare il vuoto, una contemplazione serena, stavolta, come di ingenua soddisfazione di fronte al beffardo miracolo dell’esistenza.
Maria scende a precipizio le scale mentre osserva di sfuggita l’orologio. Farà tardi, ma di solito è sua madre a farla aspettare. Prende in su per la circonvallazione, alzando ogni tanto lo sguardo alla campagna intorno. Sarà a meno di venti minuti dal centro della città, ma nella trama di strade e caseggiati cominciano ad aprirsi voragini inattese, e una specie di natura muta torna, un palmo alla volta, ad appropriarsi degli spazi, filtrando fra i binari del tram e sotto i bordi sbreccati dei marciapiedi. Non le è nuovo questo modo di insinuarsi, ostinato, tra le linee del disegno urbano, sì che diventa impossibile scacciare la sensazione di trovarsi su una zattera gigante, un relitto che galleggia al largo di un mare sconfinato pronto ad affiorare in ogni istante tra le commessure mal sigillate dello scafo. Dove viveva prima con sua madre la strada davanti casa terminava di netto al bordo di un prato. Aspro e intricato in inverno, torrido e maleodorante in estate. Più avanti, a qualche chilometro, si vedeva all’orizzonte l’agglomerato di palazzi più vicino, simile in tutto a quello in cui vivevano loro ma sconosciuto e irraggiungibile. La striscia nera dell’asfalto sporgeva un po’ rispetto all’ultimo palazzo, come a suggerire un movimento, a protendersi in uno slancio di comunione fraterna verso l’omologo nastro interrotto che sicuramente si trovava ai piedi dell’altro isolato. Maria lo guardava dalla finestra, il grigio scuro uniforme che s’arrestava di colpo come respinto dal mistero insondabile dell’erba, e le pareva di vederlo fremere di inquietudine, percorso dal dolore di non poter mai compiere l’agognato ricongiungimento.
Le piaceva però l’idea di avere un mare proprio sotto casa. Quando non era al lavoro le capitava di scendere in strada e di portarsi fino al limite, le punte dei piedi affacciate sulla distesa verdeggiante. Si diceva di tutto su quelle radure. Che celassero ogni sorta di orrore e che fossero sede prediletta dai criminali per compiere impunemente i loro misfatti. Maria conosceva per prova le tecniche di amplificazione, di iterazione, di storpiatura perseguita ad arte che appartengono al dettato delle comari. L’aveva sentito sulla sua pelle quando ancora era al paese, e anche se piccola rammentava bene i crucci che davano a sua madre, la vergogna di girare in strada accostata al muro con gli occhi bassi, le notti insonni prima di decidersi e partire. Non era tipo, Maria, da credere facilmente alle chiacchiere. Pure, quando abbandonava il porto sicuro della carreggiata e calpestava col piede la prima cresta d’erba, sentiva ogni volta una specie di febbre salirle sulla pelle e accarezzarle le caviglie come una lingua di fuoco, l’eco mai spenta della violenza compiuta e subita, la memoria del desiderio senza più freni rimasta invischiata tra i ciuffi di ortiche. Dopo il primo, i passi a seguire venivano facili. Andava al largo, allora, anche uno o due chilometri, finché la sponda da cui era partita non le appariva lontana quanto l’approdo – ipotetico, certo, e mai veramente tentato – all’altro capo della radura. Sola in mezzo all’erba, distante abbastanza da sottrarsi alla vista e fuori dalla portata della voce umana, Maria sedeva finché il sole non tramontava dietro la sagoma vaporosa del centro commerciale, diafano e inconfondibile coi suoi seicento metri di lunghezza all’orizzonte. Godeva in quei momenti del trovarsi davvero nel mezzo del nulla, dove neanche la tenue geometria di una strada arrivava a segnare l’avvenuta colonizzazione umana. Seduta con le palme in terra sentiva il brulicare sotterraneo delle scolopendre intente a scavarsi una via al nutrimento, vedeva il volo forsennato dei bombi, il meccanico passare di fiore in fiore, e sulla pelle avvertiva il fruscio degli steli ad ogni strisciare di lucertola. Tra cose che funzionano, rivolte all’utile e mai turbate dalla scelta, trovava infine pace.

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Nato a Perugia nel 1982, Davide Martirani vive a Roma da vent’anni. Con Come si sta al mondo è stato finalista alla trentesima edizione del Premio Calvino.








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 4 gennaio 2019