La Pece – parte quinta

Tobia Iacconi



La Pece è un romanzo a puntate, un Mondo d’Aria, una Fiaba Albina letta sotto le coperte. Questi sono i capitoli precedenti:

La Pece – parte prima
La Pece – parte seconda
La Pece – parte terza
La Pece – parte quarta
La Pece – E torneremo a dibattere, a tempo debito, di Eutanasia
La Pece – A.R.S.P.O.E.T.I.C.A.

Matteo Berton ha dato forma e colore alle visioni. Grazie, amico mio.


La Pece – parte quinta

Al Silenzio. Sei stato il suono del vuoto e del troppo pieno. Tu, boato dolce, tu, nascondiglio segreto. Addio. Ti apparterrò, un giorno, ma sarà troppo tardi: là dentro non potrò sentirti, non più. Mai più.

A volte vuole che le sputiamo sulla fica. Vuole che carne e saliva diventino una brodaglia tremante, senza distinzione tra i suoi umori e i nostri. A volte vuole che le infiliamo due o più dita nel buco del culo per poi scoparlo con forza, quello e quello soltanto – altre volte, invece, non ci permette nemmeno di sfiorarlo. Altre volte le dobbiamo leccare e masturbare per ore la clitoride, con quello stupido amuleto penzolante, e sembra che tutto il suo sentire sia concentrato in quel piccolo e umido ammasso di nervi. Talvolta esige che le siano succhiati i capezzoli con forza, o morsi fino allo zampillo di sangue, o stimolati con rapide toccate di lingua. Ci ha insegnato ad amare tutta la sua fica, ogni contrazione, ogni pulsazione. Fuori, dentro. Sappiamo sia distinguere sia indurre in lei ogni tipo di orgasmo: la sua elettricità non ha segreti. A volte pretende che le ordiniamo di farsi scopare la bocca, fino al rigurgito, fino al conato di vomito. A volte vuole essere strozzata, soffocata, offesa, legata, dilaniata, riempita di sputi, presa a schiaffi, a sberle, a pugni. Altre volte, invece, vuole essere sfiorata con dolcezza, accarezzata con le punte delle dita, leccata finemente per tutta la schiena, vuole che le sussurriamo il nostro amore, il nostro incondizionato appartenerle. Non c’è più penetrazione: diveniamo permeabili, ci risolviamo in lei. A volte gioca col potere fingendo di non averne: vuole che la sua fica sia inerte, trapassata, devastata, divisa tra paura e piacere, gli occhi spaventati che ci guardano e sembrano chiederci perché le stiamo facendo questo. Ma poi, d’un tratto, inclina i piani e ribalta il mondo: allora le labbra della sua fica, gonfie e umide, si spalancano, si schiudono verso l’esterno: sono loro, in quei casi, a ingoiare, a mordere, a strappare la pelle, a scopare: allora ci fissa con occhi stretti, cattivi, inclinati. Ma noi abbiamo imparato. Adesso siamo parte del gioco, siamo il gioco. Sentiamo telepaticamente cosa ha intenzione di fare con la nostra sborra: certe volte, difatti, è schizzinosa e non vuole nemmeno sentirla nominare, mentre altre si limita a osservarla fluire da vicino, curiosa, divertita, come una bambina ammirerebbe stupita una farfalla posata su un fiore; altre volte vuole sentirla esplodere dentro di sé, nella carne profonda, e certe altre ancora se ne riempie la bocca con ferocia e si impegna affinché non ne vadano sprecate gocce preziose – stavolta il dilemma non si porrà: dopo aver esternato il suo malsano desiderio di maternità, pensiamo, sarà meglio per noi essere accorti con quei pericolosi fluidi corporei. Più che accorti: avari. Troppe anomalie, troppe stranezze, qualcosa le frulla in testa e noi ne siamo chiusi fuori. HannaH. Adesso si è addormentata di nuovo, là dentro, nel suo sonno bianco e senza sogni, rannicchiata come un essere nuovo. La belacqua le avvolge il corpo in una placenta funebre, simbiotica. La sua fica, venendo, ha riversato sul letto litri di un liquido acido e zuccherino. Vorremmo sdraiarci accanto a lei, abbracciarla, entrare nei suoi sogni e bla bla bla, tutte quelle cose che fanno, o facevano, le persone normali. Ma tutto quel liquame orgasmico ci disgusta, ora. L’unica luce nella Stanza è la spia del Coprifuoco, ogni superficie è immersa in un rosso opaco e bruno: una luce inesplosa, fioca e disgustosa, più simile a un’ombra infelice: insopportabile. Vorremmo accendere il Sole ma non vogliamo svegliarla. Non perché siamo premurosi, no. Non la vogliamo svegliare perché per oggi ne abbiamo fin sopra i capelli delle sue stronzate. Guardiamo il portone ermetico e la spia rossa che dice che non possiamo uscire, che il portone ermetico è chiuso, sigillato. Non sappiamo nemmeno il perché. Non sappiamo più niente. Là fuori, le cose del mondo, ciò che ne resta. Qui dentro, noi. Miliardi e miliardi di noi. Sembra impossibile. Inconcepibile. Che le cose esistano e che tutto sia finito così. Che abbiamo smesso di lottare e che la Storia vibri ancora così forte, così forte. Che ci siamo ridotti in queste celle schifose nelle quali anche un battito del cuore è un tuono cupo, un’esplosione lontana e antica. Che l’amore sia solo mancanza di odio. Che vivere sia soltanto aspettare di morire. Di nuovo.

La nostra famiglia, dopo i suicidi di Capitan Degenero e dei nonni, era dunque composta da nostro padre, nostra madre, nostro fratello, nostra sorella, noi. Cercammo a lungo, invano, di farci prendere un altro cane: le quattro anguille notturne di iuta e nervi arrotolati – che ci avevano a suo tempo avvisato dell’identità segreta di Buck – ci avevano confidato che il prossimo cane si sarebbe rivelato nientemeno che la millenaria Regina Devasto, nemica giurata della Noia e del Cristo A Ventosa Di Legno Giallo, colei che infine ci avrebbe permesso di scagliare nostro padre contro il muro, prendere possesso del Sabbiatore, liberare nostra madre dalla stanchezza e farla ridere a crepapelle. Ma nostro padre doveva aver capito il nostro piano, perché non cedette a nessuna delle nostre richieste. Nessun animale sarebbe entrato in casa, né ora, né mai. Tralasciando le notti segrete in cui nostra sorella dava da mangiare ai sogni, ci annoiavamo per la maggior parte del tempo: questa è la verità. Non ci era permesso invitare a casa i compagni di scuola – per carità, non che ne avessimo di interessanti e simpatici. Avevamo qualche zio noioso che vedevamo di rado e dei cuginetti così insopportabili e perfettini che, durante le visite, ci toccava fingere di essere malati pur di non giocarci assieme. Nostra madre non aveva amiche, non aveva amici. Forse non ne aveva mai avuti, forse li aveva persi di vista. Di lei non sapevamo quasi nulla. Sembrava non avere nessuno vicino. A pensarci bene, col tipo giusto di occhi, non aveva nemmeno noi. Nostro padre, invece, aveva un sacco di amici schifosi che vedevamo spesso. Purtroppo. Li invitava a cena nelle serate di Coppa e tutto doveva essere perfetto: strinto nell’abito buono, col respiro tirato e la panza in dentro, con fare baldanzoso e virilmente istrionico li faceva accomodare, offriva loro sottaceti e sigarette di tabacco mentolato, li intratteneva con vecchie storie goliardiche, li divertiva con l’ultima barzelletta sui froci che aveva imparato al bar, il tutto mentre nostra sorella aveva il compito ignobile di svassoiare l’aperitivo. Mentre nostro padre faceva l’anfitrione cicognone, nostra madre sudava e tribolava in cucina per far trovare la tavola imbandita e grassa. Tante erano le pietanze da preparare e i piatti da lavare, che apparecchia di qui e sparecchia di là, non riusciva nemmeno a sedersi a tavola – col tempo, smise addirittura di apparecchiare per sé. Nostro padre, dopo l’aperitivo, accendeva la televisione più grande del salotto che assordava la stanza di una luce fredda e terribile. Con le interviste del prepartita la cena aveva inizio: senza fare troppi complimenti (e senza farne nessuno a nostra madre) i porcelli si mettevano con i baveri fradici di unto a divorare: sganasciavano e masticavano a tutta bazza, scarpettavano paioli e tegami, bevevano litri di grappa di gallina, fumavano grossi sigari puzzolenti di foglie di tabacco arrovellato, ruttavano come cinghialotti irsuti, gridavano parolacce alla madre dell’arbitro sputacchiandoci addosso salivozzi e scatarri. Ma la cosa che ci faceva più schifo era il modo in cui guardavano nostra sorella. Anche nostro padre, a un certo punto, doveva essersi accorto di qualcosa – ma anziché smettere di invitare loro, iniziò a chiudere lei in camera da letto. Noi, dal canto nostro, eravamo abbastanza svegli da capire che quelli non erano sguardi di rimprovero, di curiosità o di semplice ammirazione: quelli erano gli occhi lucidi, biechi e crudeli di un maschio adulto che ha voglia di infilare il suo cazzo varicoso dentro una topina piccina picciò. Ci siamo sempre chiesti se nostra madre condividesse le nostre preoccupazioni; forse era troppo stanca per accorgersi di qualcosa; forse, invece, era troppo impaurita per fare qualcosa. Non eravamo una famiglia felice. Forse in inverno, qualche volta, quando nostra madre cucinava qualcosa che non fossero le patate rosse o il latte-quasi-bianco, magari quando riusciva a rimediare sottobanco qualche bistecca di gallina e nostro padre diventava per un pomeriggio una poltrona grassa e sazia. Ma accadeva di rado. Forse in inverno. Qualche volta. Forse lo immaginavamo e basta.

Morire di nuovo. E poi. Poi speriamo che niente nasca più. Niente di simile a noi, niente di simile agli altri. Se da questa speranza possa nascere qualcosa, bene, che nasca. Affar suo. Ma è solo una consolazione. E se avesse ragione HannaH, quella tenera e macabra bestia che dorme senza sognare? Se avesse ragione lei, se il tempo scorresse in tutte le direzioni? Ci sarebbe di che bestemmiare. Quanto risulterebbe piccolo e squallido il nostro continuo scalpitare, il perpetuo e furioso aggrapparsi alla vita? Il suono del cosmo è insostenibile per ciò che è vivo. Noi? Nati con la morte dentro, noi. Non poteva essere altrimenti. Nel mondo esausto, seduto. Miliardi, miliardi di noi. Troppi, in ogni luogo, in ogni tempo. Così tanta vita, troppa, a bizzeffe. Così tanta da doverne regolare flussi e maree, così tanta da dover costruire argini che ne contengano l’enorme massa in continua espansione. Così tanta vita, ma mai abbastanza da farsi regola. La luce non è regola: il buio lo è. Il freddo. Il vuoto. La vita non è che la cosmesi dello spazio-tempo. E ogni vita è assediata dalla morte. Poco importa, in fondo, se abbiamo perso tutto. Nemmeno la felicità è regola. Il dolore lo è. Allora tanto vale smettere di lottare, di dimenarsi, di gridare. Non possiamo vincere questa guerra, non abbiamo mai avuto speranze. Meglio lasciare che l’acqua invada i polmoni. Smettere di sognare. Di raccontare. Di cantare. Tra non molto finirà, ne siamo certi. Non può andare avanti in eterno. Che siano altri a fallire. Non noi, non noi. Abbiamo fallito abbastanza. Fa troppo male. Ogni singola volta. Un giorno, svegliati dal boato dell’alba, usciremo nel grande mattino atomico. I venti cosmici soffieranno via l’atmosfera e Il cielo, senza pelle, mostrerà i veri colori delle cose, squarci siderali, abissi inconcepibili, inumani. Un’onda di polvere di luce toglierà le palpebre al sole e il suo respiro incendierà il vuoto. Non ci sarà più spazio per noi. Per un istante le strutture che sorreggono l’universo appariranno nitide, cristalline. Sarà meraviglioso. Non è ancora il momento, ma arriverà. Allora ci stringerai le mani, HannaH, e con un passo entreremo nel fragore.

La Città era alta e scura di pioggia, ramificazioni frattali ne scandivano i quartieri ricorsivi. Vista dal cielo, era una macchia simmetrica di inchiostro rappreso che ricordava ad alcuni una donna incinta con le gambe divaricate, ad altri una testa putrida di montone e ad altri ancora tre falci di luna intrecciate. Per il resto era più o meno come tutte le altre Città-Stato: i ricchi al centro, con architetture a fiocco di neve; i poveri fuori, con architetture a montagna di merda. A dividere il centro dalla periferia c’era la circonvallazione, uno stradone topologico a nastro di Möbius che, dopo infinite ore di traffico, riportava ognuno al punto dal quale era partito. A ben guardare, i tetti erano un mosaico embricato di laterizio nero e silicone, le facciate delle case un amalgama squamoso di pece colante e canditi colorati. I bambini giocavano divertiti a pallate di morchia sporcandosi i grembiuli. A Nord del centro c’erano i profondi parcheggi sotterranei dove da sempre gli Africani estraevano le patate rosse. Per tre dei suoi lati cardinali la Città era severamente chiusa da ripide e scoscese montagne sui cui pendii s’arrampicavano gli impenetrabili boschi pensili di belacqua, dove le creature magiche sussurravano nella notte. A Sud, l’unico lato sgombero, s’apriva a perdita d’occhio un’ampia e squallida vallata triangolare: lì, celati dalla nebbia, si estendevano gli allevamenti e i pascoli delle vacche di tungsteno e coccoina, gli straordinari mutoidi progettati dai Nerd in persona – agghindati con centinaia di lucine di natale e lunghe corna di plexiglass attorcigliate al collo. Le vacche di tungsteno e coccoina erano fondamentali per l’economia della Valle: una sola mandria di venti capi riusciva in un solo giorno a divorare i rifiuti di un intero quartiere e a trasformarli in un centinaio di taniche di latte-quasi-bianco. C’erano patate rosse e latte-quasi-bianco per tutti, e da anni immemori nessuno era morto di fame. E non è tutto: quando eravamo fortunati il cielo grigio si apriva e il corpo senza vita di una gallina scendeva lentamente, come una piuma accovacciata sull’aria. La Città se ne stava in silenzio a contemplare quel miracolo, gli uomini si toglievano i cappelli ringraziando Io per la sua benevolenza, mentre ai bambini cadevano i leccalecca di bocca. Quando il mastodontico cadavere giungeva in prossimità dei campanili, veniva arpionato e direzionato verso la piazza dei mastri macellari, dove se ne ricavavano ottime ed enormi bistecche per tutta la città. Ma delle galline non si buttava proprio niente: dalle trippe si distillava una grappa torcibudella, con le piume si costruivano deltaplani a castello, con il bianco degli occhi si facevano schiuma da barba e panna cotta. Non era una bella Città ma era l’unica che avevamo. Non eravamo felici ma eravamo vivi. Ma non per tutti era sufficiente: una notte Il Contagio incise su tutti gli specchi della Città che le case sarebbero iniziate a sprofondare per via delle continue trivellazioni nelle miniere di patate rosse, e che l’aria sarebbe presto divenuta irrespirabile a causa delle flatulenze tossiche delle vacche di tungsteno e coccoina. Scrisse anche che i fetidi gas intestinali delle vacche, spinti in Città dalle brezze che risalivano la vallata, si sarebbero mischiati a quelli altrettanto malsani provenienti dal sottosuolo, dove capitava non di rado che gli Africani trivellassero antiche sacche gassose incastonate nella roccia; unendosi, questi due insalubri miasmi avrebbero liberato il Cancro. Le persone al mattino lessero quelle cose e iniziarono a gridare di paura e qualcuno addirittura svenne. Fortunatamente già verso il primo pomeriggio i Comici ordinarono la rimozione degli specchi e dichiararono dentro le televisioni che il Contagio aveva mentito proprio come mentiva sempre, e che sarebbero stati mandati dei Mimi casa per casa a spiegare quanto tutto stesse andando per il meglio. A casa nostra si presentarono che non era ancora l’imbrunire: il campanello trillò tre volte, nostro padre e nostra madre ci ordinarono di rimanere chiusi nelle camerette e di badare agli affari da bambini e, con fare timoroso, s’accinsero ad accogliere gli autorevoli ospiti. Fortunatamente nostra sorella aveva il passo leggero come uno spirito d’aria e un corpicino sospeso facile facile da far sparire: in un battito di ciglia sgattaiolò fuori dalla camera e, nascosta dalle penombre del lungo corridoio, assistette all’intera conversazione. Più tardi ci raccontò tutto: sulla porta, avvolti dal silenzio, erano apparsi due Mimi: uno di loro era alto e sottile, il mento appuntito e strafottente, gli occhi affilati e un grosso pene bitorzoluto tutto piegato sulla sinistra – ben visibile sotto la calzamaglia nera; l’altro, manco a dirlo, era tozzo e bolso, con le dita grasse strette nei guantini bianco perla e la panciona rotonda che costringeva le bretelle in due arcuate parentesi. Entrambi emanavano un nauseabondo odore di talco e avevano il volto incerato di fresco, le labbra cucite con fil di ferro, la lacrima d’ordinanza sullo zigomo, la bombetta nera con applicato il distintivo e il manganello da passeggio infilato educatamente sotto l’ascella sinistra. Utilizzando la loro encomiabile e languida pantomima avevano ricordato a nostro padre e nostra madre che i Nerd discendevano da Io in persona e che furono creati a sua immagine e somiglianza – ed erano perciò infallibili; li avevano informati che, fin dal suo insediamento, il Comicato si era incaricato di verificare la solidità delle miniere di patate rosse e la salubrità dei gas emessi dalle vacche di tungsteno e coccoina, poiché avevano a cuore le preoccupazioni e la salute della popolazione; li avevano dunque ragguagliati sugli esiti di tali test che, essendo risultati più che soddisfacenti, avevano oltre ogni ragionevole dubbio provato che le imperdonabili insinuazioni del Contagio non avevano altro fine se non quello di screditare l’attuale ludoamministrazione e la gestione ironica delle forze dell’ordine, di seminare panico e insicurezza così da favorire l’instaurarsi di una stagione di Tensione, di Rabbia e di intollerabile Comprensione, di minare la fiducia nella Scienza Religiosa e nella Fede Di Stato in favore di una imperdonabile ammissione di fragilità; avevano inoltre fatto notare loro come proprio una famiglia come la nostra, la cui storia era stata drammaticamente segnata dal Contagio con il suicidio di tutti e quattro i nonni, non avrebbe mai dovuto dare ascolto alle provocazioni di quel criminoso manipolo di terroristi (qui avevano mimato delle parolacce che nostra sorella non conosceva), la cui fetida ed eretica organizzazione, avevano promesso infine, sarebbe stata sgominata dai Comici nell’arco di pochi giorni. Nostro padre, che per la prima volta era sembrato piccolo piccolo, li aveva quindi ringraziati sentitamente con numerosi inchini e genuflessioni, nostra madre aveva offerto loro del purè rosso che i Mimi avevano rifiutato malamente – senza riuscire a mascherare una smorfia di disgusto – quindi i due garanti dell’ordine se ne erano andati a gesticolare la verità in casa dei nostri vicini. Nostro padre e nostra madre, quella sera, ci mandarono a letto presto poiché avevano bisogno di discutere di cose da grandi. Noi fummo felici di chiuderci dentro le lenzuola perché non vedevamo l’ora che si mostrassero le anguille di iuta e nervi arrotolati: avevamo così tante cose da chiedere! Il Contagio, i Nerd e il supremo Io, e poi le miniere, le vacche di tungsteno e coccoina, il Cancro. Avevamo paura. Ma le anguille non si fecero vedere, e nostra sorella era troppo irrequieta per riuscire a consolarci. Eravamo soli. Quella notte dormimmo un sonno leggero e gelido, abitato da piccoli incubi taglienti ed enigmi irrisolti.


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pubblicato da t.iacconi nella rubrica racconti il 3 gennaio 2019