Sogno

Matias Guerra



L’Aquila, dopo un terremoto. Solo macerie, alcuni palazzi con il primo piano intatto ma i restanti tre distrutti, macerie ovunque, polvere sabbia e stucco nell’aria, riesco persino a sentire l’odore e il sapore acre dello stucco come nella cocaina tagliata male, tra i bagliori di luce in quest’aria polverosa arrivo a distinguere i miei amici.

Camminiamo attenti, attenti ai piedi, alle grida, siamo in una strada e arriva una carica di celerini, aria irrespirabile, si piange, senza dolore, una pura reazione fisica che fa incazzare ancora di più. Ci volevano ostacolare ma non fermarci veramente, infatti siamo poi fuori, di nuovo macerie, medici, infermieri, volontari e gente con la mascherina sul volto, per la polvere.
Ci siamo tutti, è un giorno “x", il giorno in cui la Palestina è stata evacuata. Si è arrivati a un ultimatum: “o fuori o sterminio”, e sono riusciti a evacuare tutti. Migliaia di navi attraversano il Mediterraneo per arrivare in una regione priva di porto, e poi in montagna, chissà come. In ogni caso abbiamo scelto noi, vista la criticità della situazione, di portare la Palestina qui: tutto l’Abruzzo è stato assegnato ai palestinesi. Abbiamo perso in realtà, abbiamo perso ovunque e questo lo sappiamo. Ma non siamo persi: serbiamo la nostra visione e il nostro obiettivo, fluidi, rarefatti tra la polvere, forse distanti e non chiari ma vivi e vissuti, roba di pelle, a cui non c’è sottrazione, è questa la forza che guida.

Ci siamo tutti, camminiamo indaffarati per le vie de L’Aquila tra feriti e sfollati, tra i volontari a scavare per feriti e i ladri a scavare per oggetti monetizzabili. E ci sono famiglie, famiglie italiane e palestinesi insieme a dover condividere quel che resta, un niente di tutti, evidentemente forzato, senza coesione e con rabbia ma anche con accettazione, o per meglio dire con rassegnazione.
C’è chi si scanna, chi ancora pensa di possedere qualcosa, da una parte o dall’altra. Vedo il benestante palestinese inveire contro i modi di un giovane ragazzo italiano, e vedo l’odio negli occhi di tanti, un tutti contro tutti, ma siamo lì, in un deserto colmo di macerie, stiamo lì come ogni giorno, a lavorare, a parlare con tutti, a scazzarci e a cercare di recuperare un briciolo di non si sa cosa.

Cammino, l’operatore sanitario del campo mi dice “c’è da fare il ricongiungimento famigliare”, ed ecco io e Paola che andiamo: la osservo perché è lei a fare tutto, a dirmi dove andare e cosa fare, eravamo a Gaza e ora siamo qui, tra le macerie. Lei prende un sacco, è di iuta ma grigio come un muro di cemento, è sporco, ha dei tagli e si intravede il contenuto, lo portiamo insieme, non è pesante e nemmeno leggero, andiamo di fronte a una coppia di quarantenni, palestinesi: "ecco vostro figlio, siamo riusciti a identificarlo, è lui...". Il sacco di iuta passa dalle nostre braccia a quelle dei due genitori increduli, dignitosamente disperati sapendo ora di dover chiudere. Aspettavano da mesi, erano da mesi in Abruzzo, erano stati tra i primi ad arrivare, erano sbarcati in Puglia ed erano arrivati qui, chissà come.
Ci allontaniamo, Paola è calma, seria, inafferrabile, non riesco a farle domande, ha un volto non sereno ma giusto, concentrato, forte. Prendiamo un altro sacco, sembra vuoto, io l’accompagno e lo portiamo insieme, anche se non ci sarebbe bisogno, lo buttiamo in un mucchio di altri sacchi... Paola non dice nulla, io nemmeno, andiamo avanti così fino all’indomani, tra sacchi vuoti e pieni, la conta è impossibile ma andrebbe fatta, non discerno i numeri tra loro e non riesco a vedere i volti delle vittime, non vedo le facce disperate dei genitori e nemmeno di tutta l’umanità che mi circonda, so che mi guardano, sono volti, ma non vedo occhi. Riconosco solo gli amici, ognuno di noi intento a lavorare, a scavare, a portare, a preparare, persino a litigare.

A un certo punto vedo Antonello, ha la maglietta degli NWA e comincio a ridere, lo prendo per il culo a non finire, ha la permanente, tipo JayZ nel suo ultimo video; nessuno degli amici dice nulla, io non venivo qui da un po’ e tutti l’avevano già visto, Bruna chiede "ma che è...? Da quando hai i capelli con la permanente, Antonè?... ma che ..."

Ora si ride tutti, Nico in piedi continua a battere le mani sui jeans cercando di riprendere fiato.

Mi guardo attorno e siamo tutti qui, a ridere.

(L’immagine è un dipinto di Matias Guerra)








pubblicato da c.benedetti nella rubrica il Sogno dell’Europa il 23 dicembre 2018