Mal di pittura. Nicola Samorì

Jonny Costantino



Uno scritto su Nicola Samorì apparso nel catalogo della mostra «Homo Interior», tripersonale su Radenko Milak e Dragan Zdravković, oltre che sull’artista romagnolo, che si è svolta presso l’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado dal 31 ottobre al 30 novembre 2018. Il titolo serbo del seguente scritto è Zlo Slike. Nikola Samori (di Džoni Kostantino).

"Anulante" (2018) di Nicola Samorì

La pittura è un luogo elettivo del male. «Separare e mostrare il sotto delle cose. La pittura non fa nient’altro. E per questo non ha dovuto accontentarsi di mostrare la caduta delle cose, ha dovuto farsi essa stessa ruzzolone», afferma Jacques Heinric in un saggio del 1983, La pittura e il male, scritto sulla scorta di un celebre saggio del 1957 che porta la firma di Georges Bataille, La letteratura e il male. Il sotto delle cose: Heinric ha ben chiaro che il male lo si può appena raschiare dalla superficie delle cose, ma sotto impera e imperversa.

Separare e mostrare il sotto delle cose implica specifiche azioni: rovesciare, bucare, grattare, scorticare, scalpare. Farsi ruzzolone: storta, inciampo, precipizio, caduta, schianto. La pittura sgonfia idealismi, sventra ideologie: buca le bolle d’aria degli ìsmi e delle logìe. La pittura rovescia status quo, smonta status symbol. La pittura è lo specchio incrinato dell’anima. La pittura è lo specchio dove vediamo sfolgorare la marcescenza dell’anima, la parte ferita e maledetta.

La pittura scava e sfigura e sfigurando trasfigura. È probabile che, se c’imbattessimo nella cosiddetta realtà in qualcosa di analogo alle malattie della pelle di Grünewald, agli orrendi grugni di Bruegel, alle fiche esplose di Bellmer, è probabile che vomiteremmo. In pittura però ciò non accade. Non vomitiamo. Ci godiamo lo spettacolo di un male esibito ad nauseam.

L’orrore, «trasfigurato da un’arte autentica», diventa un piacere, «un piacere strano ma pur sempre un piacere», e ciò accade massimamente in pittura, come ha compreso Bataille, individuando una condanna cui un pittore talentoso non può sfuggire: «piacere» (L’arte, esercizio di crudeltà, 1949). Un quadro attira come uno spaventapasseri respinge. Nonostante la diffidenza del mondo, un pittore è condannato a piacere. Figuriamoci un pittore dotato della magistrale e visionaria erotica segnica di Nicola Samorì.

Samorì, lo dico senza mezzi termini, scava nel solco del male, opera nel segno di Caino: Samorì sta dalla parte del male come ci sta Caino. Dicendo Caino penso a un Caino in particolare: il Caino ripensato da José Saramago nel romanzo che gli ha dedicato nel 2009. Secondo Saramago, Caino è l’indotto al male da Dio e il testimone rivoltoso delle nefandezze di Dio, il macchiato dal male compiuto, lo stigmatizzato, l’implacato. Dicendo che Samorì sta dalla parte del male come ci sta Caino affermo: senza compiacimenti né rilassamenti, in perpetua lotta tre le spire, quale coscienza tragica della creazione e controparte critica del Creatore, chiunque Esso sia. Il Caino di Saramago «è colui che è nato per vedere l’inenarrabile». Samorì è venuto al mondo per mostrare l’inenarrabile.

Mostrare l’inenarrabile, in generale, significa rendere visibile quel che la parola non riesce a narrare. Mostrare l’inenarrabile, nel caso di Samorì, implica una serie di pratiche. Attivare un movimento divoratorio all’interno della figurazione. Fare a fette la rappresentazione. Eviscerare la plasmabile alterità di cui è fatta l’identità raffigurata, mostrare l’altro come attrito interno e attrazione. Insediarsi in pianta stabile nelle latrine della creatura. Materializzare il nulla, il vuoto, il nulla intorno al vuoto, la mancanza, la presenza dell’assenza, la spirale che aspira, il ritiro dello spirito, il fondo del doppio, il divenire buco della figura. Mettere sottosopra la figura.

"Lacrimosa" (2018) di Nicola Samorì








pubblicato da j.costantino nella rubrica arte il 20 dicembre 2018