Un diario di campo

Andrea Donaera



«But I have promises to keep,
And miles to go before I sleep,
And miles to go before I sleep.»
Robert Frost, Stopping by woods on a snowy evening

In un sol giorno scopri tante cose – ci sono altri giorni che passano e scopri soltanto nuove pizzerie; ma poi invece ci sono giorni che in un sol giorno scopri tanto, tante cose: un nuovo (ma forse no, dicono) genere letterario impazza adesso in Italia, però lo chiamano con un nome inglese, “Weird”, o “Eerie”, leggi qualche saggio breve online, scopri che è un genere che c’è sempre stato, ma i critici (e gli editori, e gli scrittori, e i curatori – e i lettori?, no, loro no) hanno deciso di parlarne solo ora, non capisci perché, perché solo ora, ma tant’è; un quarantatreenne ingegnere ricercatore di Frosinone ha denunciato un concorso universitario truccato e poi si è costruito da sé una pistola e si è sparato; un ministro vuole ridiscutere (in che modo?) il valore legale della laurea, un altro ministro dice ne che ridiscuteranno (in che modo?) a tempo debito (bella espressione: col Paese in recessione); nel tuo paesotto di provenienza (nell’orrido, orrido Sud del Sud dei santi, canti e balli) continuano ad andare al mare, anche se è novembre inoltrato, li vedi scrollando la tua Home Page, tutti questi uomini sfatti da trecento grammi quotidiani di pasta asciutta, si fanno selfie in acqua, gonfi e orgogliosi, nudi, sempre, nudi, con soltanto gli slip addosso, e un pisellino ben visibile, imbarazzante, ma a quanto pare non per loro, sì invece per te, solo per te, che ti imbarazzi per il cazzo piccolo degli altri, perché?; è morto, vecchissimo, Stan Lee, che era già vecchissimo quando tuo padre ti comprava i Marvel (e non riesci ancora a ricordare chi fosse il tuo personaggio preferito: si può dimenticare che cos’è che preferiamo?), e tu ti lasci trascinare dall’egoismo e dal Sangiovese e pensi che la vita è una merda, che tuo padre doveva vivere più di Stan Lee, per logica – quale logica? – e non ti vergogni nel pensare questa cosa, ti vergogni invece un po’ a scriverla, perché senti che stai scivolando in un qualche patetismo che non ti piace (non nella scrittura, sì nella vita: e la scrittura è davvero fuori dalla vita?, storci il naso, domanda banale, ma forse non retorica, non sapresti, lasci perdere), ma la scrivi lo stesso, questa cosa, perché ti ricordi qualcosa che qualcuno ha detto a proposito del valore enorme dell’onestà nella vera letteratura, e credi che questa sia una cosa vera (lo credi davvero?), sì, e tu da quando hai scoperto Oscar Wilde (quanti anni avevi?, era davvero Oscar Wilde?) vuoi fare letteratura (non riesci ancora a ricordare perché: è possibile dimenticare con determinazione ciò che determina una vocazione?), e ti sei convinto (quando?) che per fare letteratura devi essere onesto, e allora sei onesto – mai con te stesso, mai, ma sempre (non è vero) con il Nuovo Documento di Microsoft Office Word, sì, e onestamente scrivi che soffri molto, ma tiri avanti, che forse uno stipendio ti aiuterebbe a soffrire di meno, ti sembra logico (per la logica di questo mondo carioca, trumpiano, questo mondo di cinquantenni e sessantenni, tutti reduci da un’educazione scolastica gentiliana, ritrovatisi col posto fisso grazie a qualche parente ammanicato, e che mantengono i figli usque ad mortem et ultra e votano chi promette loro che caccerà i negri e le negre che fanno l’elemosina e spacciano e si prostituiscono nei loro quartieri di periferia: loro, i cinquantenni e sessantenni, che almeno possono permettersela, una casa, in periferia, in questo mondo carioca, trumpiano, che se hai soldi fai le cose, se non hai soldi non fai le cose, se non fai le cose non sei un cazzo, se non sei un cazzo soffri molto, e allora tu soffri molto, e pensi e scrivi che la vita è una merda, e ti lasci andare ai patetismi, e vorresti soltanto uno stipendio), ma non lo sai (cosa, in realtà, sai?), forse questo, forse quello, squilla il telefono, non riconosci il numero, sei solo in casa e hai voglia di parlare con qualcuno (non è vero: non hai voglia di parlare con nessuno: ma rispondi), è un call center, Sky, un’offerta imperdibile per seguire i campionati di calcio Serie A Tim e Serie BKT, ti fa pena la ragazza dell’Est che prova a parlare in italiano (te la immagini magra, bionda, bruttina, magari ucraina, del calcio sa solo che è esistito un certo Andrij Ševčenko, suo fratello aveva un poster in camera, e intanto senti qualcuno che lì accanto le suggerisce con voce burbera cosa dire e come pronunciare le parole in italiano), dici che non sei interessato, dici che ti dispiace molto, moltissimo, ma non sei interessato, ed è vero, è vero: ti dispiace molto, moltissimo, ora che dilati – gli occhi spalancati, accecati dalle luci dei palazzi di fronte – tutto, tutto, in un’enorme luce attorno a te, ora che ti guardi intorno, nella luce, la luce dei fatti, la luce del mondo, la luce delle cose vere: siete soli: tu e le cose vere, sapresti arrenderti, ma adesso hai promesse da mantenere, e, dacché non sai più riposare, ti ripeti la solita poesia, la solita litania, miglia da fare prima di dormire, miglia da fare prima di dormire.

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Andrea Donaera (Maglie, 1989) vive a Bologna. È laureato in Scienze della Comunicazione presso l’Università del Salento, dove è stato tra i fondatori del Centro di ricerca “PENS: Poesia Contemporanea e Nuove Scritture”. Attualmente è componente del Consiglio direttivo del Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna e collabora con il festival “Bologna in Lettere”. Suoi testi e interventi sono apparsi su litblog e riviste, tra cui “Nuovi Argomenti”, “minima&moralia”, “Nazione Indiana”, “Gradiva”, “Argo” e “Atelier”. Ha pubblicato le raccolte di poesia Il latte versato (Sigismundus, 2012), Certe cose, certe volte (Marco Saya, 2013), Occhi rossi (‘Round Midnight, 2015) e il saggio Su una tovaglia lisa. Nell’Inventario privato di Elio Pagliarani (L’Erudita, 2017; premio “De Finibus Terrae” 2018). È prevista per il 2019 la pubblicazione della silloge Una Madonna che mai appare, all’interno del XIV Quaderno italiano di poesia contemporanea edito da Marcos y Marcos. Nel 2018 ha vinto i premi “Bologna in Lettere”, “Urbanità tentacolare”, “Guido Gozzano” e “Ossi di seppia”. Dal 2017 è il direttore artistico del festival letterario “Poié” di Gallipoli e dirige la collana di poesia Billie della casa editrice ‘Round Midnight.

[Photo by Mr Cup / Fabien Barral.]








pubblicato da s.baratto nella rubrica poesia il 17 dicembre 2018