Ricrescite

Sergio Nelli



[Figurine]

Un anziano signore compra all’edicola album e intere scatole di figurine. Torna a casa e, seduto a un tavolo sotto la luce di una lampada, si mette ad appiccicarle con cura, annota le mancanze, rastrella i doppioni. Alla fine del lavoro si volta verso la libreria e con le mezze lunette sulla punta del naso inserisce il fascicolo in una scansia, insieme a ormai numerosissimi fratelli.
Ogni volta che risfogliamo un album sugli animali di un paio d’anni fa, quando arriviamo al cebo cappuccino, Federico dice: questo è nonno.

[Le cose che vedo]

Per te lo dico.
Vedo gli stop che s’accendono
all’inverno che se ne va,
mentre uno zingarello sofferente
si affaccia alle vetture con due occhi
che sembrano castagne strofinate.
Gli zingari non hanno nemmeno la capacità
di inscenare una sofferenza verosimile
e si affidano negligenti, neghittosi, distanti
a quella specie di piccola caricatura…
Ponte dell’Indiano è un nodo, un legame,
e il cono d’ombra su
Monte Morello un altro richiamo.
Vedo una lunga fila di nubi
sugli Appennini, sulle Apuane;
nubi in linea ordinata, raggiante,
mentre di nubi pullula l’occidente marino.
A Prato, due camion, fermi, portano a lato
le scritte: KAFKAS e ORKUN.
Capelli bianchi in jeans
fa, con due braccia, un largo gesto umano.
Qui c’è spesso un assembramento
di cinesi davanti alla questura…
Già che ci penso,
catturerò come segni
i movimenti degli uccelli in volo,
fotograferò il fumo delle ciminiere,
la mescolanza ai crocevia,
le facciate, certe zolle umide di zone interstiziali,
e orticelli inghiottiti, neri…
A volte sembra che la materia
abbia una propria forza
(e certo ce l’ha) e che basti inquadrarla
e zac. E viene fuori una nostra posa
con le palpebre chiuse…
Al ritorno, un cordone di nubi
si è abbassato intorno a Firenze,
compatto come un lenzuolo strizzato.
Oscilla una rete di recinzione
con mille rimasugli che gonfiano il respiro.
Qui si rifanno gli argini del fiume…
Ti basti questo, per oggi,
insieme al piccolo manifesto
(di una conferenza)
che, sul Ponte della Vittoria,
recita in maiuscolo
IPNOSI

Il raggio della Terra supera i seimila chilometri. L’osservazione diretta delle viscere non è possibile, se si pensa che con notevoli sforzi si è arrivati a perforare la crosta fino a una profondità di dieci chilometri circa. Tutto quello che sappiamo deriva da osservazioni indirette, da strumenti di rilevazione, da studi e teorie. La geofisica, la disciplina che si dedica a queste ricerche, è giunta nondimeno a costruire un modello piuttosto particolareggiato dell’interno del pianeta, di cui la crosta è lo strato più esterno, con uno spessore medio che varia dai trenta ai quaranta chilometri e può ridursi anche a tre chilometri nei fondali oceanici. Sotto la crosta abbiamo il mantello, di cui la prima fascia, la litosfera, ha uno spessore compreso tra i settanta chilometri delle aree oceaniche e i cento delle aree continentali. Costituita da rocce abbastanza rigide, essa è suddivisa in un certo numero di zolle che seguono la curvatura terrestre. Sotto la litosfera troviamo l’astenosfera. La debolezza a cui allude il suo nome è quella delle rocce che non sono rigide giacché il loro stato è in parziale fusione. In questo senso possiamo dire che le zolle “galleggiano” sull’astenosfera. A circa seicentosettanta chilometri di profondità inizia il mantello inferiore o mesosfera, che scende più o meno fino a duemilanovecento chilometri di profondità, laddove si raggiunge una temperatura di 3000 °C. Vi è infine il nucleo, che ha un raggio pari a circa tremilaquattrocentosettanta chilometri, più della metà del raggio terrestre. La sua massa corrisponde a un terzo dell’intera massa del pianeta. Esso è composto in prevalenza da una lega di ferro e le ricerche hanno finora indicato che la sua parte più esterna si trova allo stato liquido, mentre quella più interna è solida.
Non è necessario penetrare molto in profondità per localizzare il punto in cui le rocce della litosfera fondono. Già a trenta chilometri di profondità, la temperatura della Terra è abbastanza alta da provocare la loro fusione. Sia nella litosfera sia nell’astenosfera le rocce si trovano in uno stato di fluidità latente, pronte a fondere non appena l’enorme pressione dei materiali soprastanti diminuisce. Le rocce fuse assumono forma di magma: più leggero della roccia solida esso tende a salire in superficie attraverso spaccature o fondendo le rocce che incontra sulla sua strada.
I vulcani possono essere paragonati a finestre spalancate sulle viscere del pianeta e aperte dai movimenti delle zolle (movimento laterale, allontanamento o divergenza, collisione o convergenza).
«Smettila, stupido!» Federico mi ha colto sul fatto mentre ballavo. Non gli piace che balli né che canti. Forse lo trova sconveniente. Comunque si arrabbia. Mi muovo ancora un po’, per inerzia, come una marionetta.
Neanche a farlo apposta. I vulcani possono essere sfruttati oltre che come fonti di energia geotermica anche come GIACIMENTI. L’attività vulcanica crea infatti depositi diamantiferi e altri depositi che producono oro, argento, rame, zinco, piombo e uranio. Da Ricrescite di Sergio Nelli, Tunué editore, 128 pagine, 15 euro.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 7 dicembre 2018