Il vampiro e la melanconia

Vito Teti



Il 6 dicembre esce con l’editore Donzelli Il vampiro e la melanconia. Miti, storie, immaginazioni, la nuova edizione rivista e accresciuta del libro di Vito Teti originariamente apparso nel 1994 con Manifestolibri.

Due estratti dalla quarta di copertina:

«I vampiri, assumendo connotati diversi, ritornano, prima o poi. Anche i libri sui vampiri – così sperano i loro autori – hanno una qualche possibilità di ritornare, di non morire». Così Vito Teti introduce il ritorno di questo libro in una nuova edizione completamente rivisitata, a chiudere idealmente quel «trittico della melanconia» che comprende Il senso dei luoghi e Quel che resta. Ma ogni ritorno è anche una novità, e così è per questo saggio, che si arricchisce di un ampio capitolo e di un ricco apparato iconografico che segue l’immaginario del revenant nelle sue rappresentazioni antiche e declinazioni contemporanee. La figura del vampiro offre elementi di riflessione per approfondire il passaggio del mondo occidentale alla modernità.

Il vampiro che abita le rovine postmoderne – dal Muro di Berlino a Baghdad, dalle Torri Gemelle alle macerie dei terremoti – e incarna paure legate all’angoscia della fine del mondo ci ricorda la necessità di ristabilire un dialogo con i defunti, senza espellerli come vampiri distruttivi, ma riconoscendoli come parte integrante della comunità dei viventi. In questo senso, il libro afferma una filosofia «contro la morte», cogliendo spunti là dove la metafora del vampiro sembra aprire a un diverso rapporto con l’altro e a un riconoscimento della diversità.

Frame da "Le Corbusier in Calabria" (2009) di Fabio Badolato e Jonny Costantino

Un brano del libro in anteprima:

Negli ultimi anni, tanto la letteratura che il cinema sembrano rivolgere una particolare e crescente attenzione alle storie di ultimi abitanti di paesi spopolati e abbandonati. Uno di loro è il protagonista del monologo dello splendido La pioggia gialla di Julio Llamazares. In questo romanzo lo scrittore, nato in un paese che non esiste più, perché è stato sommerso da un lago artificiale dà voce a un «uomo comune », l’ultimo abitante di Anielle, un paese abbandonato dei Pirenei aragonesi. Il personaggio di Andrés de Casas Sosas evoca gli abitanti scomparsi, ricorda i vivi che se ne sono andati, riceve i morti che tornano a fargli visita nella sua esistenza solitaria. Rimane a difendere il paese dall’arrivo dei turisti e dei visitatori, dagli abitanti dei paesi vicini, persino da un figlio che vive in Germania e che potrebbe tornare. Attende e prepara la propria morte, che sarà quella di tutto il paese, la fine di un mondo. Il protagonista del romanzo di Antonio Moresco La lucina, da cui Fabio Badolato e Jonny Costantino (già autori nel 2009 di Le Corbusier in Calabria, dolente viaggio, scevro da ogni retorica, nelle contraddizioni e nell’abbandono del paesaggio calabrese) hanno appena tratto un bel film interpretato dallo stesso autore, dichiara: «Sono venuto qui per sparire, in questo borgo abbandonato e deserto di cui sono l’unico abitante». Tuttavia, l’isolamento dell’uomo è turbato da un mistero: ogni notte una piccola luce si accende, nel buio completo, sulla montagna di fronte alla casa in cui abita e lo costringe a intraprendere una ricerca che lo condurrà a incontrare un bambino, un’ombra innocente, un altro se stesso morto da tempo che abita dall’altro lato della vallata. Paesaggio abbandonato, smarrimento di senso e dialogo con i morti si corrispondono nel rapporto sospeso tra vita e morte dei due personaggi, in un continuo contrappunto con una natura che sottolinea la piccolezza delle cose umane, sottolineata anche dalle scelte lessicali.*

*Antonio Moresco, La lucina, Mondadori, Milano 2013. Parlando della genesi del libro, l’autore afferma che: «c’è bisogno di molto buio per poter vedere la più piccola luce. Perché non bisogna avere paura del buio che c’è anche dentro di noi, ma anzi bisogna accoglierlo e diventare una sola cosa con esso».

Frame da "La lucina" (2018) di Fabio Badolato e Jonny Costantino

Vito Teti è professore ordinario di Antropologia culturale dell’Unical, dove ha fondato e dirige il Centro di iniziative e ricerche «Antropologie e Letterature del Mediterraneo». Tra le sue pubblicazioni: Il senso dei luoghi (Donzelli, 2004; III ed. 2014); Storia del peperoncino (Donzelli, 2007); La razza maledetta (Manifestolibri, 2011); Maledetto Sud (Einaudi, 2013); Pietre di pane (Quodlibet, 2014); Terra inquieta. Per un’antropologia dell’erranza meridionale (Rubbettino, 2015); Fine pasto. Il cibo che verrà (Einaudi, 2015); Quel che resta. L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni (Donzelli, 2017).








pubblicato da j.costantino nella rubrica libri il 2 dicembre 2018