Lo scrigno [2a parte]

Un racconto di Marilia Mazzeo



Mentre il signor Guido Zane sprofondava nel dormiveglia, dalla finestra chiusa giungeva il brusio del passaggio dei turisti, che man mano s’ingrossava fin quasi a intasare le strette calli che erano state, per secoli, tanto tranquille. Lui lo sentiva, si agitava, sognava. Rivedeva la moglie, non com’era stata nella vecchiaia, lenta, torpida, spesso apatica. No, la rivedeva com’era da ragazza, bellissima e vivace. Fino a quel momento il signor Zane, da poco diplomato all’Accademia di Belle Arti, aveva insegnato il disegno nel liceo artistico di Venezia, riservando solo i ritagli di tempo libero alla propria arte, e dipingendo anche la sera, alla luce elettrica; poi, era arrivata anche a Venezia l’onda di un vivo risveglio artistico, con tutto un fiorire di nuove gallerie, di nuove correnti, di giovani artisti. Erano arrivati Santomaso e Vedova, con le loro tele stupefacenti, e più tardi, sulla loro scia, Tancredi Parmeggiani, Riccardo Licata, Cesco Magnolato, Amedeo Renzini, e l’astrattismo fu consacrato, a Venezia come ovunque. Zane non si era lasciato coinvolgere dalle mode; lui dipingeva come aveva sempre fatto, alla maniera figurativa, ma con un certo suo tono espressionista ch’era tutto particolare e che faceva sì che le sue tele si riconoscessero a prima vista per sue, così come accadeva, per esempio, a Renato Guttuso o a Mino Maccari. Gli anni Sessanta, con il loro grande, gioioso fermento culturale, lo accolsero a braccia aperte, senza criticare il suo attaccamento al figurativo: in quell’atmosfera culturale di grande libertà c’era spazio per tutti. Appena messo piede nell’ambiente dei pittori, Guido aveva incontrato Alberta, che era una modella, e l’amore lo aveva reso più intraprendente. Quasi per caso, senza averlo troppo cercato, si ritrovò a esporre le sue tele, trovò un suo pubblico di estimatori e compratori, tanto che il lavoro gli prendeva ormai giorno e notte, i soldi non mancavano. Con un atto coraggioso si licenziò dalla scuola per dedicarsi a tempo pieno alla sua arte.
Appena Alberta ebbe presa la laurea in lettere, si sposarono. Benché fosse stata modella, lei era di buona famiglia: anche lei, come Guido, nata e cresciuta a Dorsoduro. Anzi Alberta era proprio di famiglia borghese: suo padre possedeva un mezzo palazzo sul Canal Grande. Era un illustre professore di archeologia, e viaggiava molto; la moglie lo seguiva; la figlia aveva approfittato della loro fiducia per godersi la giovinezza in libertà. Ma benché abituata a far tardi, la sera, nelle osterie, fra artisti e galleristi, ballando, bevendo e fumando, era una brava ragazza e Guido era stato il suo primo uomo.
Alberta insegnò per un paio d’anni, avendo idee femministe e desiderando l’indipendenza, ma poi nacque il suo primo figlio e subito dopo la bambina: insomma, tra una cosa e l’altra lasciò la scuola anche lei. I soldi bastavano; e bastarono fino a quando, nel ‘73, arrivò imprevisto un terzo figlio, e si trovarono costretti a cercare un appartamento più grande, che avesse almeno tre camere da letto, e una stanza luminosa e quieta dove lui potesse dipingere. Allora si accorsero che non era impresa facile: ci volle del bello e del buono per trovare un appartamento simile, perché le case, a Venezia, diventavano sempre più care; c’erano sì i quartieri popolari, Castello, Cannaregio, la Giudecca, ma Alberta non voleva rassegnarvisi e sosteneva che un pittore non poteva abitare che a Dorsoduro. Infine l’ebbe vinta lei, e chiesero l’aiuto di entrambe le famiglie per acquistare quell’appartamento in campiello Barbaro: e tutti furono soddisfatti.
Quelli erano gli anni felici che il signor Guido Zane rivedeva in sogno. Erano immagini sfuocate, confuse; frammenti di dialoghi; un’occhiata, un gesto, chiasso di bambini, una carezza su una testa di capelli giovani, illuminati dal sole, la sensazione di camminare in riva al mare, con i piedi nudi che affondavano sulla sabbia bagnata e un bimbo in braccio; poi una tela piena di colori, che stava venendo bene, e Alberta che la osservava insieme a lui e diceva qualcosa di interessante e di piacevole... ma cosa? cosa aveva detto? E di che quadro si trattava? Al risveglio, che nel pomeriggio era lento e difficoltoso, quasi doloroso, tentava invano di afferrare qualcosa di quelle visioni che rapidissime si scioglievano. Perché gli era così difficile svegliarsi dalla pennichella, si tormentava il vecchio, quando invece all’alba balzava dal letto lucido e svelto, quasi scattante? E perché quel dolore sordo, nel profondo del cuore, che accompagnava sempre questo risveglio, come se qualcosa volesse trattenerlo, impedirgli di tornare nel mondo reale?
Per più di un’ora rimase sdraiato sul letto, senza motivo. “Mi sento debole,” disse a voce alta, rivolgendosi un po’ a sé stesso, un po’ a Alberta, che pur essendo morta molti anni prima lui sentiva a volte aleggiare fra le stanze dell’appartamento come un fantasma. Era però l’Alberta anziana, quella lenta e lamentosa, con i capelli tinti di un giallo falso, che non somigliava affatto al biondo dorato dei suoi capelli giovani, e che a lui dava fastidio come tutte le cose brutte. “Che cosa hai detto nel sogno? Cosa stavi per dire, del mio quadro?” Nessuna risposta. “Non ti ricordi nemmeno tu, eh? Hai perso la memoria.” “Tu sei più rimbambito di me,” rispose il fantasma. Lei e Guido, in vecchiaia, per lo più litigavano: erano litigi innocui, punzecchiamenti, battibecchi; e quando Alberta morì, quasi improvvisamente d’un male fulminante, lui sul momento provò quasi sollievo, per il silenzio e la pace ritrovati. Ma poi, col passare dei mesi, ecco che lei cominciò a mancargli: non aveva più nessuno con cui battibeccare. E così ora si rivolgeva a lei come fosse ancora lì, in quelle stanze, si rivolgeva a lei soprattutto brontolando, e nella sua immaginazione udiva la risposta di lei, ugualmente infastidita. “Ecco la prima carovana,” mormorava rivolgendosi a Alberta, quando udiva il primo gruppo di turisti, la mattina, passare sotto le sue finestre. “Anche per oggi la pace è finita.” I visitatori, passando, si fermavano a fotografare l’incantevole campiello. “Ecco che ricominciano,” commentava irritato il pittore, “coi loro ciac e coi loro clic.” “Ma quali ciac, Guido, quali clic?” ribatteva il fantasma di Alberta. “Oggi le foto si fanno col telefono e i telefoni non fanno rumore quando scattano.”

Finalmente trovò la forza di alzarsi. Andò in bagno, si sciacquò a lungo il viso molle e smagrito con l’acqua fredda, poi tornò ad affacciarsi in salotto. Nel campiello era un gran viavai di visitatori. Alcuni si erano fermati a esaminare le opere esposte fuori dalle due piccole gallerie. Vendevano sia acquerelli piuttosto dozzinali, esposti dentro buste di plastica in raccoglitori a forma di libro, sia opere di un certo livello, quadretti e sculture, ben disposte nell’interno. Vendevano anche gioielli e vasi di Murano, dalle forme moderne, perché si vendevano abbastanza facilmente.
Poco dopo le cinque vide arrivare Sandra, che passava a trovarlo quasi tutti i giorni, dopo l’ufficio. Naturale eppure così strano che lui non riusciva a capacitarsene del tutto, sua figlia non era più giovane: aveva cinquant’anni. Dei suoi figli, era l’unica rimasta a Venezia: i due maschi vivevano lontani, l’uno a Milano, l’altro a Firenze; venivano a trovarlo, con mogli e figli, a Natale e nell’estate. “Le figlie femmine sono il tesoro di ogni genitore,” diceva Alina, che ne aveva una vicina anche lei. “Per fortuna che c’è la Sandra, se no come farebbe lei qua tutto solo, coi suoi figli lontani?”
“Io sto benissimo,” ribatteva brusco il signor Guido Zane, “e non ho bisogno di niente.”
“Sto benissimo,” disse infatti a Sandra, aprendole la porta, in risposta alla sua domanda.
“Bene. Hai dormito?”
“Troppo,” lui rispose, infastidito. “Dormito troppo. Chissà perché dormo tanto?”
“Forse perché ti alzi troppo presto la mattina. Vuoi una tazza di tè?”
Bevvero il tè in salotto, chiacchierando. Lui volle raccontarle l’episodio dei due giovani addormentati nei sacchi a pelo alla Dogana; e raccontando, si innervosiva.
“Ma in fondo, che fastidio ti danno?” obiettò Sandra, conciliante.
“Che fastidio... che fastidio...” balbettò il vecchietto, infuriato. “Ma come? Credi che si possa dormire in strada, così? Credi che sia permesso? Credi che sia decoroso?”
“Papà, ma il mondo è pieno di gente che dorme per strada ormai... vedessi a Milano... ci sono stata il mese scorso, ti ricordi, e proprio davanti alla stazione, appena si imbocca il viale che porta in centro, pare un dormitorio... certo non è una bel modo di presentarsi, per la città, ma in fondo pensa a quei poveretti che non hanno un letto.”
Il signor Zane quasi soffocava per la rabbia. “Ma cosa vuoi mettere Milano con Venezia? Questa città è un gioiello, uno scrigno, un’opera d’arte unica al mondo! Non è una città come le altre! È delicata, è fragile, va visitata con i guanti bianchi, senza lasciare tracce! È un caso speciale, che merita regolamenti speciali!”
“Ma proprio per questo, papà, proprio perché è tanto bella, non è forse giusto che tutti possano vederla, anche quelli che non hanno i soldi per l’albergo?”
“No! Non è giusto affatto! Anche a me sarebbe piaciuto andare in America! Mi sarebbe piaciuto vedere il Giappone, i giardini di Kyoto! Eppure non ci sono mai andato, perché non avevo i soldi. Ci si deve accontentare, a questo mondo.”
“D’altra parte,” proseguì Sandra come se non l’avesse sentito, “dormire sotto le stelle, in una notte senza freddo... pensa, papà, nient’altro che acqua, pietre e stelle... è anche una cosa bella, no?”
“Le stelle? Le stelle cosa?”
Vedendolo ansimare per la furia, Sandra gli dette ragione. Cambiò discorso. Andò in cucina e controllò quello che la signora Alina aveva lasciato per cena: un pentolino di minestra di risi e bisi, e una frittata d’un uovo. Tornò in salotto, soddisfatta. Trovando il padre ancora affacciato alla finestra, a spiare i turisti con espressione arcigna, gli propose di uscire. “Andiamo a fare una passeggiata,” gli disse. “Andiamo a prendere l’aperitivo a campo santa Margherita.”
Il signor Guido Zane guardò la figlia e le sorrise, con qualcosa di specialmente buono nel sorriso. Aveva indovinato che Sandra stava facendo uno sforzo per rallegrarlo, lei che dopo l’ufficio aveva tante cose da fare per sé e per la sua famiglia.
L’aperitivo a Santa Margherita era stato sempre, per il pittore, un rito consueto e familiare, rilassante e confortevole come un paio di pantofole consumate. Dopo una lunga e solitaria giornata passata a dipingere, a lottare contro i colori e le forme che non sempre gli ubbidivano, con l’unica compagnia di Alberta che ogni tanto si affacciava nello studio per chiedergli, per esempio, se a pranzo preferiva pollo o pesce, o dei ragazzi che battevano cassa e scappavano sbattendo la porta, era meraviglioso, sì, davvero meraviglioso andare a Santa Margherita e ritrovare là i suoi amici pittori, galleristi, giornalisti e modelle. La piazza allegra, piena di gente con qualunque tempo, lo accoglieva come un grande salotto. Quella piazza era sempre stata il ritrovo degli studenti e degli intellettuali: e c’erano le ragazze più belle e più libere, e la meglio gioventù. Ora era cambiato, ma non poi così tanto: gli studenti c’erano ancora, essendo zona universitaria; cambiato era lui, che raramente vi incontrava i pochi amici rimasti al mondo. Quando le sue passeggiate lo portavano fino a Santa Margherita, ora, sedeva su una panchina, tranquillo, a guardarsi intorno. No, non era poi così mutato. Certo bar e ristoranti erano diversi ora, invadevano ogni angolo e avevano un’impronta più turistica, era inevitabile, lo capiva anche lui; ma almeno non c’erano tutti quei negozi di souvenir cinesi, orribili, che riempivano altre zone della città.
“È una bella serata. Ci sarà molta gente in giro,” lo avvertì Sandra mentre scendevano le scale. “Prometti di non innervosirti.”
“Prometto.”
Si avviarono insieme verso l’Accademia. Sandra gli teneva il braccio e lo guidava sicura nella folla, che spesso ostacolava il loro cammino. Gli stranieri passavano ciondolando senza fretta, con il gelato in mano, muovendosi a zig zag tra una vetrina e l’altra. Lo splendore del mattino aveva lasciato il posto a una quieta luce d’oro che colava giù dai tetti come miele, sulle ombre lunghe del pomeriggio. Le rondini stridevano sulle loro teste, l’aria profumava di fiori, e tutti erano usciti a godersi la serata.
Passata l’Accademia, si ritrovarono imbottigliati in una calle stretta. Ogni tanto muovevano due passi avanti, poi erano nuovamente costretti a fermarsi. Lo sciame variopinto dei visitatori si snodava come una catena lungo la calle, che aveva forma di imbuto, e piegava ad angolo retto prima di sfociare sul canale di san Trovaso; e lì doveva stringersi per infilarsi sul ponticello delle Maravegie, indispensabile per andare verso Santa Margherita.
“Te l’avevo detto, che ci sarebbe stata molta gente,” lo prevenne Sandra.
“Così è un po’ troppo, dovrai ammetterlo.”
“È per via della curva a gomito,” disse Sandra. “Oppure del ponte delle Meravegie, che è stretto. Abbi pazienza, una volta superato quello si va di sicuro.”
Ma dopo che ebbero pazientato, e passato il ponte, capirono il perché dell’ingorgo: c’erano lavori in corso sulla calle successiva, il selciato era squarciato da buche profonde, che ne dimezzavano l’ampiezza. Il vecchietto, costretto a camminare lentissimamente in mezzo alla folla, come in una processione religiosa, non tardò a sbottare. “Non siamo alla Mecca qui!” Ritornello familiare, da tempo, alle orecchie di Sandra, con il quale il signor Guido Zane usava esprimere il suo sdegno e il suo orrore verso certe pericolose adunate di folla.
“Alla Mecca! È come la Mecca! Non si può mica andare avanti così,” ripeteva stizzito.
“Lo so che non è facile,” sospirò Sandra. “Ci vuole pazienza. Si paga un prezzo, per il privilegio di vivere in mezzo a tanta bellezza. Ammetterai d’esser stato fortunato, a nascere a Venezia, a passarci tutta la vita?”
“E perché? Nessuna di queste persone vorrebbe vivere a Venezia. Nessuno di loro farebbe cambio con me; nessuno rinuncerebbe alla macchina. Ognuno faccia dunque le proprie scelte!”
“Comunque hanno il diritto di visitarla. Venezia appartiene al mondo, non a noi veneziani.”
“Ma non c’è posto per tutti! Ci pestiamo i piedi, letteralmente.”
“Basterebbe mettere un numero chiuso... sai bene che ci stanno lavorando da anni.”
“Non vivrò abbastanza da vederlo.”
“Può darsi. Ma ti basti sapere che ci sono tante persone che condividono la tua ansia e la tua voglia di proteggere la città. E ci stanno lavorando. Abbi fiducia.”
Così dicendo, erano sbucati in campo san Barnaba; e proprio qui accadde che un giovanotto muscoloso che andava di fretta, nell’impeto di togliersi finalmente da quella lenta processione, urtò così violentemente il signor Guido Zane che il vecchio barcollò e sarebbe probabilmente caduto, se Sandra non l’avesse tenuto stretto per il braccio. “Sorry!” gridò il giovane voltando per un attimo la testa, e proseguendo spedito. Un paio di persone rallentarono e chiesero al signor Zane: “Tutto bene? si è fatto male?”
“Bene, sì, grazie,” rispose Sandra al suo posto.
“Gioventù maleducata,” commentò una signora anziana, le palpebre tinte di turchese, senza fermarsi.
Sandra lo tirò in disparte. “Papà, stai bene? Non ti sei mica fatto niente, no?”
“No, ma che razza di... che razza di... furfante...” Il signor Guido Zane era di nuovo tutto rosso in faccia. “... mascalzone, farabutto...” Non trovava una parola adeguata per esprimere il suo sdegno.
“Sì è vero, ma non ti arrabbiare, sta’ calmo, l’importante è che non ti sei fatto niente.”
“...canaglia...”
“Andiamo ora, andiamo che si è fatto tardi, sono già quasi le sette, sai?”
Senza più scambiarsi una parola, arrivarono in campo santa Margherita. Al centro della piazza c’erano i tavolini del caffè più antico: entrambi lo amavano perché era rimasto quasi uguale nel tempo. Ma i tavolini erano tutto occupati: e anzi c’era molta gente in piedi, col bicchiere in mano, che aspettava se ne liberasse uno.
“C’era da immaginarselo,” commentò Sandra. “Possiamo andare in uno di quei bar nuovi, là vedo un tavolo libero, mi sembra.” Ma quando arrivarono, il tavolo era stato occupato.
“Cosa facciamo? Vuoi tornare a casa? Se vuoi, prendiamo il vaporetto. Oppure passiamo per San Sebastiano e le Zattere, la facciamo più lunga ma sicuramente meno affollata.”
Il signor Zane protestò: dov’era il suo prosecco? Era venuto fin qui apposta. Tornare a casa a bocca asciutta, non ci pensava neanche.
“E va bene. Prendiamo un bicchiere e andiamo a bercelo là, su quella panchina.” Così decisero: e con il calice di vino fresco in mano, si diressero verso la panchina; ma purtroppo, non era più libera. Mentre Sandra ordinava e pagava il prosecco al bar, vi si era installata sopra una famigliola di cinesi: erano nove persone, fra adulti e ragazzini, questi ultimi sedevano per terra, a gambe incrociate. Al centro avevano un fornellino a gas, e versavano l’acqua bollente in certe scodelle, piene di spaghettini liofilizzati. Il signor Guido Zane e sua figlia, per qualche momento rimasero a guardarli, lei con curiosità e interesse, lui allibito. Poi Sandra riprese il padre per il gomito, e gentilmente lo guidò verso un’altra panchina, ugualmente occupata, ma da ragazzi con lo spritz in mano. Sedevano sulla spalliera, con i piedi sul sedile. “Ragazzi, per piacere, sareste così gentili da far sedere mio padre?” si rivolse a loro con decisione. “È stanco, non si sente molto bene.”
Due ragazze si alzarono, senza dire una parola, l’espressione seccata. Gli altri due gettarono un’occhiata distratta al vecchietto, e rimasero al loro posto, spostandosi appena. Sandra fece sedere il padre e rimase in piedi accanto a lui. Ora le sembrava che la folla minacciosamente si infittisse -un’esagerazione, beninteso, una fantasia- fino a schiacciare suo padre. Ma lui sedeva dritto, dignitoso, sprezzante, e non si lasciava intimorire.
“Ora rilassati,” gli disse. “Telefono un attimo a casa per dire che faccio tardi.” Prese dalla borsa il cellulare e chiamò il marito.
“Si cucinano gli spaghetti in mezzo alla strada,” disse il signor Zane come se Sandra non fosse occupata in altra conversazione. “A questo siamo arrivati.”
Eppure, dentro di lui, si agitavano lontani ricordi. Un uomo abbronzato in canottiera bianca che friggeva pesciolini nell’angolo di un campo, li metteva in un cartoccio, suo padre pagava con una moneta e lui, felice, gli camminava accanto con il cartoccio in mano, ficcandosi in bocca un pesciolino ad ogni passo. Ancora più lontano: una donna robusta, simpatica, che impastava dolcetti di farina gialla con l’uva passa fuori dal suo negozio, su un tavolinetto, sorridendo ai bambini che la osservavano, poi li passava a una collega dentro la pasticceria, che li infornava. Perché impastava all’aperto? Forse era estate, faceva caldo? Comunque sia, la preparazione e il consumo del cibo all’aperto, a Venezia, c’era sempre stata... il signor Guido Zane ricordava tante bancarelle, tanti venditori. Anche lì, proprio dove era seduto ora. Allora, quando era un ragazzo, non c’erano panchine e nemmeno gli alberi che le ombreggiavano. Non era mai stata una città signorile, Venezia: tolta la Piazza, tolta la Riva degli Schiavoni, era sempre stata piuttosto popolaresca. C’erano due cinema di seconda visione, in quel campo, il Moderno e il Vecio (quale fosse il vero nome di quest’ultimo, forse non l’aveva mai saputo): ci andavano soprattutto i ragazzini, lui pure, pagando pochi spiccioli. Il Moderno puzzava. Al Vecio c’era un banchetto che vendeva bovoleti e caragoi, chiocciole di mare, che il venditore irrorava di limone, e si mangiavano estraendo il mollusco con uno spillo portato da casa; restavano poi le conchiglie da tirarsi addosso durante la proiezione del film.
“Comunque, è vietato mangiare all’aperto, su una panchina,” disse a Sandra, che aveva concluso la telefonata. “Anzi, cucinare all’aperto. Non è vietato?”
“Non lo so, non credo sia vietato. In fondo che fastidio ti danno?”
Il signor Guido Zane non rispose. Era stanco. Osservò un pochino dentro al suo bicchiere, poi lo vuotò di colpo; quindi si alzò per tornare a casa, il suo appartamento tranquillo e pieno di pace di cui ora sentiva nostalgia, e che gli sembrava tanto lontano. Accettò la proposta di sua figlia: prendere il vaporetto da san Barnaba alla Salute era una buona idea. Arrivarono all’imbarcadero al momento giusto, salirono senza intoppi, il vaporetto era molto affollato ma il pittore puntò deciso verso i posti riservati agli invalidi e agli anziani, fece alzare una grassa adolescente olandese e sedette soddisfatto, sospirando forte. Intorno a lui, tolta sua figlia, erano tutti stranieri. C’erano alcuni giovani francesi, riconoscibili dai vestiti piuttosto eleganti, di lino, ma per lo più si trattava di razze lontane, esotiche: giapponesi, brasiliani, canadesi. Infradito, calzoncini corti, berretti e cappelli di paglia, benché non fosse ancora proprio estate: lui, il signor Zane, stava benissimo con il suo soprabito foderato di frescolana.
A un tratto udirono un urlo, proprio lì sul vaporetto, uno strillo femminile. Ci fu un movimento di curiosità generale, tutti allungarono il collo per cercare di capire cosa succedeva fuori, nello spazio aperto del vaporetto: una donna si sentiva male? O il telefono le era caduto in acqua? Cose che avvenivano, in verità, quasi ogni giorno. Ma no, ora tutti guardavano fuori, e indicavano un punto, sotto al ponte dell’Accademia a cui il vaporetto si avvicinava molto lentamente, come se avesse rallentato, e vociavano e ridevano.

[2a parte – continua. La prima parte di questo racconto è qui. La terza e ultima parte è qui.]


Marilia Mazzeo è nata a Ravenna, ma vive a Venezia da molti anni. Dopo aver studiato Architettura ha deciso di cambiare rotta e dedicarsi alla scrittura. Ha pubblicato la raccolta Acqua alta (Theoria, 1997), i romanzi Parigi di periferia (EL, 1998) e La ballata degli invisibili (Frassinelli, 1999) e una serie di racconti, alcuni tradotti in inglese, tedesco e francese, per antologie, giornali e riviste. Il suo ultimo romanzo si intitola Non troverai altro luogo (L’Iguana editrice, 2017).








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 21 novembre 2018