Lo scrigno [3a parte]

Un racconto di Marilia Mazzeo



“Cosa è successo?” chiese il signor Zane a Sandra, che era in piedi accanto a lui.
“Ma niente, papà, stai tranquillo...”
“Dimmi, dimmi cosa vedi,” lui insisté. “Io non riesco...” Ma proprio mentre diceva così, allungando il collo verso il finestrino, li vide: dei giovani in acqua, che sguazzavano a pochi metri dal vaporetto, allegri, chiacchierando tra loro, come chi fa il bagno in mare.
“Bagnanti,” disse esterrefatto.
“A quanto pare si sono buttati dal ponte,” disse Sandra, che sembrava d’improvviso angosciata. “Una cosa così pericolosa, che stupidi! Probabilmente ubriachi... a quest’ora, col traffico che c’è... potevano facilmente centrare una barca e uccidersi...”
“Uccidersi...” echeggiò il signor Zane.
“Incidenti che ormai capitano spesso... c’è questa moda, sai, papà, di tuffarsi nel Canal Grande... ma di solito succede di sera tardi, di notte... girano il video e poi lo mettono sui social.”
“Ma non è vietato?” ansimò e sbuffò il padre.
“Certo.”
“E perché lo fanno? in quell’acqua sporca?”
“Perché sono giovani. Perché sono ubriachi. Perché non ci sono più i vigili.”
Mentre il vaporetto proseguiva lentissimamente, intorno a loro la gente acclamava i bagnanti, li salutava, li fotografava, li filmava. “Ma qualcuno avrà chiamato la polizia, vedrai,” disse Sandra. “Ora subito arrivano, e gli fanno una bella multa.”
“Una bella multa,” ripeté il signor Guido Zane. “Una bella multa è quello che ci vuole.” Parlava meccanicamente, con voce debole; guardava fisso davanti a sé, senza vedere nulla.
“Stai bene, papà?”
“Si sporcano... sporcano questa città... uno scrigno. Uno scrigno prezioso.”
“Domani lo leggerai sul giornale.”
“Sul giornale. Domattina.”
Il signor Zane sentì d’essere, misteriosamente, trascinato lontano, avvolto da una lenta vertigine; sentì, commosso, che il giornale era un oggetto ormai remoto per lui.
“Pensare che si sono tuffati proprio davanti a noi, davanti al muso del vaporetto!” rifletté Sandra ad alta voce. “Che incoscienti! Una provocazione. Sono sicura che hanno meno di vent’anni.”
“La bruttezza. Io la bruttezza non la voglio vedere.”
“Ti senti male, papà?”
Finalmente lui alzò lo sguardo; ma sembrava confuso. Parlò a Alberta: “Sporcano tutto. Questo scrigno prezioso, questo teatro. Il fango. La bruttezza. Dormono, mangiano e bevono seduti per terra. Scoasse dappertutto. L’unica città al mondo...”
“Non ti agitare,” lo pregò Sandra. “Non è successo niente. Solo degli sciocchi ragazzi. Ma nessuno si è fatto male.”
“Ma tuffarsi... però...”
Il signor Guido Zane affondava nei ricordi. Settant’anni prima, quand’era bambino, anche allora c’erano bambini e adolescenti che si tuffavano nei canali. No in Canalazzo, questo no, lo sapevano tutti che era vietato e pericoloso, benché allora non ci fosse tanto traffico come oggi. Ma nei canali piccoli, oh sì, quanti ragazzi si tuffavano! Vestiti, spintonandosi l’un l’altro, facendo la lotta, giocando a spruzzarsi e a spruzzare chi passava sulle rive, specie le bambine e le ragazze. Lui no, mai, lui era troppo educato, sua madre gliel’aveva proibito, suo padre gliel’aveva spiegato chiaramente: l’acqua è sporca, non si scherza, c’è da prendersi il tifo. E lui guardava, un po’ invidioso nonostante tutto. Come sono sciocchi i giovani, ieri come oggi... curioso pensare che non erano poi tanto cambiati, e non era poi tanto cambiata Venezia... oppure sì? Strano come gli si stessero imbrogliando i pensieri. Quei cinesi con i loro spaghettini... si erano tuffati dal ponte della nave da crociera? O erano stati quei due giovanotti massicci, dai capelli biondi? No, ora ne era sicuro, ora ricordava con precisione, a tuffarsi era stato un certo Giulio, detto sfottosamente Giulio Cesare perché era prepotente, sui dodici anni, già con un’ombra di baffi, mentre si tuffava dal ponte dei Pugni, fra le proteste e gli insulti bonari dei barcari che passavano. Una giornata afosa, il cielo bianco, abbacinante. Ora ricordava tutto, fin nei minimi dettagli. Lui, Guido, più giovane di Giulio Cesare, ancora bambino, si era fermato a guardare dalla riva, e aveva ricevuto abbondanti schizzi d’acqua sulla camicia bianca, sui calzoncini corti. Preoccupato di quel che avrebbe detto la mamma, se la camicia si sporcava, ma anche divertito. Di più: ammirato, eccitato, felice. Ritrovava la sensazione esatta dell’acqua sul petto, sulla pancia, nella giornata caldissima, quel piccolo brivido di desiderio, non tanto di tuffarsi a sua volta, quanto di vivere emozioni e avventure.
“… sotto le stelle.” Sandra lo udì mormorare.
“Io te l’ho sempre detto,” gli ribatté Alberta. “Questa mania dello scrigno. Ogni volta che tornavi da Roma, ogni volta che tornavi da Milano, era la stessa storia: quant’è bello il mio scrigno, come si sta bene a Venezia, non c’è un posto così bello in tutto il mondo... la solita solfa! E intanto gli altri, gli amici tuoi, facevano mostre e diventavano famosi. Si, lo so che anche tu hai fatto mostre a Roma e a Milano, piccole cose però, gallerie poco importanti, perché con la testa rimanevi sempre qui, nello scrigno, nel teatro.”
“Ma è un delitto amare la propria città?” sussurrò il signor Guido Zane, così piano che Sandra lo vide solo muovere le labbra.
“Ma le città vanno vissute, toccate, assaggiate. Ci si fa anche male, ci si sporca anche. Tu hai passato la vita a contemplarla, a dipingerla, e basta. E adesso che sei vecchio te ne accorgi ed è troppo tardi.”
In quel momento arrivarono alla fermata della Salute, e il fantasma di Alberta, dispettoso, scomparve. Non senza difficoltà Sandra fece alzare il padre, che pareva diventato più pesante e si muoveva con estrema lentezza, lo accompagnò fino alla scalinata della Salute, lo fece sedere su un gradino, lo sostenne passandogli un braccio dietro le spalle e fissandolo negli occhi gli chiese: “Papà, non stai bene? cos’hai?”
Lui non la sentì. Per la prima volta in vita sua seduto sulla pietra, guardava assorto le luci dei grand hotel che si accendevano l’una dopo l’altra, il Gritti, il Bauer, il Monaco, e scintillavano sull’acqua. Quelle prime luci della sera gli davano uno struggimento immenso: si sentiva lacerare il cuore, tra l’amore per quella bellezza che lo circondava e il dubbio di aver sbagliato qualcosa. Il crepuscolo vorticava di possibilità, di ricordi, di rimpianti. Ricordò di aver camminato sui tetti, da ragazzo, scivolando sui coppi malfermi; ricordò di essersi arrampicato su un pino di Sant’Elena, le mani appiccicose di resina, e la nostalgia gli fece battere il cuore in gola. Desiderava dipingere Venezia ancora una volta, desiderava -impensabile!- tuffarsi nelle sue acque e dormire sulle sue pietre. “Un pittore può vivere solo a Dorsoduro,” mormorò, ma di nuovo la figlia non sentì alcun suono. I suoi occhi chiari avevano un’espressione più che mai incerta; anzi, dopo un minuto, parvero a Sandra del tutto privi di espressione. La riconosceva?
Alzò la voce. “Papà, chiamo un’ambulanza, va bene?” gli chiese, ancora indecisa.
Infine, lui la guardò: e si vide per l’ultima volta il sorriso buono del signor Guido Zane. Durò solo un attimo, e lo vide solo Sandra, anche se alcune persone si stavano avvicinando; poi il vecchio pittore chiuse gli occhi, e mai più rivide Venezia.

[3a parte – fine. Le prime due parti di questo racconto sono qui e qui.]


Marilia Mazzeo è nata a Ravenna, ma vive a Venezia da molti anni. Dopo aver studiato Architettura ha deciso di cambiare rotta e dedicarsi alla scrittura. Ha pubblicato la raccolta Acqua alta (Theoria, 1997), i romanzi Parigi di periferia (EL, 1998) e La ballata degli invisibili (Frassinelli, 1999) e una serie di racconti, alcuni tradotti in inglese, tedesco e francese, per antologie, giornali e riviste. Il suo ultimo romanzo si intitola Non troverai altro luogo (L’Iguana editrice, 2017).








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 22 novembre 2018