Lo scrigno [1a parte]

Un racconto di Marilia Mazzeo



Alle sei e dieci di un mattino di maggio del duemiladiciotto, il signor Guido Zane si alzò dal letto e, prima di ogni altra cosa, spalancò le finestre e gli scuri della camera. Qui rimase lungamente a contemplare lo spettacolo, che era davvero notevole. Il signor Zane viveva al terzo piano di una casa del campiello Barbaro di Dorsoduro, campiello che come è risaputo è uno degli angoli più graziosi e pittoreschi di Venezia, un angolo che è stato dipinto in molti quadri ed è comparso in molti film. Ci viveva da più di quarant’anni, e cioè da quando gli era nato il terzo figlio e la famiglia aveva traslocato in un appartamento più spazioso. Il signor Zane aveva ora ottantadue anni: era un vecchietto piccolo di statura, asciutto se non addirittura scarno, non diverso da tanti altri uomini della sua età, ma con qualcosa di specialmente buono nel sorriso. A vederlo con quel sorriso buono, con quegli occhi celesti dall’espressione incerta e mite, nessuno lo avrebbe detto, eppure era capace di arrabbiarsi moltissimo.

Il signor Zane era un pittore. Per tutta la vita non aveva fatto che dipingere: e lo aveva sempre fatto alla maniera tradizionale, con tele e pennelli, olii e acquaragia. Sul finire del ventesimo secolo aveva provato anche i colori acrilici, ma con scarsa soddisfazione.
Il suo studio non si affacciava sul campiello Barbaro, bensì su un giardino interno. Era una stanza luminosa e silenziosa. Il silenzio e la luce erano, naturalmente, la cosa più importante. Il campiello Barbaro, con il frequente passaggio di turisti diretti alla basilica della Salute, non era abbastanza silenzioso; non lo era mai stato, e con il tempo lo diventava sempre meno.

Gli uccelli cinguettavano. Il sole splendeva, benché ancora basso all’orizzonte e invisibile dietro i tetti. Il cielo era intensamente azzurro, senza una nuvola. Era una di quelle mattine di primavera così perfette, così dolci, così incantevoli, che danno a chiunque, perfino a un pittore di ottantadue anni, un senso di gratitudine e di allegria. Il signor Zane salutò e ammirò il campiello che aveva dipinto parecchie volte, il canale che lo costeggiava di un color verde profondo, la fontanella che stava lì da sempre, e l’aiuola verde al centro che invece era stata aggiunta, chissà perché, una ventina d’anni prima; apprezzò la curva elegante del ponte, e il muro di mattoni antichi, decorati da ghirigori di salsedine, che cingeva il giardino posteriore di palazzo Dario. Rimirò a lungo i tetti, gli alberi, i masegni, e i camini, soprattutto i bellissimi camini a forma di vaso che si aprivano verso il cielo come corolle. Gli unici negozi che ospitava il campiello erano due piccole gallerie d’arte, ora sbarrate. Non passava nessuno, nemmeno uno spazzino ancora, nemmeno chi portasse a spasso un cane.
Si vestì in fretta, senza far caso a quello che si metteva, per l’impazienza. La primavera era stata, fino a quel giorno, piuttosto piovosa: il signor Zane non vedeva l’ora di uscire a godersela, ora che splendeva così radiosa e limpida. Andò in cucina e si preparò un caffè, aggiunse latte e zucchero, e se lo bevve alla finestra, pregustando la passeggiata. La figlia gli aveva ordinato di non uscire prima dell’arrivo di Alina, la signora delle pulizie. Alina arrivava alle nove con la spesa e aveva, come primo compito, quello di preparargli la colazione. Ma il signor Guido Zane non poteva aspettare. Si sa che il mattino ha l’oro in bocca e tutta quella freschezza, quella pace, quei cinguettii, presto sarebbero svaniti. Dopo le nove cominciavano a passare i primi baldanzosi gruppetti di turisti, e lui dai turisti cercava di tenersi alla larga. Esitò un momento sul soprabito: era ancora necessario? La giornata pareva calda; ma nel dubbio, infine, lo indossò. Avrebbe sempre potuto toglierlo, e portarlo ripiegato sul braccio.

Le passeggiate mattutine del signor Zane erano sempre uguali. Per prima cosa si dirigeva verso la basilica della Salute, che sorgeva in tutto il suo splendore a poca distanza. Lui l’amava come si può amare una moglie, conosciuta da tempo e ritrovata ogni mattina. L’aveva dipinta molte volte, negli anni, da diverse angolazioni e con diversa luce, ritrovandola sempre uguale eppure sempre diversa: gli immensi portali, le altissime colonne, le tante e tante statue, la grandiosa cupola, e sotto la cupola quei bizzarri, grandi riccioli di candido marmo che parevano schiuma di onde marine e che la rendevano diversa da tutte le altre chiese barocche del mondo e così meravigliosamente affine a una creatura marina, un riccio, una medusa, una piovra.
Proseguiva poi verso la Punta della Dogana, terrazza panoramica affacciata nel mezzo del bacino di San Marco e da cui si poteva ammirare l’incomparabile spettacolo della città posata sulle acque verdazzurre della laguna, da un lato la Piazza, il Palazzo e il Campanile, dall’altro l’isola di San Giorgio e la facciata del Redentore, come quinte teatrali della più bella scenografia del mondo. Quel giorno la marea era alta e le onde battevano allegramente, ai suoi piedi, contro la pietra d’Istria; la laguna, mossa dal vento, era già affollata, percorsa da numerose barche stracariche di sacchi bianchi, che il signor Zane sapeva essere colmi di lenzuola appena uscite dalle lavanderie di terraferma e pronte per essere restituite agli hotel, e ancor più numerose barche cariche di bottiglie, incredibili quantità di bottiglie d’acqua minerale, di birra, di bevande d’ogni tipo, anch’esse destinate ai mille alberghi e ristoranti della città. Accanto a lui, invece, non c’era ancora nessuno. Si godette il panorama in solitudine e si compiacque d’essere uscito di buon’ora. Non era possibile assaporare quella bellezza sgomitando tra gruppi di turisti vocianti, con i loro ridicoli cappellini, marsupi e calzoncini corti, in qualunque stagione, sempre con i nasi rossi per il troppo sole, e soprattutto sempre col telefono in mano, sempre occupati a fotografare e a fotografarsi, senza un attimo di tregua, quando sarebbe stato tanto più opportuno stare zitti e fermi e guardare, guardare e ancora guardare.
Soddisfatto, il signor Zane girò l’angolo e si avviò per le Zattere, ma subito si fermò impietrito. C’era qualcuno che dormiva lì, due uomini infilati in due sacchi a pelo, distesi contro la parete della Dogana. Si avvicinò cautamente per osservarli bene: erano giovani, dall’aria pulita, non barboni. Certo i sacchi a pelo erano sporchi, ma le teste che ne emergevano erano coperte di capelli biondi e corti, ben tagliati da un barbiere. Sotto le teste, a mo’ di guanciale, c’erano due zaini. Accanto, due paia di scarpe da ginnastica, abbastanza nuove, qualche cartoccio e due bottiglie di birra di quelle grandi, di vetro, vuote.
Il signor Zane si arrabbiò. Cominciò a dare piccoli calci ai due giovani. “Non si può!” gridava. “È vietato! Sveglia! È vietato dormire per strada!” Uno dei due giovani borbottò sonnolento, ma l’altro spalancò gli occhi, si rizzò a sedere e rimase a fissare incuriosito il vecchietto bizzoso che continuava a dare calci. Era un ragazzo robusto, di pelle e occhi chiarissimi. “Siete inglesi? It’s forbidden! It’s forbidden sleeping in the street!” Il ragazzo pareva troppo stupito per reagire. “Siete tedeschi? Verboten!” Il signor Zane il tedesco non lo sapeva, ma nella furia ripescava qualche parola nella sua memoria indebolita. “Verboten in der strasse!” Si guardò intorno in cerca d’aiuto: nessuno. “Via! Andate via! Go away! Raus!”
Finalmente il ragazzo che si era messo a sedere uscì fuori dal sacco a pelo, con movimenti fiacchi e l’aria stordita, si stirò per lungo e per largo e disse qualcosa al compagno, in una lingua che non era né inglese né tedesco. L’altro rispose borbottando, senza aprire gli occhi, e addirittura si rigirò su un fianco, dando le spalle agli altri due. Il signor Zane era sempre più arrabbiato: si sentiva offeso personalmente da quella noncuranza. Riprese a gridare rivolgendosi al primo, che almeno gli faceva sì con la testa; poi però il ragazzo, che si stava infilando le scarpe, in piedi, appoggiandosi goffamente al muro, per sbaglio diede un calcio a una bottiglia e la mandò in frantumi. Allora la furia del signor Zane raggiunse il culmine. Indicò i cocci di vetro e gli fece intendere chiaramente che doveva raccoglierli uno per uno: e il giovane ubbidì, docile, chinandosi a prendere i frammenti e cacciandoli dentro uno dei cartocci che aveva riaperto (conteneva due torsoli di mela), mentre accanto a lui il vecchio, rosso in faccia, continuava a sgridarlo come fosse un moccioso.
Ci vollero quasi venti minuti e il sole ormai splendeva alto -erano quasi le otto- prima che il signor Guido Zane riuscisse a convincere i due cialtroni, così li chiamava tra sé, a prendere su i loro stracci e i loro cartocci e andarsene. Il più pigro, ancora più alto, più pallido e più massiccio del primo, imprecava in quella sua lingua ignota; l’altro, più mite, fece un cenno di saluto con un timido sorriso. Il pittore rimase inchiodato lì, mentre si allontanavano, finché non vide le due teste bionde sparire dietro un ponte.
Fece qualche passo, ma subito si arrestò daccapo: da quello stesso ponte, sul quale aveva fisso lo sguardo, spuntò il profilo di una nave da crociera che avanzava, guidata dai rimorchiatori, verso il cuore della città. Ancora piccola per la distanza, ma rapidamente ingrandendosi man mano che si avvicinava, la nave era più alta di tutti i tetti, le chiese e i campanili della città: una vera gigantessa, un mostro, proprio per quella sua aria falsamente innocente e festosa. Era ormai da anni uno spettacolo consueto: molte di queste navi passavano ogni giorno, e il signor Guido Zane avrebbe dovuto farci l’abitudine, come tutti. Invece, ogni volta, rimaneva fermo a guardare stupefatto la nave, con i suoi disegni carnevaleschi e i suoi mille balconcini da alveare, e più in alto, lassù, la folla dei passeggeri che si accalcava al parapetto, ammirando Venezia dall’alto. Si sentiva piccolo piccolo, e anche un po’ spaventato, come un bambino; poi si irritava con sé stesso d’essersi spaventato. Non poteva fare a meno, ogni volta, di immaginare la nave che urtava e distruggeva le rive di pietra bianca della città, o addirittura mandava in briciole la sublime facciata di san Giorgio; e a quel pensiero, il suo cuore saltava un battito.
Finalmente si rimise in cammino: ma il suo umore era ormai rovinato. Benché la passeggiata delle Zattere fosse ancora pressoché deserta, benché il cielo fosse più azzurro che mai e la laguna spumeggiasse frizzante e festosa in mille piccole onde che riflettevano mille spicchi di sole, benché le facciate del Palladio si levassero candide e maestose dalle acque, e tante casette da fiaba si allineassero lungo l’isola della Giudecca, come in un disegno fanciullesco, il signor Guido Zane non aveva più voglia di tutta quella bellezza. Arrivato ai Gesuati, invece di proseguire fino a San Basilio come faceva nelle mattine di bel tempo, decise di tornare a casa e tagliò per il viale di sant’Agnese.
In quella serie di calli, stradette e campielli che s’infilavano l’uno dopo l’altro sulla punta di Dorsoduro, fino a venti o trent’anni prima, era tutto un seguito di botteghe e di caffè. C’era il panificio dove il signor Zane aveva comprato il pane per quasi tutta la vita; anche da ragazzino ce lo mandavano, perché faceva le migliori rosette di tutto il sestiere. La drogheria dove sua moglie Alberta tante volte lo incaricava, poco prima di cena, di scendere a comprare sei uova. Il fruttivendolo, che per molti anni aveva avuto una gran tenda a rigoni gialli e celesti che era uno spettacolo, e lui l’aveva dipinta tante volte, e aveva perfino sofferto quando poi l’avevano sostituita con una delle solite, rosso scuro. C’era il negozio della sarta, simpatica grassona con l’accento padovano, che gli metteva gli spilli nei pantaloni, sotto la supervisione di Alberta, per cucire l’orlo giusto. Il barbiere che gli aveva tagliato i capelli per vent’anni, Nane Rosada, con le riviste di moto in bottega, perché aveva la passione delle moto e se gli davi corda era capace di tenerti per un’ora a sentire le prodezze della sua. Il calzolaio che aveva aggiustato le scarpe di tutta la famiglia, e dopo di lui suo figlio, veneziani veri che non avevano né moto né macchina, e nemmeno la patente, e amavano, invece, andare in barca per la laguna a pescare. Poi veniva la trattoria da Gino, un posto alla buona sempre pieno di pittori, e professori dell’Accademia, ch’era lì a due passi. Quante volte il signor Guido Zane ci aveva mangiato! Ricordava ancora la sensazione, tra le dita, della tenda di strisce di plastica che si scostava per entrare, negli anni Settanta. Una piccola ferramenta, Marian, dove aveva sempre comprato la trementina e l’acqua ragia. C’era il vinaio, Amedeo, con le grandi damigiane allineate sul banco: per tutto il tempo del suo matrimonio il signor Zane aveva fatto riempire ogni venerdì otto bottiglie, cabernet e merlot d’inverno, custoza e pinot bianco d’estate, e una volta riempite le bottiglie Amedeo gli offriva un bicchiere, e gli raccontava le ultime di cronaca. C’era poi una merceria dove una volta sola era entrato, con sua moglie, perché non si capacitava che non esistessero dei bottoni come li voleva lui: ed era rimasto colpito dalla merciaia, giovane e bellissima, con un viso tondo e niveo come se ne vedono nei quadri del Veronese.
Tutti quei bottegai, che conoscevano bene il signor Guido Zane e lo salutavano quando passava, lusingati di servire un pittore famoso, ora se n’erano andati, l’uno dopo l’altro. Avevano venduto le loro botteghe a prezzi folli, quelle semplici botteghe che lui tante volte aveva dipinto, portando il suo cavalletto in strada; e si erano ritirati da qualche parte a godersi la loro imprevista ricchezza. Al loro posto c’erano ora cose per turisti: negozi di souvenir, gallerie d’arte commerciali, ristoranti cosiddetti tipici. Nessuno lo salutava più, quando passava, nessuno lo conosceva. Per fare la spesa ora bisognava andare fino a un supermarket lontano. E per farsi tagliare i capelli, ancora più lontano. Calzolai, mercerie, ferramenta: più niente.

Rincasò alle nove e un quarto. “Ho trovato due che dormivano,” annunciò alla signora Alina, prima ancora di salutarla. “Dormivano in strada, dentro i sacchi a pelo.”
“Buongiorno, signor Guido,” lei sorrise. “Come sta oggi?”
“Benissimo, grazie, ma stavo meglio prima.” Sedette al tavolo della cucina, aspettando di essere servito. “Prima di incontrare quei due, per strada. Dormire per strada, capisci? Il caffè l’ho già bevuto.”
“Poveretti, che scomodo, pensi, che duro.”
“Macché! Non è questo.”
“E che umido, per terra, c’è da ammalarsi.”
“Ma no, erano giovani e forti. Non erano mica poveri. Erano turisti!” L’insulto supremo. “Turisti troppo spilorci per dormire in albergo.”
Alina tagliò due fette di pane fresco, e le spalmò di marmellata, una di ciliegie e una di albicocche, come piaceva a lui, che era pignolo. “Troppo poveri, forse,” insisté.
“Se si è troppo poveri per pagarsi una camera d’albergo, si resta a casa,” sentenziò il signor Zane.
Lei non volle contraddirlo. Sapeva che il suo mestiere era quello di essere paziente e gentile. Gli versò una tazza di latte, con ancora un goccio di caffè; e poi si mise a lavare i piatti della sera prima, mentre lui, seduto a tavola, mangiava borbottando tra sé.
Finito che ebbe di mangiare, si accomodò nella sua poltrona in salotto, accanto alla portafinestra che dava sul campiello, con un libro di riproduzioni di Cézanne. Di solito, dopo la passeggiata, si metteva a dipingere: ci vedeva ancora abbastanza bene, ma il braccio si stancava presto, e le sedute davanti al cavalletto, ormai, duravano al massimo un’oretta. Quel giorno, però, si sentiva ancora scosso, ancora troppo di malumore, per dipingere. Rinunciò. Decise invece di andare avanti con il progetto di riordinare la sua libreria: progetto che andava avanti molto lentamente, perché ogni volta che ci si metteva esaminava non più di due o tre volumi, sfogliandoli da cima a fondo. Erano quasi tutti libri d’arte, vecchi di trenta o quarant’anni e anche di più, e a sfogliarli si impolveravano le dita.
Alina intanto riordinava la casa, andava avanti e indietro tra le stanze, rifaceva il suo letto, stendeva il bucato, spolverava; e su di lui quella presenza femminile, così dolce e discreta, aveva un potere calmante.
Infine si sedette a poca distanza da lui, intenta a ricucire due bottoni su una camicia. “Che bella giornata,” disse. “Come si sta bene così, con le finestre spalancate. Si sentono gli uccellini che cantano. Entra una brezza leggera, profumata.”
“È il glicine di Ca’ Dario” lui rispose, burbero.
“A casa mia, a Marghera, non è bello stare con le finestre aperte, nemmeno in una giornata come questa,” disse Alina. “C’è tanto traffico, tanto rumore, lei non se lo può neanche immaginare, signor Zane. Altro che profumo di glicine! C’è una puzza di macchine, di smog!”
“E perché non me lo posso immaginare? Non ci sono mai stato, io, a Marghera?”
Lei rimase un momento perplessa. “Ma quando? Quando c’è stato, l’ultima volta?”
“Eh, chissà? Un paio d’anni fa, credo.”
“Uhm,” dubitò lei. “A Mestre sì, a Mestre sua figlia l’ha portato poco fa, dal cardiologo, si ricorda? Quello bravo, Stefanini. A gennaio.”
“Sì.”
“Ma a Marghera che motivo avrebbe per andarci? A Marghera non ci sono medici e ospedali. C’è solo gente povera, e vecchie fabbriche, e brutte case, e centri commerciali.”
“Io, la bruttezza, non la voglio vedere,” affermò deciso il signor Zane. “Ne ho vista abbastanza in vita mia, e ora che son vecchio basta, non mi voglio più muovere da Venezia, perché il mondo di là dal ponte è troppo brutto.”
“Lo so, lo so, appunto questo dicevo.”
“Avrei potuto andarmene,” lui continuò. “Tanti se ne sono andati. A Roma, a Parigi. Perché?, io gli chiedevo. Cosa c’è di più bello di Venezia? Un teatro, un palcoscenico. Uno scrigno prezioso. Un sogno. Io non me ne vado.”
“Anche Roma è bella.”
“Certo. Ma a Roma c’è il brutto e c’è il bello, come dappertutto. E io il brutto non lo voglio vedere. Non più. Ho viaggiato. Ho visto. Ho dipinto quadri ovunque, a Roma, a Palermo, in Spagna, in Grecia. Ma adesso che son vecchio, basta con il brutto. Perché sa cos’è Venezia? È l’unica città al mondo senza brutto. Qui c’è solo il bello. E io voglio stare qui, nel mio scrigno, tranquillo, perché son vecchio.”
“Eh.”
Tacquero. Lui sfogliava, riconosceva certi quadri che lo avevano colpito tanti anni prima, ritrovava tra le pagine fogli ingialliti con i suoi appunti sulla composizione o sul colore, e poi alzava gli occhi e guardava fuori, i gabbiani che passeggiavano sui tetti, le due piccole gallerie d’arte che aprivano. La mattina era davvero così fulgida che riusciva a entrare in casa, la casa triste di un anziano solitario, e il suo malumore, piano piano, si dissipò. Avrebbe fatto un’altra passeggiata nel pomeriggio, forse. Certo, dopo le dieci, la città si affollava: bastava guardar fuori, dove coppie, famiglie e gruppi sempre più numerosi di visitatori passavano di continuo diretti alla Salute, alla Dogana, e al museo Guggenheim; irritato, ma cercando di dominarsi per allontanare lo scontento, il pittore li guardava dall’alto del suo poggiolo al terzo piano. Era convinto che a nessuno di loro importasse minimamente di quelle cose: la basilica, costruita per ringraziare la Madonna quando finalmente la terrificante peste del Seicento aveva mollato la presa; la Dogana da Mar, opera del Benoni, edificio unico nel suo genere, a pianta triangolare, con la sua torre coronata dalla palla d’oro, sostenuta da due atlanti, e sopra la statua detta Occasio, che sarebbe poi nient’altro che la fortuna, rotante ad segnare la direzione del vento e insieme a rappresentare la mutevolezza della fortuna stessa. Che ne sapevano loro? Che gliene importava? Una volta, almeno, i turisti viaggiavano con la guida in mano: si informavano, si preparavano, facevano perfino domande interessanti ai veneziani. Ora non chiedevano più, e le guide parevano scomparse, e così le mappe e perfino le macchine fotografiche: tutti avevano in mano una cosa sola, i telefoni: se ne fregavano allegramente che una chiesa fosse romanica, barocca o gotica, non sapevano nulla e non capivano nulla. Non conoscevano né Tiziano né Tintoretto, artisti di cui Zane andava così fiero, per la loro immensa grandezza, da sentirsi spuntar le lacrime al solo pensiero di quello che avevano dipinto. I turisti preferivano il Guggenheim, piccola collezione d’arte del Novecento, ai tesori della galleria dell’Accademia, perché la gente era diventata troppo ignorante e pigra per affrontare una pinacoteca importante. Si divertivano a scegliere souvenir, quadretti, collane di vetro colorato, senza mai preoccuparsi che fossero volgari imitazioni cinesi, e che per colpa loro, quel prodigio che nei secoli era stata l’isola di Murano con i suoi meravigliosi, inimitabili vetri, stesse per esaurirsi. No, una sola cosa importava loro: raggiungere la punta della Dogana e di là fotografarsi con quello scenario spettacolare dietro le spalle, mandare le loro stupide foto in giro per il mondo, agli amici rimasti in Australia, in India, in Russia, in Uruguay, in Corea, in Canada e negli Emirati, per far sapere loro che erano stati a Venezia. Così rimuginava il signor Guido Zane, spiandoli con disgusto e tornando poi ad affondare il naso nel suo volume su Cézanne.
Alina andò in cucina e si mise ai fornelli: ogni giorno gli preparava il pranzo, una fettina di carne o di pesce e un bel piatto di verdure bollite come aveva prescritto il dottor Stefanini, con poco sale e un cucchiaino d’olio extravergine; per la cena, una pentolina di minestra che lui si riscaldava, meticoloso, alle otto precise.
Pranzarono insieme, poi Alina se ne andò e lui si coricò per la pennichella.

[1a parte – continua qui e qui.]


Marilia Mazzeo è nata a Ravenna, ma vive a Venezia da molti anni. Dopo aver studiato Architettura ha deciso di cambiare rotta e dedicarsi alla scrittura. Ha pubblicato la raccolta Acqua alta (Theoria, 1997), i romanzi Parigi di periferia (EL, 1998) e La ballata degli invisibili (Frassinelli, 1999) e una serie di racconti, alcuni tradotti in inglese, tedesco e francese, per antologie, giornali e riviste. Il suo ultimo romanzo si intitola Non troverai altro luogo (L’Iguana editrice, 2017).








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 20 novembre 2018