Come essere pratici

Francesca Matteoni (con una risposta di Tiziano Scarpa)



Avevo ricevuto insieme a una lista di destinatari il primo invito alle manifestazioni europee del 13 ottobre scorso contro i nazionalismi. Perciò alla stessa lista di persone ho mandato il mio articolo La guerra asimmetrica dei nuovi fascisti. Ho ricevuto alcune risposte, brevi o più articolate, tutte interessanti. Ne ho già pubblicate alcune: di Antonio Moresco, intitolata Il rischio dell’invenzione, di Franco Buffoni, L’odio del Bullo, e tre messaggi di Lorenzo Pavolini, Andrea Inglese e Paola Capriolo. Ecco una mail ricevuta da Francesca Matteoni, con una mia risposta.
[T. S.]


Care e cari,
ho letto tutto a partire dal pezzo di Tiziano Scarpa che è ovviamente condivisibile e che dice bene lo sgomento in cui ci muoviamo.

Tuttavia, e spero di non essere fraintesa, mi sono sentita sempre di più come un pesce fuor dall’acqua leggendo lo scambio fra noi. Condivido quanto dice Simona Vinci sull’essere non contro, ma per, sul promuovere qualcosa e raccontarlo – accanto alle persone. E che siano persone scelte, riconoscibili.
Concordo con Vanessa Roghi sull’importanza di osservare e seguire le questioni educative, in questo momento così difficile; e concordo con Fabio Geda quando sottolinea che lo scrittore nella folla è uno fra i tanti, e quando va in giro non ostenta i ferri del mestiere (mi pare di ricordare) – ma, mi verrebbe da aggiungere, proprio questa qualità mimetica è quella che possiamo sfruttare e decidere quindi accanto a quale battaglia, persona, comunità prendere posto. Se non diceva proprio così, è tuttavia quanto credo.

Noi non siamo i salvatori del mondo. E non sono i grandi temi quelli che muteranno questo tempo infausto, ma tante azioni pure invisibili, portate avanti nei territori, nel locale, raccontate, anche se i media le ignorano (e lo fanno tendenzialmente per miopia).

Lo cambierà tornare a praticare quanto sosteneva Hannah Arendt riguardo l’agire politico come il più alto agire umano, non riducibile alle sole teorie, ma trasformato nei gesti, calato nei contesti del vissuto.

Allora se vi va, se trovate il tempo, ma soprattutto se avete voglia di fare la differenza per i posti che abitate – i mezzi ci sono. C’è un agire lento, eppure efficace che porta risultati, fiducia, che aiuta a creare una felicità diversa e uno degli strumenti lo hanno già adottato molte amministrazioni locali (alcune illuminate), quello di Labsus e dei patti di collaborazione:

http://www.labsus.org/

Io ho un patto di territorio, anzi non io che sono l’ultima arrivata, ma il luogo che “rappresento”, il mio paesino collinare e il suo centro di quartiere. Avere una persona con un po’ di immaginazione e cocciutaggine a “guidare” serve – perché spesso gli intellettuali o simili manco sanno cos’è un patto, manco sanno della strada scassata nella via dove vivono, del ponticello precario, del cippo danneggiato, dei bambini che frequentano la scuola accanto – lo sanno però persone con moltissima volontà e meno strumenti. Che ho visto sempre più sole in questi ultimi due anni. Non penso, sia chiaro, che gli scrittori e gli artisti, che sono comunque uno sparuto gruppo, possano cambiare le sorti del paese – ma nel termine “intellettuale” rientrano, secondo me, molte categorie: formatori, educatori, operatori sociali e culturali, quell’umanità che si ritiene, a ragion veduta o meno, illuminata e progressista e che invece si è sempre più progressivamente allontanata dal popolo, con le dovute eccezioni. Le rivoluzioni non avvengono dai ceti più bassi, avvengono, semplificando, quando il borghese si mette al servizio, provocando un movimento sotterraneo, che sovverte quell’ordine verticistico che pare una moda intramontabile di questi tempi. Non un leader che abbagli le masse, ma un movimento continuo, sollecitato dal pensiero e dall’azione culturale e politica, che sia ben consapevole dei quartieri, delle periferie, dei territori che abitiamo. Noi possiamo dire la nostra, reinventandoci se le forme in cui lo abbiamo fatto fino a questo momento risultano nostro malgrado inefficaci.

La finisco qui. Se siete curiosi ne parlo a lungo e con molti link in questo articolo. Io non mi fermerò, finché ho fiato. Perché funziona e fa bene. A tutti.

Buona serata,
Francesca


Cara Francesca,
ti ringrazio del tuo intervento. Le iniziative che segnali non le conoscevo; ma allo stesso modo è possibile che anche tu non conosca altre iniziative locali molto pratiche messe in atto da associazioni e persone: intellettuali compresi.

Descrivere e denunciare la direzione che sta prendendo la specie umana (come per esempio fa Antonio Moresco in Il grido) non esclude gli interventi locali o il prendersi cura delle situazioni immediate e urgenti, dei beni comuni ecc. Il problema è che gli interventi locali non bastano: il che non vuol dire che non contino nulla e che non si debbano fare (mi raccomando, non mi fraintendere). Di fronte a fatti molto concreti come l’inquinamento dei mari e dell’atmosfera, la plastica che riempie gli oceani e intossica i pesci, l’uso sconsideratamente allegro dei carburanti fossili non rinnovabili, l’esaurimento delle risorse, il riscaldamento del pianeta, il clima che cambia, la mentalità che misura la “crescita” e il benessere di popoli e nazioni applicando parametri puramente economici, le probabili guerre feroci che si faranno per accaparrarsi l’acqua e mantenere stili di vita dispendiosi in aree blindate a scapito di tutto il resto del mondo, gli spostamenti di intere popolazioni affamate rispetto ai quali le migrazioni di oggi appariranno come una piccola cosa, eccetera, stiamo rischiando di andare verso una catastrofe di specie, se non verso l’estinzione umana nel giro di qualche decennio. Perciò, oltre al fondamentale lavoro che si prende cura delle situazioni locali, va affiancato un lavoro di ideazione e intervento complessivo, planetario, una diversa maniera di pensarsi e di vivere da parte del genere umano. Non mi sembrano chimere di intellettuali, ma un altro modo di essere pratici.

Un saluto caro!
Tiziano








pubblicato da t.scarpa nella rubrica condividere il rischio il 19 novembre 2018