Il contrabbasso e la rosa

Giuseppe Goisis



(Ho conosciuto Giuseppe Goisis qualche anno fa e ho avuto modo di apprezzarne le qualità di narratore nella raccolta di racconti Un posto vale l’altro (Pequod 2004) e nel romanzo Senza replica (Baldini Castoldi Dalai 2005). È da poco uscito un nuovo romanzo, Il contrabbasso e la rosa (Greco&Greco). Ne pubblico l’incipit e lo ringrazio. mr)

Ai tempi in cui la nostra storia comincia, questi furono alcuni episodi della storia che precedette.

Un culo enorme in primo piano. Il giorno si aprì così. La foto sul giornale di un famoso dipinto di Botero - La toilette - olio su tela del 1971, 190 per 111. Trafugato all’alba da una banda di professionisti in un museo americano. L’avvenimento rischiò d’avere conseguenze politiche, fra Stati Uniti e Colombia. Accuse di complicità, addirittura, o riprovevole inefficacia dei servizi di sorveglianza. Comunque diplomazie sull’orlo dei nervi. La donna del quadro sta di spalle, a darsi il rossetto, in mano uno specchietto tondo, che riflette occhi naso labbra. Una larga treccia a caderle sulla schiena. Alla sua sinistra il letto, sulla destra la cassettiera. Da un cassetto fuoriesce biancheria. In terra mozziconi sparsi, attorno ai piedi impantofolati. Cascano dalla testiera del letto pure l’interruttore e il filo di un’abat-jour. Infine, dettaglio che subito colpì Giulio, due nei, uno all’altezza dell’enorme natica destra, l’altro appena sotto l’occhio, riflesso nello specchietto tondo. Microscopici entrambi. Gli articoli del giornale riguardavano la cronaca del furto e il valore inestimabile delle tele di Botero. Un critico acclarato paragonava le sue donne a Eva e Maria, con le doppie stimmate della purezza e dell’impurità. Siano esse recline o supine, ispanizzate, nobili o sguattere, matrone, sole, ingioiellate, o come questa, impantofolate, le donne di Botero non sono più Eva la reproba o Maria l’immacolata, quanto piuttosto un’Eva redenta e una Maria degradata. Guardiane occhiute e severe di uscite e ingressi, con minuscoli sessi, ad avvertire che l’entrata è tutto tranne che gratuita e assicurata. Poi analizzava in modo alquanto dotto la luce dei suoi quadri, una pittura che preesiste al colore che la rivela, secondo lui. Così il silenzio e la quiete, indispensabili per osservare senza distrazione gli spazi dilatati. Per ultimo, affermava di non poter guardare queste donne sosegadas senza vedere il volto della loro morte. "Ogni bellezza sfiorirà, pélegrinage à la mort, le donne-volume (non grasse, mai grasse), trionfano sulle eterne misoginie, sul ribrezzo agostiniano, per disegnare una parabola definitiva e suggerire un’anticipazione senza angoscia della fine". Giulio aveva guardato con stupore la foto del giornale. La guardò così. Con lo stupore di trovarsela in prima pagina, oscena. Quel giorno il foglio ebbe vendite da primato. Pensò ai tempi in cui restava ad ammirare sua sorella poi suicida mentre si truccava. Al piacere di vederla studiare il modo di apparire, di provocare, alla perizia dei suoi gesti levigati.
Ma quel giorno, in realtà, il culo del quadro di Botero al tavolo della colazione non rinverdì soltanto la toilette della passata intimità familiare. Venne piuttosto confrontato ad altro, di ben più tragico. Fu infatti il giorno del funerale di sua madre. Della povera donna rinsecchita che la malattia aveva a lungo saccheggiato, lasciando uno scarno culo ossuto perforato da siringhe, anche a Giulio era toccato di vederlo perforato, anche poche ore prima che morisse, per la morfina. Non solo. Come se non bastasse lo scempio che il cuore patisce in circostanze luttuose, a quello scempio si aggiunse la coda di un litigio con brutte parole, di fronte al loculo, a cerimonia terminata. Giulio si ricordò di un libro che sua madre amava moltissimo. Aveva deciso di deporlo nel loculo, insieme a lei, accanto alla bara. O sopra. Prese la decisione pochi minuti prima della partenza del corteo. Senza dirlo a nessuno. Né sorella poi suicida né padre. Lo ebbe a memoria per l’intero funerale (rimbalzava contro il petto), nascosto nella tasca interna del giaccone. Quasi fosse la cosa più importante, fra tutte. Quel sottile libercolo edizioni economiche. Poi si sa, il trambusto emotivo, il viavai delle condoglianze finali. Un crocevia di parole e strette, di abbracci. Ricordò a lungo, negli anni a venire, la forza fisica di certe dita e certe spalle, così diverse dalla forza abituale, si commosse infatti, contravvenendo a quanto proposto, come se quella forza lo costringesse a un confronto sovrumano che la sola morte, troppo dura, troppo enorme, non riusciva ancora a provocare. Una verità eccessiva che si sarebbe volentieri risparmiato (l’avrebbe rimandata piuttosto, come con tutte le verità brutte dei destini). Che poi, cosa era quella forza della gente, dei corpi comunicanti, così vera, era vicinanza, certo, vera, dolce, era commuovente, ma era anche la paura di ognuno scaricata senza ritegno su di lui e sui poveri ragazzi mezzi orfani come lui. Sopravvissuti che ribadiscono a se stessi la propria sopravvivenza. Insomma, del libercolo si era completamente dimenticato. Ormai giunto al cancello d’uscita era corso indietro, estraendolo dalla tasca lungo il tragitto. Tornò nel settore del cimitero appena inaugurato. L’operaio addetto andava chiudendo il loculo in quei precisi istanti, appiattendo con la cazzuola il cemento ai lati della pietra scritta. Giulio disse devo mettere questo è un libro mia madre lo voleva. Sperando, forse, che il riferimento materno bastasse a far riaprire il primo vano del settore rinnovato. Per nulla. L’operaio gli oppose brusco un rifiuto. Giulio riprovò, più nervoso che supplichevole. Ribadì tale e quale cioè. L’operaio, in risposta, scese dalla scala e ripose cazzuola e secchio in una carriola. Giulio urlò quasi, una terza volta. Le parole ancora uguali, devo mettere questo, è un libro, mia madre lo voleva. A quel punto l’operaio esaurì la pazienza concessa per il momento eccezionale. Era un omino tozzo, con peluria ricciola che gli sporgeva dalle orecchie e dal naso, un pomo d’Adamo abnorme, che s’irritava parecchio per la polvere di cemento. Se lo grattava spesso, lo raspava a tratti. Doveva cambiare lavoro. Impugnò la carriola e bestemmiò, alto e chiaro, sollevò il manubrio e bestemmiò una seconda volta, invertendo l’ordine delle parole. Spinse sulla ruota e recitò una terza bestemmia, sempre stentoreo, in dialetto stavolta. Giulio fermo, col suo libro. Alcune persone attardate si voltarono. Fra esse il curato, che si segnò. L’operaio in allontanamento continuò lamentandosi della gente che pretende le cose, che se quello era il primo loculo cominciava bene la faccenda (il nuovo settore prevedeva 900 alloggiamenti), che andasse affanculo il suo lavoro di merda, doveva cambiare lavoro. Parlare convulso gli concentrava saliva lungo le labbra, una corona, tutt’attorno. Era un’altra sua caratteristica. Quando svoltò l’angolo ritornò il silenzio. Giulio girò la faccia e alzò gli occhi fino al loculo. Sollevò il libro con le due mani, ben sopra la testa spettinata. La scena era stata particolarmente struggente. Dileguati i ritardatari era restato lui, a braccia in su. Solo, nella solitudine da deserto freddo del settore inaugurato, più freddo del freddo dunque, un posto non ancora arredato dalla pietà popolare, solo a parlare da solo, con la madre. Disse mamma, non madre, la voce ferma, recuperata, mamma, eccolo, è qui, ce l’ho io, lo tengo io, è lo stesso. Poi abbassò le braccia. Sentì passi sulla ghiaia, e si voltò. Perché quella giornata dilaniante gli avrebbe riservato dell’altro. La conferma di una legge: la legge degli opposti. Sulla ghiaia infatti, adesso ferma, c’era… lei. Lei di cui, per il resto della vita, avrebbe riconosciuto e rimpianto la differenza, qualunque volto gli capitasse di guardare. Lavinia sua compagna compresa. Risalì lento con il libro fino al petto. La riconobbe. L’aveva già sbirciata durante la processione del funerale, nelle retrovie. Lei riprese ad avanzare, due passi di ghiaia. Condoglianze disse quando fu faccia a faccia, e lo baciò lieve sulle labbra. Le labbra più belle del mondo, per Giulio, la porta per la felicità meno danneggiata. Dentro di sé, nel torace, udì un paio di incredibili botti. Altre parole poi, semplici senza essere formali, ma i botti le avevano coperte. Non le aveva sentite e non le avrebbe ricordate. La vide andarsene a passi incerti causa la ghiaia, eppure compita, nobile, la seguì stordito sino alla fine dei sassi calpestati. Lei, della vita, era davvero la cosa più bella che poteva immaginare.








pubblicato da m.rossari nella rubrica libri il 6 marzo 2011