La fine del mondo che non c’è

Dario De Marco











Eppure, non riesco a capire che differenza ci sarebbe.

Eh? Ma che stai dicendo?

No pensavo... alla fine del mondo, sai.

Ah, bravo! Che originale.

Senti bella, sfotti poco... no ma sul serio: cioè, è ovvio che stiamo parlando in linea teorica, chiaramente anche stavolta non succederà niente, la gente si preoccupa delle profezie dei Maya e di Malachia, di asteroidi e di invasioni aliene, mentre qui stiamo distruggendo il mondo con le nostre mani, lentamente ma senza scampo, però certo i dati sull’effetto serra e sulle emissioni inquinanti non hanno lo stesso sex appeal dell’apocalisse... comunque non è di questo che volevo parlare.

E menomale, figuriamoci se volevi farlo.

Ah-ah. Ma senti qua: in astratto, a livello di pura ipotesi, se tu muori

Tie’!

Evvabbè, poi sono io il meridionale scaramantico: allora, se IO devo morire, che muoio solo io o che appresso a me muoiono altri sette miliardi di uomini, a me che mi cambia?

Ma che discorsi. Cambia eccome, cambia tutto.

E cioè? No, senza polemiche: cambia in meglio o in peggio? È preferibile dipartire in solitudine, o al massimo in ristretta compagnia, così che il resto del mondo rimanga lì a piangerti per l’eternità? Oppure è meglio andarsene in comitiva, all together: se ne trae una specie di consolazione, tipo pereat mundus, tipo muoia sansone con tutti i filistei, tipo apré muà le delush?

Devi dirle tutte? Ti sei dimenticato mal comune mezzo gaudio. Sì comunque, immagino che sia così, almeno per la maggior parte della gente, io per me non ci ho mai riflettuto.

Allora vedi cara, che ho ragione? Perché non ci hai riflettuto? Perché in realtà, nel profondo, non te ne frega niente. Perché in realtà per ogni uomo

Allora io non c’entro.

E dài. Per ogni maschio di razza umana, sia egli maschilista o femminista, come per ogni femmina di razza umana, sia ella femminista o

Attento!

Basta, insomma, fammelo dire: per ogni uomo la propria fine è la fine del mondo. Ma che pensiero raffinato, quasi un aforisma: vedrai che perfezionandolo un po’ finirà per andare sulle magliette.

Eh, come dici?

Ma sì, quella del bruco e della farfalla, com’era...

Ah ho capito. Eheheh, giusto, aspetta, vediamo come sarebbe: “Quello che un uomo chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama... ma dove l’ha ficcato sto testamento il nonno?”

Ahahah, no ascolta: “Quel che un uomo chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama... tu guarda quanto cazzo costano le imprese funebri!”

Brava. Oppure, allargando il discorso all’intera specie: “Quello che l’uomo chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama finalmente si sono tolti dalle palle sti scimmioni glabri”.

Uhm... mica l’ho capita.

Eddài, non UN uomo, ma L’Uomo...

Ah. Vedi che gira e volta, stai sempre a immaginare romanzi di fantascienza.

Io! Qua tutti non fanno che parlare di pianeti allineati, radiazioni solari e ufo, e poi sono io.

Ma quali ufo, passami un paio di tarallini, piuttosto.

Eccoti qua, tutto il pacco: vedi che sono quasi finiti, però.

E sarà un segno della fine imminente... Comunque si possono sempre ricomprare.

Sì, la fai facile. Ma torniamo a bomba: quindi secondo te le persone preferiscono l’apocalisse per morire in compagnia.

È detta molto terra terra, così... insomma per sentirsi parte di una sorte comune, un’avventura collettiva, anche se l’ultima avventura...

Quindi secondo te gli ebrei che entravano a centinaia alla volta nelle camere a gas erano più felici degli altri?

Ma quanto sei stronzo.

No vabbè, scusa. Quindi più che altro il movente sarebbe l’invidia a priori per chi resterebbe in vita...

… o la consolazione, l’esaltazione di aver vissuto alla fine dei tempi.

Ecco vedi, è proprio qui che volevo arrivare. Quando dicevo che secondo me non c’è nessuna differenza tra morire e morire-per-la-finedelmondo, non intendevo tanto fare una questione psicologica, soggettiva. Ma volevo dire che oggettivamente non ci sta differenza, perché non lo verremmo a sapere.

Cosa? Ma che stai dicendo.

Allora, mi spiego. Quest’apocalisse, in pratica, come ce la immaginiamo? Che cosa dovrebbe succedere: il meteorite? La terra che si spacca, tsunami, vulcani dappertutto, fuoco e inondazioni? La guerra nucleare, diecimila hiroshima contemporaneamente? Cose così?

Beh sì, suppongo di sì, cataclismi del genere.

Ok. Allora i casi sono due: o ti cade il meteorite direttamente in testa

Seh, vabbuò.

Dico per dire. Nel senso: se ti ritrovi nel bel mezzo del cataclisma, come la vivi? Pensa a un terremoto di potenza sconvolgente: per quanto sia lungo, dura pochi minuti. E se si tratta di un terremoto capace di radere al suolo una città, di aprirti la terra sotto ai piedi, tu in quei pochi minuti non avresti neanche la possibilità di pensare a come metterti in salvo.

E allora?

E allora figurati se hai il tempo, e la voglia in quel momento, di riflettere se è un terremoto locale o un sisma globale che sta facendo crollare tutto, se stai morendo solo tu o altri sette miliardi di persone: muori e basta, e tanti saluti.

Tu ti sei visto troppi film apocalittici. Stai sempre a immaginarti queste scenografie grandiose, ma la fine del mondo non è un kolossal.

Infatti, è proprio quello che sto dicendo. Il caso uno è il più improbabile, statisticamente. Più frequente è la seconda ipotesi, voglio dire, è quella che capiterebbe alla maggior parte delle persone: non essere direttamente coinvolte nella scena madre. Tutto sommato se ci pensi la Terra è grande, e contemporaneamente piccola. Cioè: l’estinzione dei dinosauri, che poi è famosa con questo nome ma si tratta di una delle più grandi estinzioni di massa nella storia della vita sulla Terra, mica riguardava solo i lucertoloni, ebbene quella estinzione, che tra l’altro non è stata neanche la strage più feroce, in un’altra di qualche milione di anni prima si è estinto l’85 per cento delle specie viventi, ti rendi conto? Ebbe’, quella roba lì è stata causata da un singolo asteroide, caduto in un solo punto del pianeta. Perciò ho detto che il mondo è sia grande che piccolo: grande per essere distrutto in una volta sola e di colpo da un singolo evento per quanto potente, ma piccolo perché poi quel singolo evento si ripercuote a cascata su tutto il sistema, e tra l’altro con effetti che si allargano lentamente nel corso degli anni. Una delle ultime glaciazioni, altro esempio, è stata provocata dall’eruzione di un vulcano in Oceania, che ha emesso ceneri e gas che si sono piano piano estesi ovunque, e che hanno causato l’assenza di estate per vari anni, l’abbassamento delle temperature eccetera, e pensa che i peggiori effetti si sono avuti non in Asia ma in Nordamerica, cioè quasi agli antipodi. Il tutto un sacco di tempo dopo, e per un sacco di tempo. Quello che intendo è che la fine del mondo potrebbe essere già iniziata, da qualche parte nel mondo, mentre noi siamo qui a parlare, e non ce ne accorgeremmo che tra... ma mi segui?

Certo. Anche se quando fai ste lezioni di paleologia

Ma che lezioni... tu stai sempre con questo telefonino in mano.

Eh, scusa, ma stavo controllando se mi era arrivata quella mail importante. E poi tu mi sembra che eri partito un po’ per la tangente.

E ti è arrivata, la mail?

No. Non mi è arrivata proprio nessuna mail, da due ore in qua.

Strano, sei sempre così richiesta.

Spiritoso. Dài su, vai avanti. Spiegati meglio però.

Allora, quando ero ragazzino feci un sogno.

Oh mamma, incominciamo bene.

No, è brevissimo. C’era mio padre vicino alla finestra, che mi chiamava e mi diceva vieni qua, vieni a vedere. Non aveva una voce tanto allarmata. Io mi avvicinai, guardai in alto e vidi il sole. Ma non era il sole solito, era il sole che mi avevano insegnato a disegnare alle scuole medie: la tipica palla rossa o gialla, ma poi i raggi che uscivano non erano linee o frecce, immagina piuttosto come delle fette di torta, che si allargano mano mano e coprono tutto il cielo. E i raggi-fetta erano riempiti a colori alternati. A me che non ho mai saputo disegnare, questa tecnica mi piaceva assai: perché è geometrica, evidentemente, perché in qualche modo restituisce al mondo, o alla mia mano impacciata, un ordine che non ha. Quella mattina i raggi in cielo erano gialli e blu. Capii che mio padre mi aveva chiamato per assistere allo spettacolo della fine del mondo. Perciò non era agitato, non c’era niente da fare. Ma il particolare più irreale, più orribile, non era neanche quel cielo a fette, brillanti di colori a pennarello. Sai qual era?

Qual era?

Il fatto che fossimo affacciati alla finestra della cucina.

Ah be’, una roba horror che manco Dario Argento.

Sì. Perché la finestra della cucina di casa dei miei è rivolta a nord: da lì il sole non si vede mai, a nessuna ora del giorno. Mai.

A meno che...

Esatto. Ma fammi bere un bicchiere d’acqua, va’, che mi è venuta sete. Mi prendi la bottiglia per favore?

Eccola.

Grazie. Ma come mai è calda? Non ti avevo detto di metterla in frigo stamattina? Quando l’hai messa, cinque minuti fa?

Ma no! Quando me l’hai detto tu. Sarà il frigorifero che non va più tanto bene... Hai divagato un’altra volta, mi stai facendo perdere tempo.

Giusto. Ipotesi B, dicevo. Il meteorite cade, ma non in capa a noi. Un po’ più in là, diciamo. Parecchio più in là, che non sentiamo neanche la scossa. Qual è la prima cosa che succede?

Che l’America se la prende con Bin Laden?

Ma se è morto!

Appunto! Dall’aldilà...

Bene, ammettiamo pure. E tu come lo verresti a sapere?

In che senso? Accendo la tv e... o più probabilmente sto già navigando su internet quando inizia a girare la notizia.

Ecco, è qui che ti volevo! Sai qual è la prima cosa che succede? Salta la corrente. Ricordati che stiamo parlando di un cataclisma che manda all’aria tutto, eh, se pur non nel giro di cinque minuti. Le grandi centrali di energia, le linee elettriche si interrompono: salta la luce, salta tutto.

Ma va’. Esagerato, tutto.

E certo! Via la corrente, quindi niente tv. E niente internet, che il router sta pur sempre attaccato all’elettricità. Via anche la connessione di rete, perché saltano i ripetitori. Via il campo dei cellulari, quindi. E via pure la rete telefonica fissa, per quei pochi che ancora ce l’hanno. L’intero sistema delle telecomunicazioni, così meravigliosamente interconnesso e perciò così fragile, salta tutto da un momento all’altro. L’apocalisse è in corso, e noi non possiamo seguirla in diretta!

Uhm... la radio?

E già, la radio. Quelle non hanno bisogno della corrente, per quanto non sia difficile prevedere, in caso di disastro globale, quali modificazioni e disturbi possano esserci nella trasmissione di onde radio. Ma poi, trasmissione da parte di chi? Le stazioni radiofoniche secondo te da dove la prendono l’energia per far funzionare tutta la baracca? Quando qualche anno fa ci fu il black out, io lavoravo in radio, ed eravamo tutti lì a mangiarci le mani perché non potevamo dare le notizie né fare niente, i generatori furono sufficienti giusto per non farci sbattere gli uni contro gli altri... ed è tutto che funziona così.

Vabbe’, ma in qualche modo le cose si saprebbero...

E come? Con il passaparola? Prendi noi per esempio, mica abitiamo nel centro di Manhattan. E poi, anche se stessimo là, le nostre grandi metropoli che non dormono mai, sarebbero delle isole in un oceano di buio.

Sarà, ma mi hai deluso. Prima parti in quarta descrivendo l’apocalisse, e ora finisci a parlarmi di un banale black out.

Ma è questo il punto! È proprio dove volevo arrivare: non avendo notizie, non saremo in grado di distinguere un black out a livello locale da una tragedia globale. Moriremo, perché prima o poi moriremmo, e non sapremo mai che insieme a noi muore il mondo intero. È così che me la immagino la fine: senza fuochi d’artificio o soli disegnati a pennarello in cielo, solitaria e squallida e triste. Come tutte le morti.

Insomma

Insomma, dal punto di vista pratico, l’apocalisse è un’esperienza impossibile da vivere: la fine del mondo non esiste.

Senti...

Dimmi.

No, niente... strano che non mi hai detto che come al solito ti interrompo.

È che non mi hai interrotto.

A proposito di interruzioni, ma questa non è l’ora in cui di solito chiama tua nonna?

Uh già, che strano... da anni tutti i giorni appuntamento fisso... chissà.

Vuoi chiamarla tu?

E che, voglio farmi del male da solo?

Però, non mi convince.

La nonna?

No, la tua ricostruzione. L’ipotesi delle linee che saltano. Okay, va bene, siamo tagliati fuori dal mondo delle comunicazioni. Ma siamo vivi. E se l’asteroide o la palla di fuoco non si rialza e ci arriva addosso, prima o poi verremo anche a saperlo, di tutto quello che è successo. E comunque, anche se non venissimo a conoscenza di niente, ripeto, continueremmo a vivere.

Ah sì? E come sopravviveremmo? Non ci facciamo illudere, mo’ veramente, dai film post-apocalittici in cui i sopravvissuti vagano tra le macerie cibandosi di carcasse e avanzi dei supermercati. Sai quanto siamo dipendenti dalla tecnologia e da tutto il resto?

Vabbè ho capito, non c’è la luce. L’uomo ha campato per milioni di anni andando a dormire al tramonto.

E fosse solo la luce! Ma sai che, per lo stesso motivo, salterebbero anche le condutture di acqua e gas? Tu sei in grado di accendere un fuoco, con la legna e la pietra focaia? Conosci il pozzo o la sorgente dove fare rifornimento di acqua non contaminata?

Ma che

No, non le sai fare queste cose. E nemmeno io. E nemmeno la maggior parte di noi del mondo civilizzato, cioè ormai quasi tutto. Quindi per prima cosa creperemmo di sete, che è la causa di morte più rapida. Ma anche se trovassimo una fonte, in montagna, sarebbe giusto sufficiente per bere. Ma per lavarci? Il gas serve anche per riscaldare l’acqua, e la casa. Inizieremmo a puzzare, a spargere colibatteri ovunque, compreso quello che mangiamo... E a mangiare, ci hai pensato? Come vai a fare la spesa, senza benzina?

A piedi, come sempre.

E già, tu. Ma la roba lì come ci fa ad arrivare? Ci si arrangia altrimenti, ma come? Sappiamo coltivare la terra? Siamo in grado di allevare un animale, di ammazzarlo con il coltello da tavola? No, non abbiamo né la conoscenza, né gli strumenti. Siamo fregati.

Senti a proposito, a me tutto sto parlare di mangiare mi ha messo fame: metti su l’acqua?

Certo, lo faccio subito. Converrai però che...

Che?

Mah. Non esce... ah, eccola. Però, mi sembra un po’ torbida.

I soliti lavori fatti male! Prova un po’ a chiedere ai vicini se anche loro...

Sempre che ci siano: guardando oltre la siepe mi sembra tutto spento.

Allora li chiamo. Oh

Cosa?

Non c’è la linea.

Ecco perché non chiamava, la nonna! Menomale, mi stavo preoccupando che le fosse successo qualcosa. Prova con il cellulare.

E secondo te? Niente campo. E neanche la connessione.

Ah. Comunque senti, anche se i vicini ci danno l’acqua, mi sa che stasera ci dobbiamo accontentare di una cena fredda.

Perché?

Manca il gas.

Ascolta, vediamoci un po’ chiaro in questa faccenda. Accendi la luce che si fa buio, a proposito.

Ehi.

Oh.

Devo dirti una cosa.

Cosa?

Non c’è.

Uh?

La corrente.

Ah.

Senti.

Dove sei? Che non ti vedo.

Ma... ci sei?

Ehi!

Chi sei

Con chi parlavo

chi è che

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chi

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Immagine in alto: Alba La Mantia, Landscape, china su rosaspina








pubblicato da r.gerace nella rubrica racconti il 9 novembre 2018