1978-2018: l’urlo di Siouxsie, il grido di Moresco

di Silvio Bernelli



13 novembre 1978. Quarant’anni fa. Sulla scena musicale britannica si abbatte come un uragano il disco d’esordio di Siouxsie and the Banshees, The scream (l’urlo). Sulle prime l’opera del quartetto londinese viene catalogata nel magma ribollente del punk inglese, insieme alle superstar Sex Pistols, ai più consapevoli Clash e agli oggi dimenticati Damned, Stranglers e Buzzcocks; ma bastano poche settimane per comprendere come questo disco sia anche l’inizio di qualcosa di diverso. Un suono che in quell’istante non ha ancora un vero nome, ma che poi sarebbe passato alla storia come “dark” o, con ancora più precisione, “gotico”. Annunciato dal singolo Hong Kong garden, The scream sfiora la Top Ten made in UK, guadagna al quartetto un vasto seguito e lancia Siouxsie Sioux, voce del gruppo, come nuova icona mondiale. Da lei prenderanno esempio migliaia, milioni di ragazze per la messa a punto del look dark per eccellenza: capelli sparati, trucco elaborato, abiti succinti, calze a rete strappate.

Aprono le danze macabre i ghirigori distorti di Pure. Poi la scena è tutta del basso abissale di Severin e della chitarra tagliente di McKay; Jigsaw feeling è già una cavalcata nei territori di un nuovo suono cupo, aggressivo e per niente accomodante. L’obliqua Overground stupisce per l’incedere marziale del ritornello Overground from abnormality/ Overboard for identity/Overground for normality/Overboard for identity/ a cui segue la bellicosa Carcass. Nella rilettura di Helter Skelter dei Beatles, la chitarra di McKay spinge verso oscurità inimmaginabili per i fan della coppia Lennon/McCartney. Poi è il turno di Mirage e Metal postcard, due futuri classici dei Banshees. Nicotine stain esalta il ritmo tambureggiante che sarebbe sempre stato uno dei marchi di fabbrica della band. In Suburban relapse il riff di chitarra apre ai fendenti di un sassofono potente, composto, lontanissimo da ogni enfasi solipsistica. Chiude Switch con un arpeggio che si sarebbe risentito molte volte nelle canzoni del gruppo (da Happy house a Spellbound). Su tutto naturalmente, la voce declamante di Siouxsie (che riecheggia nelle odierne Savages) con i suoi testi messianici: My brain is out of my hand/ There’s nothing to prevent/ The impulse is quite meaningless/In a cerebral non-event. La sensazione finale che si ricava dall’ascolto è quella di un viaggio in un universo triste e minaccioso, in cui dietro ogni angolo può aspettarti la coltellata di chitarra, l’assalto dei tamburi, la carica di una band che sembra non averne mai abbastanza. Non a caso, da The scream scaturisce un intero filone musicale. Gli altri capolavori che, pur nelle loro anche notevoli diversità, sono riconducibili al dark escono infatti tutti dopo l’avvento di Siouxsie and the Banshees.

Quello che è oggi certamente il gruppo dark più famoso, grazie però alla svolta pop di metà anni ’80, i Cure, esordisce con Three imaginary boys nel maggio 1979, ma va sottolineato quanto il fascino tenebroso della band si definisca solo nel successivo Seventeen seconds e trovi piena maturazione in Faith, targato 1981. D’altronde, a riprova del legame con The scream, il leader dei Cure Robert Smith verrà arruolato dai Banshees come chitarrista poco più tardi. Perfino i campioni riconosciuti del genere, i Joy Division, escono con Unknown pleasures solo nel giugno 1979. I portabandiera del dark più espressionista, i Bauhaus, distribuiscono l’emblematico 12” Bela Lugosi’s dead alla fine della medesima estate. Dell’ondata di gruppi che dimostra di aver imparato la lezione da Siouxsie & soci fanno parte anche i Public Image Limited, che pur avendo esordito insieme ai Banshees con il punkeggiante First issue, confezionano il sinistro Metal box/Second edition soltanto nel novembre 1979. E per lo spiazzante dark californiano (praticamente, un ossimoro) bisognerà aspettarne la versione hard core dei T.S.O.L. nel 1981 con Dance with me e quella tossica di Only theatre of pain dei Christian Death nel marzo 1982.

C’è insomma tutto un movimento di band, suggestioni e idee che parte da The scream. Una pietra miliare nella storia del rock. Che a ben ascoltare poi, alle orecchie di chi sa che un tempo certi suoni annunciavano gli eventi, può essere oggi considerato l’allarme lanciato da un pugno di artisti. Quelli che annusavano il terrore latente della porzione di società inglese che si sarebbe scontrata frontalmente con Margaret Thatcher, eletta Primo Ministro il 4 maggio 1979. Fu una vittoria storica, quella della leader conservatrice, che avrebbe poi marchiato gli anni ‘80 britannici – e non solo – con il timbro di un liberismo spesso eccessivamente ideologico. È lo stesso liberismo dal quale nascono tanti dei drammi economici che ci troviamo ad affrontare anche noi, qui in Italia, dopo la crisi del 2008 che di quel modo di pensare lo Stato è figlia niente affatto degenere. Segno che in Gran Bretagna e nell’Europa intera l’urlo, il grido d’allarme di Siouxsie and the Banshees, l’assaggio di un futuro che sarebbe stato dark per (quasi) tutti, rimase, come spesso accade, inascoltato dalle masse a cui avrebbe dovuto dare voce.

Oggi quindi non resta che vedere come verrà accolto un altro urlo, diverso nella forma ma incendiario nel contenuto tanto quanto The scream, e quasi identico nel titolo. Il grido si intitola infatti l’ultimo libro di Antonio Moresco, appena pubblicato da SEM (pp. 202, 16 €).

Si tratta di un pamphlet appena romanzato che è un appello alla responsabilità per evitare i prevedibili e durissimi tempi che verranno. È scontato che anche questo ennesimo allarme cada nel vuoto, ma almeno, come nel caso di Siouxsie and the Banshees, un giorno, davanti al disastro annunciato che ci aspetta, gli artisti allergici ai compromessi potranno affermare: noi ve l’avevamo detto; anzi, gridato.

Immagine in Home Page: Alessia Lingua








pubblicato da s.bernelli nella rubrica a voce il 7 novembre 2018