Mentre la notte devasta i nostri occhi sulle cose

Jonny Costantino



Affine e chissà quanto ipocrita lettore, viziato da inebrianti veglie baudelairiane e ungarettiane, ho trascritto per il piacere di entrambi tre poesie dall’ultimo libro di Antonella Anedda, Historiae.

Tre poesie scelte secondo il criterio dei perché che le introducono e accompagnate da cinque dipinti che so amati dalla poetessa, in ordine di apparizione: il Giobbe di La Tour, il Marsia di Tiziano, il Calvario bretone di Gauguin, le Due dame di Carpaccio, la Lattaia di Goya.

Li so amati, questi capolavori della pittura, perché mi annovero tra i fortunati che hanno letto La luce delle cose. Immagini e parole nella notte, un libro che mi colpì come un fulmine e che resta un carismatico feticcio amoroso nonché una compagna di spericolate incursioni tra la scrittura e l’arte visiva, scrivo compagna perché è un libro donna, La luce delle cose, donna come io la desidero: carnal mente. Apparso nell’anno Duemila, questo ultrasaggio e romanzo della visione (volendo proprio definirlo) è da oltre tre lustri introvabile in libreria e l’editore Feltrinelli o chi per lui farebbe bene a ripubblicarlo giacché questa assenza è una macchia editoriale che urge lavare.

Come Tacito, come il Tacito sessantenne degli Annales, Anedda è arrivata al punto di dire «soltanto ciò che deve». Historiae è il libro in cui si radicalizza una delle constatazioni motrici della Luce delle cose: «In russo mentire non significa esattamente ingannare, ma dire cose superflue». Anedda mette a dieta ferrea la propria lingua: la pagina è asciuttamente apparecchiata, il verso è sfarcito e ciò che è di troppo, poiché in odore di pinguedine e menzogna, è bandito.

Da questo punto di vista, Historiae è il libro dove la poetessa supera se stessa, dove raggiunge quel punto scarnificato della poesia in cui la vita si dà cruda, senza imbandimenti né maschere, quel punto dove la crudeltà è l’altra faccia della compassione, parafrasando Maria Grazia Calandrone nel partecipe e penetrante scritto Antonella Anedda, chiara come una pietra.

Anedda si muove nel chiarore del raggio che ha dovuto attraversare la nube più fitta e più nera prima di toccare la cosa. Quel raggio perforatore che nutre gli acquorei e gli sradicati, non certo tutti i fiori.

I versi di Historiae sono versi esposti alla spinta verticale del nuraghe, una verticalità scoperchiata da sbranature millenarie, e ai venti gelidi della steppa, ovvero del deserto sotto mentite spoglie, il deserto in pelliccia di graminacee, laddove sopravvive solo ciò che è stato sprovato dalle unghiate di escursioni termiche che ti strappano la pelle di faccia.

Antonella Anedda, jana e zarina al contempo, è una di quelle rare e meravigliose creature che mentre le leggi senti la notte, la notte in tutta la sua vastità, la notte con le sue sbalestranti oscillazioni pendolari e vascolari.

La notte di Antonella Anedda è una notte musicale che contempla l’armonico estro degli astri silenti, il grugnito sincrono del macellaio e del macellando, i rantoli sospirosi degli amanti che soggiacciono controvoglia ma docili alla «legge dell’essere vicini e poi perduti».

Perché lì non c’è filosofia che aiuti, ragionamento che tenga. Perché lì, in quel terrore, la bella parola è un tentativo di raggiro che non regge. Perché lì, sulla soglia dell’orifizio trangugiatore, non c’è che l’attesa, e c’è un contatto senza tepore.

Perlustrazione I

Entro con mia madre nella morte. Lei ha paura.
Cerco nella mia filosofia qualcosa che ci aiuti,
parlo della cicuta e degli stoici,
dico la solita frase che quando noi ci siamo, lei,
la morte, scompare, ma non funziona
anzi cresce dentro di me il terrore.
Aspetta, le dico mentre dorme ora vado a guardare.
Perlustro la zona (sarà quella?)
solo per constatare che non c’è difesa,
che il suo spazio, quello che la fisica dice
sia presente fin da quando nasciamo,
è sguarnito di ogni compassione
e il tempo è davvero il buco che divora.
Allora mi stendo contro di lei dentro il suo letto.
Aspetto come smette il suo odore mentre muore.

Perché questa prossimità ittica guarda dritto negli occhi, nel fondale degli occhi, la prossimità bovina e suina di cui ha fatto poema, insuperato poema della passione animale, Ivano Ferrari. Perché esiste una poesia che è strappare uova dal ventre del pesce desquamato, ficcare dita nelle narici dure del toro decapitato, quando potremmo avere «colme le mani di mammelle».

Animalia. I

Ho cotto un pesce chiamato gallinella:
pingue, rosato, con gli occhi tondi, stupiti.
Una gallina d’acqua mansueta
anche lei con le uova e la coda
e invece delle ali due pinne
per avanzare sul fondale.

Tanta prossimità mi riguardava.
Con le mani ferme sul bordo del lavabo
m’interrogavo sulla natura della compassione
dubitando che bollire in un brodo la mia preda
fino a vedere il bianco velare quello sguardo
facesse parte davvero della mia evoluzione.

Perché alla fine dell’ultimo verso non ho trattenuto la lacrima che ha iniziato a formarsi sul nono verso, dopo quella bianca apnea tra le cose quotidiane dell’amore e il post mortem, il vuoto sconsolato, la perdita di calore, il tempo morto, la tenaglia della mancanza, la mancanza di chi incarna l’amore.

Amore

«Assomiglia a un pigiama?
Il suo odore fa pensare a una lama?»
Wystan Hugh Auden
Oh, dite cos’è davvero Amore

Somiglia a un pigiama e ha un odore di lama
e ci sono altre cose: l’asciugamano che si può scambiare
le poltrone vicine davanti al televisore
l’insofferenza per le reciproche mancanze
che però si svuota come si fa con le buste della spesa.
Molte leggende, il sesso sopravvalutato
ma non la solitudine che segue.
Il resto è molto poco.

Quando morì mia madre mio padre radunò i vestiti,
se li mise sul petto, un cumulo di stoffa
e restò a lungo così, sotto quel peso di calore,
una notte e un giorno,
per poi alzarsi e innaffiare
le piante già secche sul balcone.








pubblicato da j.costantino nella rubrica poesia il 30 ottobre 2018