Il rischio dell’invenzione

Antonio Moresco



In seguito al mio articolo La guerra asimmetrica dei nuovi fascisti, ieri mattina ho ricevuto questa lettera da Antonio Moresco. Gli ho chiesto se mi dava il permesso di renderla pubblica. Come racconta nelle prime righe, Antonio in questi giorni è molto impegnato e non ha tempo di ritoccarla, ma non credo che ce ne sia bisogno, anzi, mi sembra perfetta così, nella sua forma irruente e necessaria.
[T. S.]


Caro Tiziano,
scusa il ritardo con cui ti rispondo, ma in questi giorni la mia vita è risucchiata da una performance intitolata L’uomo che cammina, al termine della quale torno a casa tardi, stremato, dopo avere camminato per ore in quartieri tellurici, di cui tanti in questi mesi parlano riempiendosene la bocca senza conoscerli, paludi livide da cui affiorano immondizie e alberi scortecciati e morti, il Parco Rogoredo pieno di spacciatori –magari con una mazza da baseball in mano– e tossici che si aggirano in mezzo alle boscaglie e si vanno a bucare dietro fogli di cellophane, la più grande zona di spaccio d’Europa (eroina venduta ormai a tre euro a dose): il tutto a Milano, e senza che “le forze dell’ordine”, così efficaci nel massacrare di botte i ragazzi, riescano a fare un minimo di controllo del territorio. Si cammina al buio attraverso vasche di decantazione, costeggiando il depuratore, in mezzo a zone piene di vegetazione spettrale, pezzi rifiutati di mondo, immondizie e copertoni di camion, alla luce di una piccola torcia.
Per questo solo stamattina [ieri, ndr] ho potuto leggere il tuo pezzo, dove evidenzi con efficacia un aspetto dinamico della situazione attuale, e adesso provo a risponderti a caldo, velocemente, prima di ripartire per uno di questi cammini, senza le condizioni, il tempo, la completezza, la precisione e la cura che meriterebbero la tua riflessione.

Stiamo vivendo in una situazione che può sembrare irreale, tanto le sue meccaniche sono evidenti e risapute fin nei minimi particolati. Solo le forme cambiano, ma il contenuto è lo stesso. Viviamo in una situazione bloccata, e questi sono gli esiti della pesante restaurazione che ho cominciato a denunciare anni fa tra l’incomprensione di molti, quando la cascata era solo all’inizio, quando l’alluvione non aveva ancora sommerso quasi tutto. Sono partiti con lo sbagliare il nome: “populismo”. Ma populismo non è necessariamente una brutta parola e non è stato solo appannaggio delle destre più retrive. C’erano anche il populismo russo, Herzen, ecc… Non di populismo si tratta, ma di fascismo, parola che non hanno il coraggio di pronunciare perché dovrebbero trarne le conseguenze politiche, perché usano la cultura per spaccare il capello in quattro e fare mille paralizzanti distinguo, perché ci sono di mezzo le elezioni (anche con Hitler ci furono), perché allora bisognerebbe fare un discorso scomodo anche sulla democrazia e sui suoi meccanismi, spesso di facciata, cosa che non possono fare. Io ho cercato di farlo nel mio ultimo libro intitolato Il grido, che al momento è per lo più un grido nel deserto, che si prende molti rischi, che mette in discussione ogni genere di tabù politici, scientifici e culturali partendo da una cosa ampiamente rimossa, la nostra attuale condizione di specie, che ci permette di vedere e di riconsiderare ogni cosa, compresi i nostri capisaldi politici, economici, culturali, filosofici e il nostro immaginario di specie. Temi cruciali e portati alla loro incandescenza, a cui i media si guardano bene dal dare la stessa rilevanza che danno agli itinerari eno-gastronomici, al dejà vu, ai libri che parlano in modo furbo, tempestivo e superficiale della politichetta, del fascismo, che raschiano il fondo del nostro solito italico bidone, che riportano la nostra attenzione indietro, sempre più indietro, mentre dovremmo portala invece infinitamente più avanti per essere proporzionali a quello che ci sta succedendo, perché ci stanno raccontando che sta succedendo una cosa e invece ne sta succedendo un’altra. Tutte cose che stanno dentro un certo giro chiuso del discorso, che guardano le cose da una parte e dall’altra dello stesso identico specchio, che non mettono radicalmente in discussione niente, che sono prevedibili sia nel contenuto che nella forma, che partecipano della generale forma di intrattenimento letterario per persone benestanti, bene informate e colte che chiamerei “giornalismo d’autore” (quando lo è), forma riconoscibile e che quindi viene valorizzata dai media che operano sullo stesso speculare terreno, mentre sarebbe il momento di valorizzare il rischio dell’invenzione, di una grande invenzione, in tutti gli aspetti della nostra vita, anche di specie, perché senza una grande invenzione siamo spacciati, morti, e allora la crepa tellurica non è neanche più tra destra e sinistra ma tra vivi e morti.

Ho letto e riletto molto, per poter scrivere questo libro, e tra le cose che mi hanno colpito maggiormente c’è la rilettura di Il disagio della civiltà di Freud, libro profondo e cruciale dove si parla di psicologia delle masse e di pulsione di morte, con osservazioni che ci mostrano fino allo spasimo quello che sta succedendo oggi, sotto i nostri occhi. E poi ho riletto, in versione integrale, il Mein Kampf di Hitler, altro libro che certi apprendisti stregoni di oggi si sono studiati bene, da dove hanno imparato che il bravo capopolo deve battere su un solo tema per volta (ieri gli ebrei, oggi i migranti, l’Europa...), esprimendo una grande consapevolezza strumentale e un grande disprezzo per “il popolo” infinitamente manipolabile e da usare come trampolino di lancio per le proprie ambizioni, come hanno fatto altri deliranti demagoghi senza scrupoli che abbiamo visto in azione nella prima metà del secolo appena trascorso e di cui il nostro continente ha pagato un devastante e dimenticato prezzo.

Lo spettacolo è disonorevole, ma già Leopardi nell’Ottocento scriveva che l’Italia, la sua borghesia e il suo popolo erano i più cinici d’Europa. Di fronte a una figura come Salvini –una macchina fredda, subdola, ingannatrice, che sa solo rimestare nella merda del “popolo”– mi viene da dire che erano di gran lunga migliori, più stimabili e degni di lui alcuni “fascisti” che mi è capitato di conoscere e incontrare –su carta e di persona– durante la mia vita. E poi ci sono quegli altri, marionettistici, allucinati, magari strafatti, che gli stanno facendo da cavallo di Troia, il cui ruolo storico rischia di essere alla fine soltanto questo.

Ma, per tornare al tuo esempio di partenza, io ho partecipato a una delle manifestazioni per l’Europa del 13 ottobre scorso, quella di Milano, e devo purtroppo dirti che gli scrittori presenti erano tre, Andrea Tarabbia (che veniva da Bologna), Giorgio Fontana e io, unici due di Milano, nonostante l’adesione di molti, nonostante fossimo in una grande città piena di scrittori, intellettuali e uomini di cultura [1]. Ma c’è da dire anche, come anche tu giustamente osservi, che i giornali non hanno letteralmente dato la notizia, neppure il giorno stesso, neppure nelle pagine milanesi della Repubblica ho trovato una riga, e questo stupisce in un giornale che dovrebbe essere favorevole a manifestazioni controcorrente per l’Europa e contro le derive nazionalistiche e identitarie esasperate ad arte, che sono sempre state il punto di partenza per nuove guerre. Così come sai anche tu fino a che punto in Italia la notizia dei cammini estremi e pieni di trascendenza, anche politica, della Repubblica nomade, di migliaia di chilometri attraverso l’Italia e l’Europa non trovino nessuna o poca e tardiva ospitalità nei nostri giornali e nei nostri media, mentre a Strasburgo veniamo ricevuti come capi di stato dall’allora presidente del Parlamento europeo, mentre a Sarajevo veniamo intervistati da CNN e Al Jazeera, mentre a Berlino ci aspettano lungo la strada quelli della televisione tedesca ecc. È una situazione impressionante ed è impressionante la cecità, la pigrizia e la viltà presenti nel nostro Paese, anche in chi le vede e le denuncia negli altri, soprattutto nei confronti delle nuove forme prefigurative sorte dal basso, con il concorso di in gran numero di persone, se solo queste si sviluppano fuori dagli alvei riconosciuti e prescritti, dai giri, mentre –come dici tu– bastano venti persone con il braccio levato perché vengano enfatizzate sui nostri media.

Un’ultima cosa. Qui stiamo parlando di forme di intervento e di battaglie che bisogna combattere. Però oggi non bisogna solo controbattere colpo su colpo all’orrore e alla miseria che ci circondano (anche se hanno il plauso di molti in un momento in cui si riconosce come unico valore la quantità), ma bisogna anche spostare lo sguardo su ciò che di veramente enorme ci sta succedendo, perché altrimenti le carte le danno sempre loro, perché altrimenti ci costringono a fare sempre il loro stesso gioco, a girare a vuoto sempre dentro lo stesso cerchio chiuso mentre ci sarebbe invece bisogno di spezzare il cerchio, di sfondare lo specchio, quell’unico, piccolo e parzialissimo specchio dentro il quale pretendono di farci vedere “realisticamente” il mondo. Dobbiamo cercare di dare il nostro contributo in questa direzione, non solo con la parola e con la parola potente ma anche con l’ostensione del gesto, mettendo in gioco la nostra unità psicofisica: spiazzando, rischiando, portando lacerazione, invenzione.

Un abbraccio,
Antonio

[26 ottobre 2018]




[1] Chi c’era mi ha informato che i partecipanti erano circa un’ottantina, di cui venti di Repubblica nomade. (T. S.)





pubblicato da t.scarpa nella rubrica condividere il rischio il 27 ottobre 2018