La guerra asimmetrica dei nuovi fascisti

Tiziano Scarpa



Il 13 ottobre scorso sono state organizzate cinquantaquattro manifestazioni in altrettante città europee. Erano accomunate da uno scopo: affermare l’unità dell’Europa contro i nazionalismi; dimostrare che nel nostro continente – come era scritto nell’appello di mobilitazione – “siamo in tanti” contro “intolleranza, odio, violenza, paura degli stranieri, voglia di leader autoritari, corruzione, sgretolamento dei diritti, minacce alle conquiste sociali”.

L’idea è venuta allo scrittore svizzero Jonas Lüscher e al filosofo austriaco Michael Zichy. Nel loro appello mi ha colpito in particolare un numero. Eccolo: “vogliamo portare 5 milioni di europei nelle strade e negli spazi pubblici dove possano alzare insieme le loro voci in favore di un’Europa unificata, democratica e saldamente unita”.

Cinque milioni di persone. Non so se questo obiettivo sia stato raggiunto; ma per la riflessione che intendo fare non ha nemmeno troppa importanza.

Mi importa riflettere su quella cifra, cinque milioni.
Per far sentire che nel nostro continente non c’è solo la destra fascista montante ma esiste anche un’Europa democratica e solidale, Lüscher e Zichy hanno calcolato che fossero necessarie cinque milioni di persone, cioè che si dovesse raggiungere una certa soglia quantitativa, sotto la quale non c’è sufficiente peso politico e simbolico.

Intanto, mentre l’appello girava, certi piccoli fatti ottenevano una grande risonanza nei media, social compresi. Ne menziono uno solo: al funerale del professore universitario di Diritto italiano Giampiero Todini, a Sassari, qualche decina di partecipanti avevano salutato la bara con il braccio teso, e avevano reagito al grido “Camerata!” rispondendo in coro “Presente!” e ostentando un vessillo fascista. Tanto era bastato perché se ne parlasse in tutta Italia.

Quel che salta agli occhi è la dismisura fra queste forze:

– da un lato, qualche decina di militanti ripresi con il telefonino durante una cerimonia (pubblica, sì, e sul sagrato di una chiesa, ma poco frequentata);

– dall’altro lato, il progetto di far scendere in piazza cinque milioni di persone (le manifestazioni poi sono state organizzate, ma non so in quanti abbiano partecipato, anche perché in rete non ho trovato dati certi [1]: a quanto pare – e mi sembra enormemente significativo – i media non ne hanno parlato granché, né prima né dopo).

C’è qualcosa che non torna.
Basta soppesare le forze in campo.
Qualche decina di militanti vs. milioni di persone.
La dismisura è clamorosa.

È in corso una guerra di simboli.
E questa guerra è asimmetrica.

Il concetto di guerra asimmetrica fu formulato vent’anni fa dai generali cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui, per prospettare nuovi tipi di scenari bellici. In sintesi: una polverizzazione dei conflitti militari su fronti simultanei e imprevedibili, con mezzi di tutti i tipi, azioni condotte da piccoli gruppi o eserciti irregolari che riescono a insinuarsi nel cuore di stati potentissimi, utilizzando strumenti spregiudicati che diffondono il panico (l’esempio ovvio resta quello dell’11 settembre 2001 a New York): di fronte a queste azioni anche un esercito regolare possente e ben organizzato risulta inerte.

Fa effetto ammetterlo, ma nella guerra simbolica – culturale e politica – in corso, per quanto ci si senta estrosi o anticonformisti, noi democratici apparteniamo all’esercito regolare, cioè a un’istituzione pesante e impacciata. Sto parlando di un esercito simbolico: un pachiderma che si muove lentamente, che per dare sostanza politica e mediale alle sue battaglie deve mobilitare milioni di persone, in un opaco e paziente lavoro organizzativo.

Dall’altra parte ci sono militanti che hanno a disposizione gesti simbolici tuttora dirompenti, eversivi, rischiosi. Impersonarli anche solo estemporaneamente, riempire con il proprio corpo una semplice postura, è sufficiente per ottenere un effetto comunicativo deflagrante. Per di più, chi compie questi gesti dimostra di essere disposto a pagarne le conseguenze: assumere su di sé un simbolo fuorilegge può costare caro. Farsene portatori in pubblico ha anche questo significato, oltre a quello del simbolo in sé: mostra che chi lo impersona ha una fede politica talmente intensa da essere disposto a subire una condanna in tribunale per un grido e un braccio alzato. Così un semplice gesto diventa un rischio, un sacrificio consapevole, un’“eroica” oblazione di sé (eroica dal punto di vista di chi la fa e di chi la approva): non va dimenticato infatti che ventitré degli attivisti che hanno partecipato al funerale di Sassari facendo il saluto romano sono indagati dalla magistratura.

Mi sono tornati in mente vari gesti collettivi o individuali compiuti negli spazi pubblici, da persone di varie fedi e orientamenti, e in situazioni diverse [2]. Per esempio le cattoliche Sentinelle in Piedi, nate nel 2013, che si disponevano nelle piazze, a qualche metro di distanza una dall’altra, leggendo silenziosamente un libro, per protestare contro il disegno di legge che intendeva istituire il reato di omofobia, e poi contro le nozze gay, l’utero in affitto, la liberalizzazione delle droghe, l’eutanasia, il divorzio breve, eccetera.

Oppure l’artista turco Erdem Gunduz, l’“Uomo in Piedi”, che nel 2013 è rimasto per quasi sei ore a fissare il ritratto di Atatürk in piazza Taksim a Istanbul, in opposizione alla stretta autoritaria del regime di Erdogan.

Più o meno in quegli anni andavano di moda i flash mob, performance collettive estemporanee organizzate dai grandi marchi per scopi di marketing…

La destra fascista può tuttora contare su strumenti che l’estetica del tardo Novecento aveva dato per morti: la trasgressione, lo scandalo.

Con la forza dello scandalo – fatto di addobbi cerimoniali, di gesti e posture, di parole d’ordine corali – i fascisti di oggi possono combattere la loro guerra simbolica asimmetrica, in maniera incomparabilmente più efficace e agile rispetto all’esercito simbolico della democrazia.

Artisti e artiste della parola, della performance, della scena, dell’immagine: risvegliamo dal coma lo scandalo di essere democratici!


Questo articolo è dedicato a Marco Cappato, che ha unito all’azione politica diretta la forza simbolica di una scelta personale esemplare e rischiosa.




[1] Nel frattempo ho scritto al sito degli organizzatori e ho ricevuto da Jonas Lüscher queste informazioni (che traduco):
«Ci sono state manifestazioni in 54 città. Non sappiamo quante persone abbiano effettivamente partecipato, visto che molti organizzatori non ci hanno fornito i dati. Ma quel che sappiamo di sicuro è che molte manifestazioni hanno avuto pochi partecipanti. In molte città c’erano soltanto duecento persone in piazza. Berlino è stata un’eccezione. Ha avuto circa 250mila partecipanti per le vie.
Documenteremo le manifestazioni sul nostro sito nei prossimi giorni. E puoi trovare molte immagini e messaggi da tutta Europa sugli account dei nostri profili social (i link sono in fondo alla pagina d’ingresso del sito)».

[2] Non includo fra questi esempi le azioni aggressive che interrompono cerimonie o incontri pubblici altrui, facendo in qualche modo violenza su altri, sul loro spazio ecc., come quelle delle attiviste a seno scoperto Femen, anche se spesso si tratta di assalti simbolici. Mi rendo conto però che il discrimine è sottile, e andrebbe analizzato caso per caso.





pubblicato da t.scarpa nella rubrica condividere il rischio il 24 ottobre 2018