L’anno che verrà. Una conversazione con Alessandro Gazoia

Roberto Gerace








La Biblioteca San Giorgio di Pistoia è una delle più belle d’Italia. Io ho la fortuna di studiarci spesso e rimango sempre colpito dalla professionalità di chi ci lavora, dall’intelligenza con cui si organizzano gli spazi, dalla qualità della miriade di eventi che ospita ogni mese. Dal 25 al 28 ottobre vi si terrà la seconda edizione del festival L’anno che verrà, i libri che leggeremo, un importante momento di incontro tra realtà editoriali grandi e piccole, che approfitteranno degli spazi offerti dalla biblioteca per presentare al pubblico le novità in via di pubblicazione nell’anno venturo. Oltre agli incontri con editori e autori, sono previsti un appuntamento di scouting e corsi di vario tipo. L’evento si aprirà con una lectio magistralis di Michela Murgia dal titolo Di libri e altre armi improprie. L’ultima giornata si chiuderà con Le cose che succedono di notte, lo spettacolo di musica e parole con Tiziano Scarpa e Debora Petrina. Qui si può scaricare il programma completo.
Trovo degno di nota che sia una biblioteca pubblica di una città piccola a offrire questa opportunità; e sarebbe auspicabile che qualcosa di analogo succedesse sempre più spesso anche in altre parti d’Italia (c’è da dirlo?, specie al Sud, dove purtroppo non sempre le biblioteche funzionano bene). Giusto per ricordare che perché si vendano più libri c’è bisogno innanzitutto che se ne leggano di più.
Tra gli ospiti illustri delle giornate pistoiesi ci sarà anche Alessandro Gazoia, saggista, scrittore, editor per minimum fax. Visto che è di futuro che si parlerà, ho deciso di proporgli una piccola conversazione sui destini delle nostre lettere.






[R.G.] Pur essendo divenuta celebre come casa editrice molto attenta alla cultura americana, minimum fax ha anche un ottimo catalogo di narrativa italiana, che negli ultimi tempi ha compiuto a mio avviso un ulteriore salto di qualità. Libri come Mio padre la rivoluzione di Davide Orecchio e Atlante delle meraviglie di Danilo Soscia, per esempio, sono tra le cose più notevoli che mi sia capitato di leggere quest’anno. Al di là della qualità, c’è però una cosa che mi colpisce in questi e altri testi di giovani autori che mi è capitato di affrontare: e cioè che il realismo in senso classico sembra uno strumento sempre meno praticato. Da una parte mi pare di scorgere un progressivo moltiplicarsi di scritture apocalittiche (penso per esempio, tra i vostri, a Orso Tosco; ma potrei diffondermi a lungo su tanti altri), in cui il futuro cioè non è mai uno spazio di progettazione, ma un fondale patologico, una controparete del presente (Lorenzo Marchese dice giustamente un sintomo). Dall’altra, come nei due testi che ho citato, si avverte un bisogno di raccontare, sì, il passato, ma in una forma stravolta e allucinata, anche nelle forme. Non siamo più ai tempi della letteratura che fu detta cannibale, che ebbe ancora a suo modo, discutibile quanto si vuole, uno spirito di sfida al presente. La realtà sembra sempre più spesso un ospite scomodo, una proposta irricevibile. Oggi, per parafrasare una vecchia battuta di Gadda sul barocco, cannibale è il mondo, non gli autori, che si limitano a rappresentarlo. E forse non è un caso che siano soprattutto le nuove generazioni a raccontarcelo così. Basterebbe leggere un altro dei vostri libri, la Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura, per chiedersi se questa tendenza, di là dall’orrore là fuori, non rispecchi anche un mutamento nella condizione materialistica di chi si trova a scrivere. Per analizzare la realtà (e dunque per raccontarla) c’è bisogno di molto tempo e molta calma, di aver chiaro su quale sedia saremo seduti fra un anno (e non solo domattina). C’è forse, come conseguenza della precarietà delle forme di vita, una precarietà delle forme del pensiero.
Scusandomi per il lungo, ma necessario preambolo, ti chiedo: anche alla luce della tua esperienza di editor, che ne pensi? Siamo forse entrati nell’epoca della letteratura disagiata?



[A.G.] Prima di tutto ti ringrazio per l’interesse verso la casa editrice e sono felice che la qualità delle nostre ultime proposte italiane ti paia buona. La tua domanda richiederebbe un ragionamento molto lungo e impegnativo, ragionamento che – devo ammettere – non sarei in grado di portare avanti. Credo infatti che, risalendo nella storia delle forme e dei concetti, mi troverei a fissare con fatica un punto, solo per scoprire poco dopo come, nel concreto dei testi, tanto fermo quel punto non sia. Ad esempio: cos’è «il realismo in senso classico», e soprattutto chi lo fa nel nostro presente? E ancora: la linea di divisione tra realistico e fantastico dove stava ieri e dove sta oggi? Ma non voglio sembrare più profondo di quel che sono moltiplicando ad arte le questioni, e comincio a risponderti partendo dalla fine, dalla «condizione materialistica di chi si trova a scrivere».
Penso ai quattro italiani trentenni che seguo e che saranno pubblicati da minimum fax nei primi mesi del 2019: uno vive a Beirut e lavora per un’organizzazione non governativa olandese; un’altra vive a 160 chilometri da Londra e fa un (secondo) dottorato a Londra; un terzo vive e lavora a Parigi; un quarto vive a Milano, dopo aver passato diversi anni a Berlino, ed è forse quello che più s’avvicina al profilo tipico, seppur aggiornato all’evo disagiato, del giovane operatore culturale, scrittore. Mi fermo qui, non traggo conclusioni perché sto già correndo il rischio di sopravvalutare singole situazioni a me note. Ora, tu avanzi una proposta interpretativa che unisce precarietà delle forme di vita e precarietà delle forme del pensiero e della rappresentazione; penso che la tua idea sia interessante, però non ritengo che per analizzare e raccontare la realtà sia indispensabile molta certezza e – qui estremizzo e forse distorco il tuo argomento – non credo vi sia una corrispondenza obbligatoria tra forme di vita precarie e abbandono del realismo. Sarà un riflesso automatico di vecchi studi ma mi viene da dire che la letteratura è proprio ciò che resiste a una trasposizione e a un ribaltamento immediati delle circostanze della vita, individuale e collettiva, nell’opera (appunto vale anche in senso contrario: molte «narrazioni precarie realistiche» degli anni Zero e Dieci a me sembrano avere un valore documentale ben più grande di quello letterario).
La letteratura che amo di più spesso parte da e insiste sullo «scollamento» tra superfici, è «disagiata», anche quando la scrivono professori universitari ben assestati come Michele Mari e Walter Siti. Autori che nomino pure come comodi poli oppositivi del realismo e del fantastico: poli di comodo, perché – solo per citare due casi – Scuola di nudo strapiomba sul «fantastico», con la sua distorsione espressionista dell’ossessione amorosa, e Mari è un «realista» formidabile quando ne «L’orrore dei giardinetti» ci mostra il bambino vittima dei bulli che torna a casa dai suoi cari mostri. Insomma, le parole e le cose in letteratura sono, per fortuna e ostinazione, sempre più fluide delle etichette, che pur hanno una loro utilità; e questo non lo scrivo contro la tua interpretazione, ma solo per indicare che sicuramente hai evidenziato un nodo di questioni, da indagare con impegno molto maggiore di questa mia veloce nota.



[R.G.] Oltre che editor di un’importante casa editrice, tu sei anche e soprattutto un fine analista del fenomeno della disintermediazione (ne hai parlato molto bene, e con tagli diversi, sia in Come finisce il libro che in Senza filtro). Un’altra delle novità degli ultimi anni, in Italia, è la rinascita delle riviste letterarie, cartacee e soprattutto online: delle realtà che, oltre ad avere una dignità letteraria a sé stante, funzionano sempre più spesso appunto come filtro per i giovani autori che vogliono emergere (so per esempio che siete arrivati a Soscia proprio leggendolo in riviste come Cadillac, Colla e, non ultimo, Il primo amore). Non so se tu sia d’accordo, ma a me sembra un’ottima notizia. D’altra parte, quello che noto (ed è forse fisiologico) è che, nonostante la qualità dei testi sia sempre più alta, difficilmente si trovano riviste disposte a pubblicare racconti che non siano brevi o brevissimi. Il risultato, mi pare, è che emergono facilmente autori dalla penna molto felice, che riescono a mostrare i muscoli in poche pagine; mentre ho il sospetto che da questo canale gli autori, per così dire, “sintattici”, capaci cioè di esprimere il genio solo attraverso gli snodi di una trama un po’ più articolata, fatichino a venir fuori. Banalmente: la maggior parte dei racconti di Alice Munro sarebbero troppo lunghi per i criteri di molte nostre webzine. Ho l’impressione (forse apocalittica a mia volta) che questo incoraggi il manierismo, perché se passi dal raccontino al romanzo troppo velocemente quello che rischi di perdere è appunto la struttura, la solidità (del pensiero, ancor prima che della trama).
Se questo è almeno in parte vero, mi sembra che un ruolo chiave potrebbero averlo piuttosto le antologie. Voi di minimum fax avete il grande merito di averne pubblicate due molto importanti (La qualità dell’aria nel 2004, L’età della febbre nel 2015) e tu in particolare di avere curato, insieme a Christian Raimo, l’ultima. Non credi che un modello simile andrebbe ulteriormente incoraggiato, auspicando magari che anche altre case editrici aprano spazi e possibilità (direi quasi palestre) perché gli autori si possano esprimere in forme più robuste e organiche?




[A.G.] La «rinascita delle riviste», cartacee e digitali, è un fenomeno importante di questi anni, e viene ormai osservato con attenzione dall’editoria tradizionale (considera solo la rivista digitale\collettivo TerraNullius e i libri di Luciano Funetta, Lorenzo Iervolino, Marco Lupo, Luca Moretti). Queste riviste sono una mediazione, virtuosa, e sono molto diverse tra loro, sia nella periodicità (alcune pubblicano un numero con diversi racconti ogni due, tre, quattro mesi; altre sono organizzate «a blog» e ospitano un singolo racconto per settimana, e così via), sia in quella che chiamerò la loro forma ideale. La divisione cartaceo-digitale, infatti, va un poco complicata, poiché esistono riviste come L’Inquieto che producono un «pdf da stampa» molto curato e per me sono riviste-di-carta-senza-carta.
Inoltre – anticipo così una parte della domanda successiva – accanto alla narrativa, ai racconti diverse riviste pubblicano anche saggistica, critica; in alcuni casi prevalentemente critica. Qui i primi nomi che mi vengono in mente sono Le Parole e Le Cose e La Balena Bianca.
Di solito dietro a una rivista sta un nucleo molto ristretto di persone che «lavorano coi libri» o ci vorrebbero lavorare (sono giovani correttori di bozze, redattori, dottorandi, ricercatori, librai, agenti letterari, editor, scrittori – molto spesso ricoprono più ruoli insieme). Naturalmente, la qualità è diseguale, sia all’interno della singola rivista, sia tra riviste, tuttavia a me pare notevole che – anche solo guardando la raccolta di segnalazioni di Italians Book it Better – si trovino ogni settimana testi interessanti. Infine, il lavoro autoriale ed editoriale è, salvo eccezioni, volontario, anche quando le riviste hanno un prezzo di copertina.
Tutto questo incide sulla lunghezza dei testi, sia dal lato dell’autore sia da quello della redazione della rivista. Banalmente, un racconto di 50.000 battute richiede, quasi sempre, uno sforzo diverso rispetto a uno di 5.000. Non saprei però dire quanto l’abitudine al racconto breve influisca nel passaggio al romanzo; presumo che molto dipenda dallo scrittore. Tu prima citavi Soscia, che non ha ancora scritto un romanzo ed è molto affezionato alla narrazione compatta (tra le 5.000 e le 15.000 battute, per intenderci); bene, io sono certo che se si dedicherà a un romanzo lo farà con una grande attenzione alla struttura, proprio perché nel racconto breve ha affinato il controllo dello stile e della storia. Ritengo probabile che «raccontini» di maniera possano condurre verso romanzi manierati e fragili, tuttavia non so dare un parere davvero documentato, parlo per sensazioni e dunque non dico altro su questo.
Sopra ho citato alcune riviste, altre le hai nominate tu, e l’elenco è ancora molto lungo: retabloid di Oblique, The FLR, Crapula, Verde, Reader for Blind, Carie, Tuffi, inutile, ‘tina e mi fermo perché ne sto dimenticando troppe. Quasi ogni mese ne nascono di nuove, e ne muoiono. Ad es. recentemente è arrivata la notizia della chiusura di Cadillac. Dietro a ogni rivista spesso ci sono una, due, tre persone che regalano molto tempo e molte energie a ogni testo o numero; e però le condizioni di vita e i progetti di scrittura (o i progetti di vita e le condizioni di scrittura) cambiano e non si riesce più a continuare; oppure accade che una rivista abbia detto e dato quello che doveva dare e dire e poi, molto onestamente, chiuda.
Sulle antologie: credo tu abbia ragione. Leggerti mi ha fatto venire in mente una mail di inizio 2015, in cui, subito dopo aver consegnato insieme a Christian Raimo L’età della febbre, proponevo un’antologia di scrittori più giovani e meno autorizzati rispetto a quella raccolta, inediti under 30 insomma. Tra i nomi che segnalavo c’erano autori che negli anni successivi avrebbero esordito con libri molto interessanti o comunque confermato il loro valore; e – questo è il punto – in quella mail non dimostravo un intuito stupefacente, mi limitavo a segnalare alcuni tra gli autori migliori che avevo letto nelle riviste (oltre a due persone che scrivevano su blog personali o Facebook, perché esiste anche una disintermediazione virtuosa).
Quel progetto antologico sarebbe, secondo me, valido pure oggi, con altri nomi; e a questo punto devo citare il lavoro di effe – Periodico di Altre narratività che ogni sei mesi pubblica un numero/libro in formato cartaceo. Loro ricevono diverse centinaia di racconti, selezionano sei autori, li accompagnano nell’editing e quindi li pubblicano a fianco di due scrittori noti; infine un autore selezionato per un numero non può più comparire nella rivista. Ho aperto ora il numero 6: oltre a Paolo Cognetti e Luca Ricci, ci sono Davide Coltri che esordirà a marzo 2019 con minimum fax e Laura Fusconi, il cui recente debutto con Fazi sta ottenendo ottimi riscontri.
Un progetto come effe potrebbe, a mio parere, essere adattato/adottato da una casa editrice, magari in forma di antologia annuale con 10-12 racconti inediti di autori esordienti ed emergenti (perdona l’editorialese; ho deciso di prendermi le mie responsabilità e non virgolettare troppo). Black Coffee, una casa editrice di recente fondazione molto attenta ai giovani autori di lingua inglese, fa qualcosa di simile con l’edizione italiana di Freeman’s (a febbraio è uscito il primo numero, il sottotitolo italiano della rivista è «scrittori dal futuro»). Va detto a questo punto che le case editrici sono prudenti, molto prudenti per brutali ragioni economiche: le antologie di esordienti o quasi sono difficili da proporre sul mercato (tanto più quando sono composte da racconti non collegati tra loro in una qualche forma attraente); e sono difficili da trattare, perché lavorare con dodici autori di racconti da 20.000 battute per un editor è spesso ben più impegnativo che lavorare con un singolo scrittore su un libro da 250.000 battute, soprattutto se – come si spera – ogni nuovo autore considera il suo racconto come un piccolo primo libro, pubblicato in una sede di prestigio; e poi è maggiore l’impegno per la redazione (dieci personalità differenti alle quali spiegare che per norme redazionali il «raccontar loro» che hanno scritto diventa «raccontargli») e per l’ufficio diritti (dieci contratti, dieci autori, qualche agente), e così via. Insomma esistono ostacoli reali per queste antologie, che non sono né Gioventù cannibale di Einaudi né le raccolte di racconti di autori molto noti su un «macrotema» pubblicate da Sellerio. Dobbiamo tenere conto di tutti questi fattori; credo tuttavia che sia possibile e insieme necessaria un’opera di ricerca letteraria e che la pubblicazione di una rivista\antologia di racconti con periodicità annuale presso un buon editore possa essere una via praticabile.



[R.G.] L’ultima domanda riguarda un’altra categoria importante di mediatori: i critici. In Come finisce il libro scrivevi pagine memorabili (e sconfortanti) sulla compravendita di recensioni tra gli autori e i commentatori di Amazon. Ho l’impressione che l’onestà del critico sia minata, oltre che dalle logiche clientelari, dalle forme stesse in cui si esprime. È vero che la recensione è un genere a sé e che in uno spazio breve si possono dire cose intelligentissime, ma anche in questo caso (come quando leggo i racconti) mi capita spesso di soffrire di un senso di claustrofobia. Non credo che in Italia manchino i bravi critici. Mi sembra piuttosto che si fatichi parecchio a trovare studiosi che si applichino per più di sei cartelle, specie tra i più giovani, a meno che non si vada a pescare nelle riviste accademiche. Ma l’interpretazione di un testo, quando si fa seria, e cioè quando si annoda all’attualità e ai suoi problemi, ha bisogno di argomentazione: e l’argomentazione chiede spazio. Mi sembra cioè che viga una separazione tra una critica che una volta si sarebbe detta militante (e che oggi mi pare piuttosto sempre più simile a una propaggine del funzionariato editoriale), cronicamente breve, spesso inconsistente, e un dibattito accademico magari anche approfondito e acuto, ma che non riesce a farsi strada fuori dal tempio. Per non parlare del fatto che anche all’università si incoraggia sempre più la quantità delle pubblicazioni, a scapito della tenuta del pensiero.
Certo, la gente, direbbe Leonardo Bianchi, chiede semplificazione, parole d’ordine, slogan: e questo vale anche per il discorso sulla letteratura. [1] Ma appunto per questo sarebbe forse il caso di ripensare la critica in altri termini, come discorso sulla realtà che si serve della letteratura, e non come piccola realtà che serve altri scopi. Se questo è vero, ho l’impressione che ci sia bisogno non tanto di luoghi alternativi o antagonisti per forza, ma di piattaforme credibili, ampie, a loro modo istituzionali - come seppe essere a mio avviso Nazione indiana nei primi tempi. Sento insomma il bisogno di una chiamata alle armi, di un risveglio di quella ragione critica che da più parti mi sembra sopita. È un discorso velleitario? Da intellettuale e da editore, non vedi insomma lo spazio per un’impresa coraggiosa e credibile in questo senso (una rivista, una collana, un evento, un sito)?



[A.G.] Qui devo dichiarare subito la mia posizione compromessa. Ti cito un caso tra i tanti: dieci giorni fa minimum fax ha pubblicato un libro che ho avuto la fortuna di seguire come editor, La Sicilia è un’isola per modo di dire di Mario Fillioley; considerati gli spazi sempre più ridotti sulla stampa e l’alta produzione di novità (soprattutto in questo periodo dell’anno) io per quel testo, a mio giudizio molto bello e raffinato, le propaggini del funzionariato editoriale le sto bramando avidamente… Sarei felicissimo di leggere una recensione ampia e articolata di un critico autorevole come Claudio Giunta (che in passato ha apprezzato altre cose di Mario), tuttavia non disdegno certo 500 battute di servizio e 4 stelline in fondo (anche 3 stelline, basta che si veda bene la copertina). Perché sono un risultato oggi per nulla scontato e aiutano a far conoscere l’autore. Quando ho scritto Come finisce il libro non lavoravo nell’editoria; ora sono in una condizione differente e sebbene creda di saper ancora distinguere un buon critico da uno mediocre e una buona recensione da una sciatta o troppo generosa, non posso fingere un’olimpica serenità. Inoltre mi riesce difficile esprimermi su una situazione, quella della critica italiana, che non conosco in modo approfondito.
Precisato questo, tento comunque di risponderti e riprendo una tua considerazione nella prima domanda: come c’è una condizione materiale degli scrittori, così c’è dei critici. Continuo a procedere per esempi: critici culturali giovani, preparati e originali come Raffaele Alberto Ventura non stanno nel giornalismo tradizionale e neppure in università. La mia impressione, poi, è che chi lavora in quei luoghi spesso debba produrre abbondante «funzionariato» (giornalismo) o pubblicare paper su paper, sugli «argomenti giusti» e con lo «sguardo giusto» (università). Queste condizioni e – mutato quel che c’è da mutare – le considerazioni della risposta precedente molto probabilmente influiscono sulla lunghezza; insomma, il mese di lavoro e le 50.000 battute su Janeczek e il romanzo storico andranno a finire dentro una tesi di dottorato.
Credo che la tua proposta finale di una «piattaforma» non sia per forza un discorso velleitario; il problema principale (riprendo ancora la risposta precedente) mi sembra la tenuta. Nel passato sono nati progetti di quel genere, oltre a Nazione Indiana e a Il Primo Amore pensa, in tempi più recenti, ai primi anni di attività de Le Parole e Le Cose, dove all’interno di un’architettura universitaria molto solida trovavano spazio originali contributi «militanti». E possono nascere ancora, dal basso (mai sottovalutare tre dottorandi con un WordPress e un mainstream da prendere a pallonate) e dal medio (ovvero da persone più «autorizzate» in ambito editoriale e universitario), mentre ho qualche dubbio su un’iniziativa dall’alto dell’editoria. Caso diverso è quello di una casa editrice «militante» che avvia una rivista di critica: sul web Not lo ha fatto, direi. Ricordo tra i tanti contributi validi un lungo articolo collettivo/numero monografico sul «New Weird», coordinato da Carlo Mazza Galanti; e qui mi viene in mente un successivo ampio intervento su La Balena Bianca di Marco Malvestio, di segno opposto (semplifico); infine, ne accennavi sopra, proprio la settimana scorsa Le Parole e Le Cose ha pubblicato un saggio molto impegnato sul fantastico di Lorenzo Marchese. In definitiva, non mi pare che manchino del tutto discussioni approfondite. Ancora una considerazione: sarà che ormai sono compromesso ma non credo che la letteratura e la critica italiane siano, per qualità, in crisi. In questi ultimi anni Moretti, Giglioli, Donnarumma, Simonetti e Mazzoni hanno pubblicato libri che a me paiono di grande valore (ripeto, sono un dilettante, di certo non conosco molti altri ottimi testi); e ad es. il prestigio internazionale di studiosi come Moretti e il costante aumento di traduzioni di opere italiane importanti, anche di critica come La teoria del romanzo di Mazzoni, sono segnali da non trascurare. Ciò detto, riconosco che è poco appropriato concludere su una nota positiva questa nostra conversazione e dunque aggiungo convinto che per quelli più giovani, per i Ventura e soprattutto per chi non ha neppure trent’anni (come te, caro Roberto), sarà più difficile, molto più difficile forse, a causa di quelle condizioni materiali ormai sin troppo ricordate.




Fin qui si è detto di ieri, di oggi e dei buoni propositi per dopodomani. Per chi voglia notizie concrete sul domani dell’editoria italiana, l’appuntamento è a Pistoia.




[1] L. Bianchi, La gente. Viaggio nell’Italia del risentimento, Roma, minimum fax, 2017.





pubblicato da r.gerace nella rubrica qualità quantità il 23 ottobre 2018