Eroina di Stato

Giovanni Giovannetti



Deponendo il 7 gennaio 2010 al processo bresciano per la bomba in piazza della Loggia, l’ex squadrista nero e sindacalista Cisnal Roberto Cavallaro riferirà di aver presenziato a una riunione ad alto livello tenuta nell’autunno 1972 sulle montagne dei Vosgi in Francia; in quella sede venne illustrata l’operazione Blue Moon e le relative modalità di introduzione, anche in Italia, di eroina e allucinogeni per marginalizzare i movimenti della nuova sinistra.

L’operazione Blue Moon

Tutto questo Cavallaro lo ripeterà in tv a Gianni Minoli (Operazione Bluemoon - Eroina di Stato, https://www.youtube.com/watch?v=kyw...) aggiungendo che alla riunione «erano presenti più soggetti, sia dell’Europa occidentale sia, con nostra grande sorpresa, persone appartenenti all’area opposta del Patto di Varsavia», chiamati a confrontarsi su come annientare gli avversari e qualunque forma di dissidenza. “Annientare”? «I servizi di sicurezza» precisa Cavallaro «non sono fondati su princìpi di cavalleria, ma sull’idea che il nemico va comunque eliminato». E se in Unione sovietica e in Cina fucilano i dissidenti o li deportano nei gulag e nei campi di rieducazione, in occidente, ammette Cavallaro, li annichiliscono, favorendo lo “sballo” (bella idea di democrazia). Il programma Blue Moon – pianificato dal capo dell’Fbi Edgar Hoover di concerto con la Cia – viene messo a punto negli Stati uniti nell’intento di sedare la nuova sinistra americana, trasformando così l’opposizione in devianza. Lsd ed eroina sono quindi usate come antidoto all’impegno politico di chi, dal 1967, manifesta contro la guerra in Vietnam (e ai combattenti americani in Vietnam si somministrano anfetamine e altri additivi chimici). Basti ricordare (lo si legge in alcuni documenti governativi “declassificati” dall’amministrazione Crinton nel 1994) che sui “Chicago riots” (gli scontri dell’agosto 1968 a margine della Convenzione del Partito democratico, contro la continuazione della guerra in Vietnam) un sesto degli hippy partecipanti ai disordini «apparteneva ad agenzie federali e a organismi di intelligence»: una percentuale altissima di provocatori ed infiltrati lì a spingere questi giovani sulla strada dello scontro fisico e della violenza.

L’agente Stark

Ma, lo si è detto, Blue Moon non ha solo finalità interne agli Stati uniti. Nel febbraio 1975 all’hotel Baglioni di Bologna la polizia arresta uno strano personaggio che ha con sé tanti milioni in valuta estera e notevoli quantità di Lsd. Questo narcotrafficante e produttore in proprio di acido lisergico è Ronald Stark, un agente che la Cia ha infiltrato negli ambienti della sinistra italiana. Apparirà chiaro ai giudici che Stark è uno dei principali fautori europei di Blue Moon. Condannato a 14 anni di reclusione per traffico internazionale di stupefacenti, in carcere Stark conosce Renato Curcio e altre figure apicali del “partito armato”, raccogliendo informazioni che diligentemente passerà ai dirigenti dell’antiterrorismo e ai magistrati, per accreditarsi. L’11 aprile 1979, dopo soli quattro anni, Stark è messo in libertà provvisoria, con l’ordine – disatteso – di non lasciare l’Italia (si ritiene che sia morto a San Francisco in California l’8 maggio 1984). Quali sono le conseguenze di questa criminale guerra sottotraccia ai ragazzi della nuova sinistra? Nel 1970 in Italia non ci sono tossicodipendenti; nel 1985 se ne contano più di 300mila! Tra il 1974 e il 1975 l’offerta illegale di eroina a buon mercato improvvisamente soppianta quella delle droghe leggere, che sono tolte per qualche tempo di circolazione e criminalizzate artatamente da stampa e istituzioni. Negli anni a seguire avremo dipendenze, morte, annichilimento. Si aggiunga il salto di qualità della malavita tradizionale e, dal 1978, l’ascesa della criminalità mafiosa legata al narcotraffico (con un fatturato di 3000 miliardi di lire annui).

Iaio e Fausto

L’eroina è dunque usata come dispositivo biopolitico che agisce sui corpi per stordirli, paralizzarli, renderli dipendenti e neutralizzarli, ha scritto Gabriele de Marco nella sua tesi di laurea sul ventottenne Andrea Pazienza, l’affermato disegnatore morto per overdose nel 1988. Particolarmente colpite sono le regioni del Triveneto e la Lombardia. La prima vittima per overdose è infatti a Udine, nel 1974. A Milano il variegato mondo della nuova sinistra si cimenta allora in una capillare indagine sullo spaccio in città, confluita in un “libro bianco” a cui contribuiscono più di duecento ragazzi, capaci di raccogliere una gran messe di informazioni “sul campo”. Il mondo dello spaccio è in allarme. Ne faranno le spese, fra gli altri, i diciottenni Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, due ragazzi del centro sociale Leoncavallo, uccisi “per avvertimento” in via Mancinelli a Milano il 18 marzo 1978 (due giorni dopo il rapimento di Aldo Moro) da un commando fascista arrivato da Roma. Forse i due si erano imbattuti in qualcosa che andava oltre lo spaccio (sul quotidiano “Lotta Continua” del 9 marzo 1979 leggiamo che «Fausto e Iaio avevano casualmente scoperto che lo spaccio di eroina in zona Lambrate era in mano ad una sacra alleanza tra la banda di Francis Turatello e i fascisti direttamente legati a Servello»). E grondano gli indizi sui presunti assassini, da molti indicati nei coetanei Massimo Carminati e Claudio Bracci (“esattori” della banda mafiosa della Magliana) assieme a Mario Corsi della cosiddetta “banda Prati”, un’articolazione dei Nuclei armati rivoluzionari (a casa di Corsi gli inquirenti troveranno le foto di Iaio e Fausto).: lo sostengono alcuni “neri” pentiti; lo ipotizzano i magistrati via via chiamati a indagare; lo scrivono Saverio Ferrari e Luigi Mariani nel libro L’assassinio di Fausto e Iaio (Redstar press, 2018). A proposito di perquisizioni: in una intercettazione telefonica del 23 ottobre 1979 la madre del Corsi racconta a un’amica (il telefono è sotto controllo) che i poliziotti «della Digos di Milano e di Cremona» le hanno perquisito la casa: «...questi uomini... sono stati tanto gentili, mi hanno strappato tutto sul muro... le lettere... tutto mi hanno strappato... mi hanno detto: signora, butti via tutto, l’avvisiamo...», comportandosi da «veri padri di famiglia». Perché il 25 luglio 1979 gli agenti del secondo distretto milanese di Polizia hanno distrutto lettere e altri elementi indiziari se non probatori? E se possibile desta anche più sconcerto l’immediato trasferimento, nel 1975, del commissario di Polizia Ennio Di Francesco, dopo aver sequestrato un discreto quantitativo di eroina: la sua indagine verrà subito abbandonata. Tinelli e Iannucci erano soliti ripetere al registratore i risultati delle loro ricerche (avevano raccolto anche notizie presso le locali farmacie: come osserva il giornalista di Radio Popolare Umberto Gay, «contando le siringhe vendute si poteva risalire alla quantità di tossicodipendenti presenti in zona, alle loro abitudini, ai grammi di eroina venduta e infine al business degli spacciatori». Nel Dossier Fausto e Iaio a cura dello stesso Gay e di Fabio Poletti (Radio Popolare, 1988) si legge poi che mentre i famigliari di Fausto erano a Trento per la sepoltura, a Milano la vicina di pianerottolo «un tardo pomeriggio sente dei rumori. Sa che nell’appartamento dei Tinelli non c’è nessuno e, incuriosita, si mette a sbirciare dallo spioncino. Nota degli uomini che aprono la porta ed entrano nell’appartamento» muniti di torce. E «quando Danila Tinelli torna a Milano scopre che sono scomparsi da casa i nastri con le registrazioni. Non manca nient’altro. L’appartamento dei Tinelli è in via Montenevoso 9, proprio di fronte al covo brigatista, scoperto “solo” nel giugno 1978 dagli uomini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (ma ai piani superiori del condominio abitato dai Tinelli, da mesi, ben prima del rapimento Moro, Carabinieri e Servizi pare avessero una loro postazione di controllo). «La porta di ingresso non risulterà forzata» scrivono Gay e Poletti, sottolineando che «all’epoca a Danila Tinelli non erano ancora stati restituiti gli effetti personali di Fausto, fra cui le chiavi di casa». La storia si ripete: come sappiamo, tre anni prima altri “ignoti” erano entrati nella casa di Pasolini pochi giorni dopo la sua morte, frugando tra le sue carte. In una intervista del giugno 1970 a Louis Valentin, lo scrittore accenna al consumo delle droghe leggere ma si astiene dal commentare il nascente narcotraffico, ben tangibile negli Stati uniti: drogarsi, dice, «significa rifiutare la cultura. I giovani si drogano per automatismo, per autodistruzione e per trovare attenuanti alla loro sottocultura. Anche Cocteau si drogava, ma lo faceva per la sua cultura. […] non bastano blue-jeans e maglioni per diventare Sartre, né un pizzico di polverina per diventare Aldous Huxley». Quasi a dire che lo sballo è una moda piccolo borghese. Nell’estate 1966, a New York, Pasolini conosce Allen Ginsberg e ne rimane folgorato («era dai vecchi tempi di Machado, che non facevo una lettura fraterna come quella di Ginsberg», scrive il 18 novembre 1966 su “Paese Sera”). Ma più di ogni altra cosa in quel primo viaggio negli Stati uniti lo seduce l’«urgenza rivoluzionaria» disperata, mistica e libertaria dei giovani americani: quel loro «gettare il proprio corpo nella lotta» che su “Paese Sera” Pasolini paragona al clima clandestino, di lotta e di speranza della Resistenza europea del 1944-45 (e dietro l’affratellamento letterario con la poesia di Allen Ginsberg si intravvede un sentimento ben più profondo: il legame con Guido, il fratello partigiano ucciso a Porzûs): «Vieni in America e scopri la sinistra più bella che un marxista, oggi, possa scoprire» confiderà a Oriana Fallaci, paragonando «gli studenti che vanno nel Sud a organizzare i negri» ai primi cristiani: «v’è in loro la stessa assolutezza per cui Cristo diceva al giovane ricco: “Per venire con me devi abbandonar tutto, chi ama il padre e la madre odia me”. Non sono comunisti né anticomunisti, sono mistici della democrazia: la loro rivoluzione consiste nel portare la democrazia alle estreme e quasi folli conseguenze» (Oriana Fallaci, Un marxista a New York, “L’Europeo”, 13 ottobre 1966). Nel volgere di qualche anno il movimento dei Black Panthers e ogni altra accensione vitale della nuova sinistra nord americana verranno letteralmente sedati a forza di eroina. Segnali se ne colgono, tanto che, di ritorno dagli Stati uniti, nel sopra citato articolo per “Paese Sera” Pasolini avverte che «le migliaia di suicidi per droga sono in realtà dei martiri né più né meno che coloro che vengono uccisi dai razzisti bianchi del Sud». Da approfondire è poi il ruolo (inconsapevole?) avuto da taluni guru della cosiddetta controcultura nel cementare questi modelli (da Timothy Leary – in buoni rapporti con Ronald Stark – a Carlos Castaneda, l’autore o presunto tale di Gli insegnamenti di don Juan, un libro cult dello sciamanismo, scritto quando Castaneda era un oscuro studente universitario). Si legga allora L’agente del Caos (Einaudi 2018), spy story di Giancarlo De Cataldo con protagonista Jay Dark, un personaggio immaginario del tutto sovrapponibile a Ronald Stark.

Come i morti di piazza Fontana

Il 18 luglio 1975 Pasolini torna sull’argomento dal “Corriere della Sera” con un articolo – La Droga: una vera tragedia italiana – modulato sul rapporto tra droghe e pulsione di morte: leggera o pesante che sia, il consumo di droga, scrive, è diventato un fenomeno di massa che «viene a riempire un vuoto causato appunto dal desiderio di morte». Di come l’eroina e in generale la dipendenza dagli oppiacei si vada radicando quale forma consapevole di controllo sociale, lo scrittore appena lo intravvede, quando avverte che «lo spazio per la droga è enormemente aumentato» (eppure il tema del dominio totalizzante del potere sul corpo e sulla psiche, proprio quell’anno è centrale in film come Salò). E già un mese prima, in una “lettera aperta” a Marco Pannella, Pasolini conclude scrivendo che la distruzione dei valori umanistici e popolari è «il segno dominante del nuovo potere», biasimato per «l’abiezione dei fini e la stupida inconsapevolezza con cui hanno operato» e immaginando questi tecnocrati appesi per i piedi in «un nuovo Piazzale Loreto» (Pannella e il dissenso, “Corriere della Sera” 15 giugno 1975). Ne conveniamo, magari meditando pasolinianamente sulle tante morti, in Italia, legate al consumo di eroina e allucinogeni negli anni bui della Repubblica tra il 1974 e il 1985 (e in quelli a seguire). Riscrivendo dunque Pasolini, «le migliaia di suicidi per droga sono in realtà dei martiri né più né meno» di coloro che sono morti nella stagione stragista. E i loro nomi andrebbero ben scolpiti sulla tragica lapide delle morti di Stato – quello Stato o parte di esso che, anziché proteggerli, ne ha deliberatamente provocato il martirio – accanto ai nomi dei morti ammazzati in piazza Fontana a Milano, in piazza della Loggia a Brescia, sull’Italicus a San Benedetto val di Sambro, alla stazione di Bologna, ecc.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica democrazia il 19 ottobre 2018