Funerale

Luca Bernardi



A una finestra una ragazza gli faceva no con il dito...
Siamo in arrivo alla stazione di Bolzano, voce preregistrata, erreichen wir Bahnhof Bozen.
Il Ginger aprì gli occhi e prese la valigia dalla cappelliera. Sul binario una coppia di vecchi batteva i piedi. Nella stazione che non gli era mai sembrata così piccola, il fiato sostava tra le colonne. Quando uscì sulla piazza il vento lo graffiò.
Almeno, mormorò superando una panchina coperta di stracci sotto cui si intravedeva un polpaccio peloso, almeno il Natale a casa me lo sono sfangato. Forzò una risata. Un fruscio, una mano gli battè sulla schiena. Lattina aperta, tra tempia e mandibola la cicatrice a t sbiancata dai lampioni...
Tu no più chiamare, disse Alì, perché?
Gettò la Forst e si avvicinò barcollando.
No io trattare te bene sempre?
Il Ginger non riusciva a vedergli le pupille.
Me ne sono andato, disse.
Alì si passò la mano sui baffi gelati, aprì un’altra birra, la schiuma gocciolò sui sampietrini.
Dove tu?
Il Ginger spostò la valigia sulla spalla.
Australia.
Alì ruttò.
Tu dovere me ancora venti Euro, tu sai?
Gli stracci sulla panca scoreggiarono.
Tu detto me che li portava tuo amico Prozzio. Lui detto che tu portavi. Io mai visto soldi.
Il Ginger infilò due dita in tasca.
Non hai da darmi il resto, vero?
No fratelo, ma se tu dai cinquanta, te lo giuro io domani... Venti da me, disse il Ginger incamminandosi, e trenta dal Prozzio. Era quasi arrivato alla siepe nerastra quando si sentì chiamare. Come un ragno stilizzato contro i lampioni, Alì sollevo la lattina sopra la testa.
Salutami Prozzio.


C’erano quasi tutti, dai vegliardi sfilacciati nelle camicie stinte della Caritas a diciannovenni filiformi dentro giacche larghe da sci che studiavano il Ginger con lo sprezzante rispetto del fante in licenza per il veterano imborghesito che gli offre da bere. La mamma del Prozzio tremolava. Nell’abbraccio la sentì puzzare.
Gregorio, disse artigliandogli il polso, Gregorio.
Le lacrime scavavano nella terra franante sul cappotto. Il Ginger baciò il padre del Prozzio e sgattaiolò in terza fila. Gigantesco nel vestito nero Loriz lo prese a manate. Dietro di loro una vecchia con i capelli azzurri ridacchiava indicando il soffitto.
Il prete cominciò con la dolcezza del paradiso. In quinta fila una ragazzina accostò il cellulare all’orecchio. Risedendosi dopo il credo il Ginger vide quattro compagni di scuola, in fondo. Il porto della gioia, diceva il prete, e ogni volta la mamma del Prozzio singhiozzava. Quando cominciarono le canzoni Loriz si girò verso il muro, mordendosi il Ginger fissava tra l’erba affrescata la caviglia di un santo in ginocchio. Se n’era andato con dolcezza, diceva il prete, con la massima dolcezza. Una cugina leggeva dal podio. Appena nato Gianpaolo avevi due occhioni grandi. Il prete allargò la mano. Il Ginger si avvicinò all’altare e fece per prendere il foglio dalla tasca. Non lo prese.
Com’è dolce cadere dal tetto mentre si ruba del rame, così avrebbe voluto cominciare. Disse invece di una sera, a Barcellona, che partito con ventisette Euro e cinquanta a forza di sgolarsi in un esperanto impossibile tra un grumo e l’altro di grebi bivaccanti sotto un’impalcatura arrugginita il Prozzio era tornato con tre palline da mezzo grammo e cantando di gioia se l’erano fatta tutta a piedi e davanti al camper in un’aiuola c’era un barbone con la maglia di Shevchenko che scrostava un cucchiaio e bestemmiando il Prozzio gli aveva premuto le tre buste nel palmo. Alla fine, disse il Ginger, non si sa mai da chi o per cosa si verrà perdonati.
Qualcuno rideva, qualcun altro piangeva. Una ragazza con i rasta gli sorrise. Senza guardarlo Loriz gli diede una gomitata.
Bravo, disse un vecchio sbrecciato.
Il baule aperto del carro funebre sfiorava i gradini. La mamma del Prozzio agitò una mano e i quattro portatori poggiarono la bara di legno chiaro su un tavolo cosparso di fiori. Il Ginger, Loriz e altri tre seguirono il padre del Prozzio fino alla Volvo in divieto. Presero ognuno dieci palloncini e li distribuirono alla gente disposta a semicerchio, poi Loriz e il Ginger tornarono alla macchina e trasportarono due casse al centro del sagrato. Quando la mamma del Prozzio annuì, inondò la piazza un rap tutto troie e pistole. Una vecchia in chiodo borchiato, la bocca una ragnatela di rughe, biascicava le parole di un’altra canzone. Sorridendo il Ginger si avvicinò alla bara. Gli era rimasto un palloncino verde e in un agguato di sole se lo vide venire incontro, il Prozzio, con il cappellino sbilenco e i jeans a metà polpaccio: è morto il mio migliore amico?
Uno a uno e poi a frotte i palloncini scomparvero nel vento. Con un dito il Ginger sfiorò la bara e si sedette sui gradini. A metà delle condoglianze una Panda dovette uscire dal cancello davanti a cui il padre del Prozzio aveva parcheggiato. A un certo punto la donna al volante si spazientì, bussò sul finestrino della Volvo. Allora il padre barcollò fuori con il volto distorto tra le mani, il Ginger gli prese le chiavi e manovrò sul marciapiede crepato dalle radici. Aprendo la portiera sentì uno shampoo antico.
Ti disturbo?
Ma lui le aveva già preso il polso. Era sempre sottile.
Avresti voglia di venire in radio a raccontare un po’ dell’Australia?
Riparto tra due venerdì, le disse, ma tu non facevi televisione?
Con l’indice Ludovica si scostò una ciocca dalla fronte.
Leggo il telegiornale, la sera, tre volte alla settimana. Ma dall’anno scorso ho anche un programma in radio.
Lui la guardò in silenzio finchè le sbocciarono gli occhi.
Scommetto che parla di giovani, disse.
Dondolando sugli stivaletti lei soffocò il sorriso nel mento.
Sei sempre il solito, bisbigliò sfiorandogli le spalla, sempre il solito...

Aveva bevuto sempre più in fretta, per seminare la colpa, e quando Loriz aveva cominciato a palpare la cameriera cinese se n’era andato. Doveva essere finito in altri bar, perché si era svegliato vestito con le lenti a contatto secche negli occhi. Ora sedeva tra gli ippocastani spogli su una panchina verde irta di genitali bilingui di fronte alle chele delle montagne. A volte le sognava. Anche la neve.
Vara un po’ chi si vede.
Il Ginger trasalì. In equilibrio sulla bici con la destra aggrappata allo schienale della panchina Klosty addentò la sigaretta elettronica e gli porse la sinistra irruvidita dal gelo. Sotto il berretto giallo gli occhiali a specchio coprivano il pallore di metà faccia.
Allora, disse inanellando cerchi di vaniglia, già scopata tutta l’Australia?
Il Ginger lo guardò.
Pensavo di vederti ieri.
Eh zio, disse Klosty spingendo indietro gli occhiali con il dorso della mano, volevo ben venire. Ma avevo una seduta, sai no?, per spostarla serve minimo un mese di preavviso. Com’è andata, tutto bene?
Il Ginger si alzò.
Spetta.
Senza mollare lo schienale Klosty si frugò in tasca, capovolse il telefono sulla panca, rovesciò un mucchietto di polvere color topazio. A colpi di scheda separò due lumaconi e con il mento che sfiorava il manubrio incamerò il più granuloso.
Bentornato, disse porgendogli la banconota da cinque euro arrotolata. Il Ginger la studiò con incredulità e scosse la testa. Klosty si leccò un dito e tamponò la narice.
Sbrigati, gli disse, ci sono gli sbirri.
Bestemmiando il Ginger si abbassò. A passo d’uomo la volante li raggiunse, lo sbirro occhialuto sul lato del passeggero che li fissava senza muovere un muscolo, per poi svoltare sul ponte di legno. Il Ginger stirò le braccia dietro la schiena e deglutendo cominciò a camminare. Klosty pedalava girandogli attorno, lo staccava, tornava indietro sbuffando vaniglia.
Hai visto?, disse agitando la sigaretta elettronica, sono passato al digitale. Il Ginger grugnì con la gola anestetizzata, contava la ghiaia, guardò il cellulare che aveva appena trillato. Le nuvole svestivano il sole basso al centro dell’orizzonte. Klosty imboccò un viottolo tra vigne scheletriche e nascosta la bici dietro una pietra sparì nel buco di una siepe.
Dai, ridacchiò mezzo inghiottito dai rami, ti muovi o cosa?
Il Ginger scriveva un messaggio. Quando lo cercò con lo sguardo, Klosty non c’era più.
Nel parco incrociò solo due donne che correvano. Qualche grebo fumava sotto i portici. Ordinò un tè verde, andò in bagno a sturarsi il naso, nello specchio spezzato si vide terreo e barbuto. I titoli del giornale quasi lo pungevano, un trafiletto sul funerale del Prozzio, nessun accenno a com’era morto. Quando entrò Ludovica le teste dei vecchi che bevevano bianchi al bancone scattarono. La barista strofinò con diffidenza un bicchiere.
Ludovica girò la mano sul tavolo, piegando il giornale il Ginger le sfiorò le dita, con un piede lei gli urtò il polpaccio.
Allora? Dai, su, dimmi dell’Australia.
Il Ginger sospirò.
Per due anni aveva girato facendo lavori di merda. Poi un finlandese conosciuto in un macello aveva aperto un’agenzia di comunicazione. Il Ginger teneva corsi in cui insegnava alla gente a parlare.
Lei sorrise un po’ meno di quanto lui avesse sperato.
Insomma uno sbocco tipico, gli disse, per un manipolatore seriale del tuo grado di talento.
Le diede una spintarella e lei per un attimo piegò il collo. Parlava sempre come affacciata a una finestra sul punto di richiudersi; nemmeno il Prozzio sfuggiva al pendolo delle sue labbra; per zittirti le bastava spostare lo sguardo. Da aprile della quinta lei e il Ginger si trovavano al municipio alle sette e quaranta ed entravano alla terza ora. Lei si era iscritta a giurisprudenza a Padova. Nel frattempo il Ginger passava le giornate a rincorrere una banconota da trenta Euro.
Non dirmi che hai messo la testa a posto...
Fino a ottobre stavo con una scozzese. Le hanno offerto un posto da dirigente in Canada.
Non hai pensato di andare con lei?
Odio il freddo.
Ludovica gonfiò la guancia con la lingua.
Ti hanno presa in Rai, vero?
Lei passò un dito sull’orlo del bicchiere.
Magari.
Devo far finta di crederci?
Sembrava una gara di sguardi tra due bambini.
Davvero, gli disse, è un’altra cosa.
Ludovica tolse un pelo dalla camicetta e lo stese sul tavolo. Il Ginger inclinò la tazza. Il tè era finito.
Quando.
Per l’intervista in radio, dici?
Quando.
Be’, se riparti tra due venerdì...
Quando ti sposi.
Lei abbassò la testa.
In giugno forse. Ti inviterei, ma...
Il Ginger alzò una mano quasi a proteggersi gli occhi.
Congratulazioni.
Grazie.
Meglio lui dei mentecatti depilati, disse, che il sabato ti aspettavano sul motorino.
Ludovica sorrise sfocata, come da dietro un velo.
E comunque a diciotto anni ero innamorato di te.
Tra una pera e l’altra?
Mica potevo struggermi tutto il tempo.
Lei controllò il telefono nella borsa.
Se proprio vuoi saperlo, gli disse, quand’è che sei tornato dalla comunità, quanti anni saranno passati?
Quattro.
Ti ricordi che ci siamo incontrati a sciare...
Sì, con tua madre che non voleva più uscire dal rifugio...
Ora il labbro inferiore le pulsava impercettibilmente.
E secondo te perché?
Il Ginger aprì la bocca e la richiuse.


Contro ogni aspettativa all’angolo trovò l’insegna KLOSTY’S CAFÈ. Nessuno ai tavoli, nessuno dietro il bancone. Si sedette contro la parete specchiata. Un sessantenne glabro con una racchetta da tennis fece capolino e sparì. Due ragazzine truccatissime sbirciavano dal portico. Il Ginger doveva già aver spillato la prima birra. Entrò una donna con un chihuaua e bussò sulla porticina sormontata dalla scritta BAGNO IN FONDO AL CORTILE.
Se vuole, disse il Ginger, posso provare ad aiutarla io.
Un ginseng, per favore.
Andò dietro il bancone e fissò la macchina del caffè.
Cialde in basso a sinistra, gli disse mettendo tre monete sul tavolo.
Il chihuaua guaì. Lui la guardò allontanarsi ancheggiando nel vetro, spillò un’altra birra e aprì la gazzetta. Poi una specie di spaventapasseri in parka corse dentro, mollò una manata alla maniglia e si accasciò su una sedia.
Dove Klosty?, disse Alì grattandosi la cicatrice.
Boh, tu lo sai?
Lui gli strappò il boccale, un rivolo di schiuma gli tagliò la guancia.
Serve roba?
Il Ginger sorrise.
Se ce l’avessi, mi sa che saresti meno agitato...
Se tu dai soldi io vado a prendere...
Il Ginger spillò altre due birre. Le ragazzine entrarono e si sedettero ridacchiando. Sedicenni al massimo, piumini corti bianchi, septum entrambe, culi strizzati nei leggins. Otto anni fa il Ginger avrebbe chiesto se volevano sapere un segreto. Forse anche quattro. Si impuntò invece a rileggere l’ultimo capoverso. Alì ogni tanto mugugnava.
Una coca, disse la più spavalda aggiustando il collare borchiato.
Con smorfie infinite l’altra si controllava il rossetto.
Per me una fanta.
Il Ginger si alzò e senza guardarle poggiò le lattine. Collare mise la lingua tra i denti.
Non ce li dai i bicchieri?
Il Ginger si allungò sopra il bancone e prese due cannucce.
Voi invece non dovreste essere a scuola?
Oggi uscivamo prima, disse Rossetto.
Schiudendo il piumino Collare mostrò i capezzoli contro la canotta rosa. Dimenticavo, disse il Ginger, la famosa lectio brevis del nove gennaio.
Cos’è che ha detto?, urlò sottovoce Collare.
Alì le fissava ingollando birra. Rossetto scrollò le spalle, sputò la gomma nel posacenere crepato e sbattendo esageratamente le ciglia iniziò a tormentare la linguetta della lattina, a b c d e f g...
Secondo te come si chiama?, chiese Collare nel solito sussurro assordante. Il Ginger leggiucchiava la gazzetta e quando alzò lo sguardo le due ninfette scoppiarono a ridere come videopoker sbancati. Fatemi santo subito, pensò scorrendo distratto le pagine di Formula Uno. Nel portico inchiodò una bici.
Ahmed, disse Alì.
L’altro lo colpì sullo zigomo e lo scaraventò contro il bancone. Rossetto strillò. Un ragazzo smilzo con il giubbotto catarifrangente si affacciò dalla porta e cambiò idea. Passandosi una Moretti da sessantasei da una mano all’altra, la sigaretta penzolante a un angolo della bocca, con gli scarponcini nuovi da montagna Ahmed prendeva a pedate metodiche Alì raggomitolato a terra. Il Ginger si mise in mezzo, lentamente tese la mano verso la bottiglia, l’altro la nascose dietro la schiena e allora lui afferrò un tavolino e lo spinse tra i due grebi. Ahmed mise giù la Moretti e fece scattare un serramanico. Rossetto tremava facendo rintoccare la sedia, Collare filmava intenta, rialzatosi Alì si tamponava il labbro con un tovagliolo. Ahmed stappò la birra con il coltello e fece tre piccoli sorsi. Il Ginger strappò il telefono a Collare, se era spaventata mascherava bene, e lo sbatté sul tavolo. Alì riprovò la maniglia del bagno. Ahmed, disse.
La bottiglia gli passò roteando a due centimetri dall’occhio sinistro ed esplose sul muro sopra la testa di Alì. Quando vide balenare il coltello il Ginger si gettò su Ahmed. Rossetto fuggì verso la porticina, Ahmed rinculò verso la porta, Alì strisciava borbottando con la faccia rossa, all’improvviso scattò una serratura. In uno sbuffo di vaniglia dalla porticina uscì una mano.
Ahmed, gemette Klosty con il mento ciondoloni sul petto, cosa mi combini? Con la birra del Ginger fece un gargarismo, ruttò vaniglia e scomparve di nuovo nella porta da cui prima emerse un guinzaglio, poi un bastardino color nocciola, infine una mora rasata e ingobbita di quaranta kili.
Ciao Chantal, disse Collare.
Lei piovve su una sedia. Ahmed si era seduto sul bancone. Una signora in pelliccia aprì la porta.
Buonasera a tutti, cercavo Martin.
Forse è meglio se ripassa, disse il Ginger andandole incontro.
In punta di piedi lei gli guardò sopra la spalla.
Che cosa è successo qui?
Il Ginger arrischiò un’occhiata. Ahmed sul bancone, la mano nascosta tra le gambe. Faccia parallela al soffitto, la Chantal ronfava a bocca aperta. E le ragazze in ginocchio ai lati di Alì: Rossetto gli puliva la faccia con una salvietta umida, Collare gli toglieva uno a uno i vetri dalla fronte. Il bastardino che zompava leccando la birra striata di sangue. Odore dominante vaniglia.
Ogni settimana la stessa storia, disse la signora, e lo sapete perché ormai non la chiamo nemmeno la polizia? La verità è che mi vergogno.
Il Ginger vide allargarsi la macchia rossa sulla felpa e la coprì con il braccio. Quando vedete mio nipote ditegli di non disturbarsi ad aprire domani. Fino a prova contraria la titolare sono ancora io.
Era appena uscita quando la maniglia sbalzò. Cinereo nella felpa marrone con il logo di un teschio dalle orbite fiorite, Klosty poggiò una cassa di Forst in bottiglia sul bancone. Ahmed lo prese per la collottola, lui gli parlò all’orecchio e corse fuori. Tentando un baciamano alla zia inciampò nel pedale della bici appoggiata alla vetrina e mentre lei si asciugava gli occhi con un fazzoletto Klosty accennò un inchino danzato. Mancava solo la musichetta da circo. No perché ero sceso un attimo a prendere le birre, lo sentirono urlare roco, cioè nel senso che la Chantal mi dava una mano anche coi fusti, capito zietta? Il Ginger nitrì. Rossetto e Collare si fecero un selfie con in mezzo Alì aggrappato al bancone. La zia parlava all’asfalto. Ahmed sgattaiolò fuori e con gesto minaccioso a Klosty, che in precario equilibrio su un piede si grattava un brufolo purulento in fronte, inforcò la bici.
Ma se domani viene il tipo dei gelati! Mica posso chiudere così a cazzo di cane! Chi glielo dice a quelli dei gelati adesso?
Quando mezz’ora dopo attraversarono la strada, una coppia spuntò a braccetto da un negozio.
Hai visto, disse Klosty, come si chiama... dai, la giornalista... quella che abita dietro casa tua... capito?
Il Ginger tirò il collo della maglietta e guardò giù.
Vuoi andare all’ospedale?
Il sole cadeva nelle montagne diafane, lampade di un salotto incomprensibile. Mava, disse, basta una farmacia.
Una farmacia, sorrise Klosty, sai che devo farci un salto anch’io...

La ginocchiata all’interruttore rischiarò una libreria di scarpe e giocattoli, un divano mezzo bruciato, uno sgabello di legno con un cucchiaio. Sul muro c’era scritto che Klosty aveva il cazzo poco più lungo di tua madre. Il Ginger si sedette per primo.
Come sei morigerato, disse Klosty, così non la senti nemmeno.
Il Ginger sciolse il laccio. Cosa hai sentito, chiedevano quelle che non erano mai andate oltre il terzo cocktail, la prima volta che ti sei fatto di eroina? Klosty gli passava la sigaretta elettronica. Il Ginger la lasciava cadere e rideva. Anche Klosty rideva. Mah, rispondeva di solito, come un preventivo dei giorni che avrei sperperato. Oltre le inferriate ingialliva l’asfalto.
Sai cosa?
Nella vaniglia il Ginger lo sentiva armeggiare.
Eh?
Stringeva il laccio.
Cosa?
Togliendo l’ago sapeva che non avrebbe più avuto gambe.
Eh?
Nemmeno braccia.
Cosa?
E niente tes...
Eh?
Niente res...
Cosa?
Alla finestra la ragazza scuoteva il dito e sorrideva.
Eh?








pubblicato da r.gerace nella rubrica racconti il 19 ottobre 2018