“Gli esordi” compie vent’anni

Tiziano Scarpa



Esattamente vent’anni fa, il 12 ottobre 1998, uscì in libreria Gli esordi, uno dei tanti capolavori di Antonio Moresco. Ebbi il privilegio di intercettarne il manoscritto, l’anno prima, quando lavoravo come redattore per la casa editrice Feltrinelli. La direttrice editoriale di allora, Gabriella D’Ina, mi aveva dato l’incarico di leggerlo e di esprimere un mio parere. Avrei dovuto scrivere una semplice scheda editoriale, ma non riuscii a fermarmi, tale era l’entusiasmo che mi trasmise questo libro. Ricordo giorni felici, ispirati, come si può essere ispirati solo dalle cose grandi che si leggono, e non da quelle piccole che si pensano da soli. Lessi Gli esordi nel pieno della primavera milanese, sui tram mattutini irradiati dalla luce di giugno che cercava di essere all’altezza di quella che traboccava dal malloppo di fotocopie appoggiato sulle mie ginocchia. La scheda è stata pubblicata nella monografia dedicata a Antonio da Massimiliano Parente nel 2006, e poi in appendice all’edizione Mondadori degli Esordi del 2011. La ripropongo qui, in occasione di questo ventesimo compleanno, vero giorno di festa per la letteratura italiana e terrestre.


Gli esordi

Parte prima
“Scena del silenzio”
pp. 176 (equivalenti a circa 300-350 cartelle)


Cominciamo col dire che non ho mai letto nulla di simile (tranne, per l’appunto, i primi romanzi di Moresco, Clandestinità, La cipolla, Lettere a nessuno; ma erano racconti o romanzi molto brevi o rielaborazioni autobiografiche). Diciamo che si tratta di una scrittura completamente imbevuta, imbibita di immagini. A pensarci bene si può pensare a Kafka, ma a un Kafka completamente depurato da qualsiasi argomentazione dichiarata, oppure da discussioni metafisiche esplicite. Il libro (naturalmente, per ora mi riferisco alla prima parte) è pura materia narrativa. Una specie di scrizione di fatti, impressioni, sensazioni, puramente materico-immaginali, folta di metafore ed elaborazioni visionarie.

Ma spero di riuscire a spiegarmi più in là. Forse può aiutarmi un breve riassunto. Il protagonista racconta tutto in prima persona. È un seminarista in un convento in collina. Il luogo non viene mai nominato (si fa cenno, qualche volta, a una località vicina, dalle molteplici e quindi vaghe possibilità di identificazione toponomastica, che si chiama “Ducale”). Il seminarista non parla. Non sappiamo perché ha deciso di tacere. Ovvero lo intuiamo nel corso della lettura: si tratta di un suo personale percorso iniziatico, un protratto esercizio spirituale che coincide con l’esistenza. Ma senza che tutto ciò sia sovraccaricato da velleitarismi o intenzioni ideologico-filosofiche messe in campo con moventi e spiegazioni. Solo nell’ultima riga della prima parte il protagonista pronuncerà le sue prime parole, in risposta al padre priore, che gli ha chiesto se può sostenere di aver ricevuto la vocazione al sacerdozio.

Nonostante il suo silenzio, il protagonista partecipa in tutto alla vita del seminario (addirittura si accosta al sacramento della confessione). Il seminario: è un ricettacolo di tipi umani a dir poco strani. C’è un prete con una faccia deformata, quasi tagliata in due. Un seminarista è sordomuto. Un altro è un signore in borghese che fa di tutto per rientrare in seminario e ci abita per qualche tempo, mescolandosi da isolato alla vita comune.

Apparizioni ricorrenti sembrano tracce sinistre di infiltrazioni del caos, icone del perturbamento, scene dell’incontrollabilità. Come per esempio i diverbi violenti senza una causa nota al protagonista, o la semi-invisibile suora negra che addobba gli altari camminandoci sopra a piedi nudi, in un’inestricabile compenetrazione di devozione e sacrilegio.

Sebbene ci siano continui avvenimenti numinosi, non è tanto la concatenazione della trama a essere centrale, ma la percezione delle cose. E qui forse mi avvicino a una descrizione un po’ più sensata della mia esperienza di lettura.

Per prima cosa: in questa scrittura è stata completamente abrasa qualsiasi deriva psicologica che non sia quella animale, creaturale, fisica della percezione degli eventi. Abolizione totale della psicologia intesa come rovello sulle relazioni e rapporti di potere. Tutte queste cose ci sono, ma non ci si ragiona sopra, i personaggi non ne parlano tra loro, è come se non fossero rilevanti. Al protagonista non gliene importa niente. Siamo scaraventati in una specie di ininterrotto mattino presocratico, o meglio in un’escursione atemporale nella claritas del creato. Attenzione: ciò non vuol dire che tutto sia idilliaco, anzi. A ogni modo, ciò che accade è per così dire aiòn, non chrònos. Infatti all’inizio del libro si fa menzione esplicitamente all’eternità.

Per seconda cosa, tutto è pervaso da uno stupore originario per gli eventi, che brillano, luccicano, “sbalzano” (parola chiave ricorrente nel testo) dallo sfondo fino a travalicare la tollerabilità percettiva. Si rimane abbacinati, scottati, assordati da cose che in un mondo “normale” provocherebbero al massimo un piccolo fastidio, una grattatina, una scrollata di spalle. Gli strani passatempi dei seminaristi, i loro giochi assurdi o quanto meno curiosi (pattinare con gli schettini in fondo a una piscina prosciugata, soffiare su una pallina da ping-pong tutti inginocchiati intorno a un tavolo con lo scopo di non permettere che la pallina cada dal proprio lato; arrampicarsi sul palo di un lampione...) possono ricordare alcune celeberrime fotografie di Mario Giacomelli (per esempio il girotondo di giovani preti inquadrato dall’alto), e in generale richiamano una scansione delle ore liturgico-ginnica, spiritualizzata, desessualizzata, dove la sessualità è spostata di lato, pervade debolmente ma diffusamente qualsiasi atto, in forma di curiosità ed eccitazione percettiva. Questo va detto anche per precisare che non si tratta di una storia asfitticamente “cattolica”: l’ambientazione in seminario, con tutto ciò che questo comporta (unisessualità dei personaggi quasi tutti maschi; ritualizzazione del tempo; ridefinizione dei rapporti individuali che si allineano o scartano da un sistema comunitario autonormativo completamente diverso e straniato rispetto alla “società” aperta...), consente di accumulare e liberare energie narrative stupefacenti, parossismi, accelerazioni e conflitti inauditi, inediti, impensabili in qualsiasi altro ambiente (ma basti pensare anche a cosa sprigiona tutto ciò a livello puramente immaginale, come per esempio la visione di un gruppo di uomini in tonaca nera con i pattini ai piedi, o uno sciame d’api che migra in primavera dentro il tabernacolo della chiesa...).

Rimane da dire che il libro contiene una parte centrale collocata altrove. Il protagonista viene ospitato in casa di parenti perché deve subire un piccolo intervento chirurgico. Viene infatti circonciso, e rimarrà nella villa di campagna per tutto il tempo della convalescenza. Intanto assiste a un matrimonio, all’incredibile incendio di una massa di rifiuti al centro del parco, e a mille altri avvenimenti ordinari sui quali però applica il suo sguardo stupefatto, come per esempio (ma procedendo per esempi si dovrebbe riassumere tutto quanto) una stupefacente ripulitura dai calli dei piedi dello “Ziò”, o una doccia all’aperto fatta da una donna con la canna di gomma per irrigare, che sciacqua i propri tre figli nudi, di cui uno è albino, e un’altra una ragazza strabica che si intuisce bellissima: in entrambi i casi queste operazioni si risolvono in atti di scultura, di scolpimento creaturale dei corpi.

Secondo me questo libro (finora) è un capolavoro. Trovo che sia stato salutare l’averlo scorciato in qualche punto, perché il tocco magico dell’autore è talmente felice da potersi permettere di raccontare qualsiasi cosa, con il pericolo di divagare per l’universo mondo accogliendo spunti secondari, smagandosi, depistandosi. Mi pare che (anche crudelmente) l’autore abbia rinunciato proprio a (parecchie di) queste zone descrittivamente impeccabili, ma che pretendevano dal lettore una solidarietà totale (e un incantamento) per lo sguardo del protagonista, sospendendo per così dire l’“ansia” narrativa che esige di veder proseguire il racconto.

Quanto alle considerazioni editoriali, pur essendo condotto con un linguaggio semplice, ultravisivo, non è un libro che attirerà le folle, proprio per il fatto che la scrittura penetra il mondo e gli si asserve senza aver fretta, e soprattutto senza disseminare scopi individuali carichi di energia narrativa, moventi dei personaggi che li portino a perseguire obiettivi accattivanti, conflitti da mettere a nudo con scene risolutive alle quali non si vede l’ora di arrivare. Tutto questo c’è, ma accade immerso in questa eccitata lassitudine cognitiva. Di sicuro Gli esordi sedurrà incontenibilmente gli innamorati della letteratura. Se vogliamo essere un filo accorati, dico di più, e affermo che qualsiasi editore dovrebbe considerare insieme un dovere e un onore pubblicarlo.

(T.S. 3.6.97)


Parte seconda
“Scena della storia”
pp. 205 (equivalenti a circa 300-350 cartelle)

Parte terza
“Scena della festa”
pp. 80 (equivalenti a circa 150 cartelle)
In totale, la quantità di testo degli Esordi si aggira sulle 800 cartelle circa.

Ora che l’ho letto per intero, posso dire che Gli esordi è davvero un capolavoro. È un libro che racchiude il secolo da tutti i punti di vista, letterari, politici, e – rispolveriamo un aggettivo ancora più globale – umanistici.

Nel suo complesso Gli esordi costituisce una specie di epica dell’individuo. Non è un romanzo picaresco anche se è pieno di spostamenti, viaggi, incontri inaspettati. Non è un’epopea dell’io perché la voce narrante (che non viene mai abbandonata) non ha nessuna enfasi egologica: non si tratta di raccontare la costruzione di un’identità come affermazione di un’indole, come lenta realizzazione di una natura caratteriale che lotta per rivelarsi a sé stessa e radicarsi nel mondo.

Ciò che ho scritto nella scheda di lettura precedente, riguardo all’abolizione della psicologia, vale anche in queste due parti e va radicalizzato ermeneuticamente. L’individuo protagonista degli Esordi è una creatura che ha per così dire compiuto una sospensione dell’io per recuperarsi nella scoperta di tre diverse vocazioni. La prima vocazione è religiosa, la seconda è politica, la terza è letteraria (tutto ciò corrisponde alla tripartizione del libro).

Alla fine di ognuna di queste parti (nella terza, quasi) viene pronunciato un sì (cfr. altri sì nietzscheani e joyciani) vocazionale, in cui l’esistenza dichiara di voler aderire alla propria teleologia.

La scansione e i rimandi interni, l’architettura delle tre parti possono essere analizzate in dettaglio. Volendo, si possono individuare nella tripartizione degli Esordi strutture poematiche:

Prima parte: Inferno
(l’incendio della massa di rifiuti)
Seconda parte: Purgatorio
(la lunga stasi nella sede di partito scalcinata)
Terza parte: Paradiso
(il ballo onirico al ricevimento degli scrittori)

Oppure:
Prima parte: Età del Padre
(mutismo del protagonista, epifanie profetiche, parola taciuta)
Seconda parte: Età del Figlio
(comizi del protagonista, incarnazione dell’impegno nell’attivismo, parola parlata)
Terza parte: Età dello Spirito
(linguaggio ecumenico, comunicazione pentecostale, parola scritta)

Ma vediamo più da vicino cosa raccontano la seconda e la terza parte.

Scena della storia

Il protagonista gira con una macchinina per piccoli paesi di provincia ad affiggere manifesti e fare comizi. Sia degli uni che degli altri non ci viene trascritta una sola parola. Moresco si guarda bene dal restituire il clima politico degli anni Settanta “contenutisticamente”. Il suo protagonista è attivo in un gruppuscolo di estrema sinistra, ma senza riferimenti diretti. Come potrebbe raccontare il Beckett della Trilogia, e in particolare il Beckett allo stesso tempo vago e concreto, irrelato e immaginifico di Molloy (quindi né il precedente Beckett joycianamente denotativo a oltranza delle prime opere romanzesche fino a Murphy, e nemmeno quello rarefatto delle opere mature e senili già presente nella stessa trilogia in Malone muore o L’innominabile). Sì, è come se Molloy o Moran (le due voci narranti in Molloy) raccontassero l’impegno politico di un attivista negli anni Settanta, con la stessa concrezione visionaria, dettagliata ma allo stesso tempo decontestualizzata, iperfocalizzata e quindi scontornata dallo sfondo storico (ricordo per esempio i sassi cambiati di tasca con turni precisi nella tasca di Molloy, o la camicia indossata in quattro modi diversi da Moran per poterla usare quanto più possibile non avendo cambi di vestiti a disposizione).

Tornando alla trama: il protagonista viene accompagnato da assistenti e fiancheggiatori bizzarri: un cieco e il suo cane, un seduttore imbroglione di vedove con falce e martello tatuati sul petto, un tizio chiamato Sonnolenza perché basta la sua presenza noiosa a far assopire, ecc. Nella scatolina su quattro ruote c’è sempre meno spazio, sono spassose le descrizioni del costipamento dentro la macchina. Ho trovato potenti anche i comizi del protagonista, che come dicevo sono rappresentati con sistematiche reticenze e aposiopesi: Moresco dà conto solamente del guscio di sensazioni del protagonista che grida sbigottito dentro il microfono, senza mai raffigurare il tuorlo dei suoi discorsi politici: «sentivo la mia voce sfalsarsi, cercavo di deporre ciascuna parola dentro il suo contorno, prima di diventare afono del tutto». Va anche detto che, pur avendo questo libro (per solennità di impresa, per grandiosità di stile, pur senza nessun sovraccarico sublimista o compiaciuto), dicevo, pur avendo questo libro un tono sapienziale, è estremamente comico il fatto che abbiamo ritrovato, in questa seconda parte, un protagonista addirittura comiziante dopo che l’avevamo seguito, per tutta la prima parte, agire nel più assoluto silenzio.

Al protagonista viene affidato il compito di riorganizzare una sede. La trova tutta devastata, deserta. È abitata solo da un altro giovane attivista, che però in un primo tempo si nasconde. Verso la fine c’è l’irresistibile racconto di un vecchio compagno in agonia (delira? si sta inventando tutto?) che afferma di aver avuto l’incarico, a suo tempo, di imbalsamare Lenin, quando il capo della rivoluzione era ancora in vita. Al termine il protagonista si sente pronto per diventare terrorista («Vorresti diventare un guerriero?» [...] «Sì.»).

Ho riassunto volutamente in modo molto sbrigativo, perché ancora una volta conta sì quello che accade, ma conta di più la splendida pagina di Moresco. Che in questa seconda parte, dopo i silenzi della prima, straripa nel dialogato, spesso irresistibilmente incongruo, e muove le descrizioni con continui inserti brevissimi del protagonista, che non sono per nulla frammenti di monologo interiore, ma piuttosto briciole di soliloqui fenomenologici, constatazioni o domande a sé stesso su ciò che sta accadendo in quel momento: in poche parole c’è un’assoluta equivalenza tra descrizione e pensiero, ovvero tra fatto e pensiero, fra mondo e coscienza (ancora una volta, con una riduzione della psicologia e un io calmierato a pura istanza creaturale). L’esperienza politica dei gruppi di estrema sinistra degli anni Sessanta viene innestata all’interno di un percorso individuale, sapienziale, iniziatico, vocazionale assolutamente inedito, lontano da qualsiasi crampo gergale, discussione ideologica, e raccontato invece in continuo stato stuporoso per i volti, i paesaggi, gli oggetti (le infinite cristallizzazioni e forme di discioglimento che può assumere la colla per i manifesti).

Scena della festa

Dopo nomi di città o paesi vaghi o inventati (Ducale, Bindra), il protagonista abita in una Milano di cui gli unici indizi paesaggistici sono la continua presenza di fotomodelle in posa per le strade davanti a un fotografo. Questa parte racconta i travagli editoriali del protagonista, che viene schizofrenicamente corteggiato e allontanato, blandito e mortificato da una casa editrice. Dopo molti appuntamenti e convocazioni mancate, scopre che l’editore è il Gatto, soprannome di un compagno di seminario.

Proclamandosi innamorato del suo manoscritto, il Gatto ne rimanda continuamente la stampa fino a proporgli diabolicamente di distruggerlo, come forma geniale di pubblicazione! Nel prefinale il protagonista partecipa a un fantasmagorico ballo insieme a grandi scrittori e personaggi di romanzi di tutti i tempi, e ritrova anche la Pesca, la ragazza che (pudicamente, per reticenza, senza mai dichiararlo nemmeno lontanamente, lasciandolo intuire grazie alla quantità di attenzione che le viene riservata) tutte le tre parti degli Esordi individuano come l’unico suo amore, e della quale nella seconda parte si erano avute notizie terribili a distanza di anni.

Non esito a dire che Gli esordi è un caposaldo della nostra letteratura di questa seconda metà del secolo. Risolve una miriade di nodi estetici, non è né mimetico né fantastico, dètta una parola definitiva sui destini del singolo nella nostra epoca, sulla sua possibilità di trovare una postura esistenziale, uno stigma vocazionale, uno spazio di espressione politica, una coincidenza tra io-sono e io-faccio. È un libro che rimarrà, un caso letterario, l’opera di una vita.

Sarebbe molto dannoso (per i rimandi interni, per i controcanti, per la coloritura diversa delle tre parti, ora tutta carnosità descrittivo-narrativa, ora tutta nervature di dialogo) pubblicarlo “a puntate”.

Quanto a mole, credo che con un corpo adeguato e una capienza tipografica conseguente potrebbe essere contenuto intorno alle cinquecento pagine.

T.S. 13 giugno 1997








pubblicato da t.scarpa nella rubrica in teoria il 12 ottobre 2018