Lamponaia

di Francesca Matteoni










Questo racconto è già apparso sul «Corriere fiorentino» del 2 settembre 2018.





“Ma quello è il mio pentolino!” Lo tirai subito fuori dal resto degli arnesi. Era un portavivande in smalto azzurro, privo di ruggine e segni.
“Se ne trovano ancora nelle vecchie abitazioni”, disse Rosalba, una delle responsabili del Museo del Carbonaio a Baggio. Ma io non avevo dubbi: era proprio il mio, passato da mia sorella a me, rimasto appeso sopra la stufa per anni nella casa di Torri, e poi scomparso, come tante altre cose, in chissà quale pozzo segreto. Mi aveva aspettato lì, quella sera di luglio, quando ci eravamo ritrovati al Museo per scrivere poesie sugli antichi mestieri dei nostri paesi. La mia era proiettata sul fondo del pentolino e sulla cima del Monte Calvario – non quello che stava a pochi chilometri sopra di noi, quello sigillato nella memoria:



Dentro la casa c’è l’albero
e nell’albero la porta
conduce a un bosco d’impronte.
Una luce di terra e corolla
d’acqua riflessa in una foglia.
Ti conosco dal giorno in cui l’arco era un ramo –
dove andiamo è dove ritorno.
Se respiro il tuo mondo è frescura.
Prenditi cura di me.



Ad agosto si prendevano i pentolini e si saliva al più selvaggio dei boschi in cerca di more e lamponi. Ci inoltravamo nel Prataccio verso l’abetaia e fino alla roccia nuda, affacciata sulla valle. C’erano spiriti attorno – il Masso del Lupo appuntito sulle nostre teste, che bisognava sbrigarsi perché non ci cadesse addosso spalancando la bocca; la casa del pastore, con le lastre del tetto a terra, le pareti sfondate e i lamponi enormi sotto le foglie, che andavano guadagnati fra nubi di moscerini. A volte arrivava il vento e sembrava portare i sospiri di chi aveva dimorato in quella casa, a lungo, ma non più a lungo dei tralci e delle radici che se l’erano ripresa. Sia all’andata che al ritorno il mio pentolino era vuoto, perché finivo a mangiare il contenuto seduta tra le rocce, guardando il mondo di sotto.

Bisogna far attenzione con i ricordi, perché a un certo punto non ci appartengono più: vivono una loro vita disgiunta da ciò che siamo diventati e se riemergono non è per assecondarci, ma per portarci dove vogliono loro, alle loro condizioni.
Erano tre estati che non me ne andavo col cane al bosco, lasciando la popolazione agostana di Torri a ciarlare per le stradine. Di lamponi lassù non se ne trovava più uno. Il sottobosco era stato risucchiato dentro la terra e perfino i rovi si erano arresi e seccati. Che la colpa fosse dei caprioli o dei mutamenti del clima, la gente aveva comunque dimenticato, e i bambini non sapevano niente del succo viola e rosso, dei pentolini.
Così tornai. La prima sera tirai tardi a parlare con mia sorella, che abitava ancora lassù – le dissi della scoperta nel museo, parlammo dei morti, di quelli che erano stati richiamati indietro, per sempre, nel pieno dell’estate. La pelle robusta degli anni cade quando si viaggia nel luogo d’origine: dev’essere per quelle spine che trovano sempre la via al sangue, anche se ci hanno punto molte stagioni prima. Il pomeriggio seguente salii al bosco. Mia sorella era scesa per alcune commissioni cittadine, il cane era troppo vecchio per accompagnarmi: misi un libro e una bottiglia d’acqua dentro lo zaino, e immaginai di avere con me anche il pentolino di smalto. Poi camminai fino al Prataccio, ma non scelsi l’entrata abituale – c’erano alcuni operai che caricavano tronchi sul camion e io non avevo voglia di ricevere occhiate o domande. Entrai invece dal sentiero che va al Monte, quello da cui iniziava la caccia ai lamponi.
“Guarda che ti facciamo passare!”, gridarono quelli, “Non c’è bisogno che ti inerpichi là!”
“Ma io voglio inerpicarmi qua”, dissi sparendo nell’ombra. Pensai che avrei percorso un po’ del sentiero e poi avrei attraversato la boscaglia per andare ai miei vecchi rifugi, senza dovermi imbattere in altri miei simili: sapevo la via come sappiamo il corpo in cui si cresce. Mi fermai davanti a un faggio solitario sulla mia sinistra. È facile riconoscere i faggi, perché hanno gli occhi sulla corteccia. Il suo occhio era all’altezza dei miei e mi guardava. Oltre di lui, in basso, in uno spiazzo illuminato, apparivano i resti di un’altra casa di pietra che non rammentavo. Lasciai il sentiero e andai giù per il pendio, per controllare. In fondo non c’era alcuna rovina e nemmeno lo spiazzo erboso: mi ritrovai invece all’interno di un cerchio di sassi con al centro un altro faggio. Aldilà, tra le felci, vi erano altre rocce, quelle che avevo scambiato per le rovine di una casa. Ero in uno di quei cerchi di cui si legge nelle storie di fate, ma questa fata era lo spirito del Prataccio, era la mia infanzia e allora, pensai, non poteva certo farmi male. Mi arrampicai per dove ero venuta, ma non incontrai il sentiero. Scesi e salii varie volte, memorizzando campanule, funghi, radici, ma non uscivo, giravo intorno. Mi ero smarrita.
“È ridicolo”, bisbigliai, “perdermi proprio qui”. Un animale si mosse accanto a me. Era tutto troppo familiare perché avessi paura e troppo strano perché fossi davvero tranquilla. Andai avanti così per un’ora. Non c’era segnale per il telefono e mi sarei comunque vergognata a chiamare qualcuno. Mi sedetti su un sasso, sbuffai e alzai la testa nella direzione del tramonto: i raggi del sole battevano su una stufa di ghisa, abbandonata oltre la felceta. La raggiunsi, dandomi da sola pacche sulle spalle: ecco la casa del pastore, ecco il grande prato che dava nome al posto. Sulla strada tornò il segnale: un messaggio di mia sorella che mi avvertiva del suo rientro in paese. La chiamai.
“Dove eri finita?”
“Ero su, al Prataccio. Mi è successa un’avventura”.
“Hai incontrato il lupo?”
“No…”, mi misi a ridere, mi prese un po’ di malinconia. “Ho trovato qualcosa”.
“Alberi? Cervi? Spiriti?”
“Lamponi”, dissi.








pubblicato da r.gerace nella rubrica racconti il 14 ottobre 2018