Fabula rasa

Vito M. Bonito



Vito M. Bonito (foto di Dino Ignani)

Con lacerante bellezza Vito M. Bonito ci racconta in poesia la paternità. L’esperienza interiore della paternità. Con lacerante e struggente bellezza: con sublimità. L’esperienza ulteriore e inferiore. Una paternità che è anche, che è già, che è fin dal principio, orfanità.

Il libro dove quest’irreparabile epifania si consuma - si consuma tra l’incanto e lo spavento, e consumandosi si alimenta, e alimentandosi si fa canto - è Fabula rasa, appena uscito con l’editore Oèdipus.

Queste rime storte, come le chiama il suo autore, sono ganci confitti nella notte che il poeta indaga, non smette d’indagare, a occhi rovesciati, a timpani sfondati, con la bocca grondante, scartavetrata.

Queste rime storte e insonni - di squarcio in squarcio, con spiazzante dolcezza e non minore perentorietà, con limpidezza - amplificano e spingono oltre la visione e il grido, la visione che grida, di quella liturgia storpia che è il precedente libro di Bonito, Soffiati via.

a mia figlia - la bambina bianca maria bonito è la dedica che chiude quest’opera unica e radicale dove figlia e padre s’incontrano in una dimensione che non è la vita e non è nemmeno la morte.

Di questa fioritura del sangue, l’ennesima di Bonito, e rendo grazie all’autore per la concessione, pubblico di seguito tre boccioli in esplosione. (JC)

la bambina bianca (IX)

mi ricordo di te
sei il mio papà

tempo è passato
e sempre stai
appeso a una parete

a volte in verità
prendere luce
ti fanno
poi niente più

stai sempre fermo tu
in un foglio di carta
dentro una stanza
senza porte

pure lì
sempre in disparte

*

la luce non la spengo
lo so che hai paura

la bambina bianca (X)

figlia che dal cielo
mi tocchi

la fronte le ossa
gli occhi

donami i sangui
spezzami i denti

da questo presente
io non so come uscire

quel che di me
si muore non so

dammi la mano tremore
l’abisso del vuoto

o almeno
quello del bollitore

*

l’aria il vento l’aria
il vento il vento
l’aria il vento
l’aria

perché questo spavento?

arrenditi
mio caro papà

le rose
le anime esplose
tu le vedi storte
le cose

lascia stare
il vaso si è rotto
fai solo finta
di essere forte

il sangue l’oro il tiqqun

non esiste la vita
e neppure la morte

la bambina bianca (XIII)

cosa usi papà
per illuminare le tenebre?

e dov’è la tua mamma
papà?
dov’è la tua mamma?

figlia sta per tornare
mi vedi che vado
nel fuoco alveare?

*

tu le vedevi le cose bianche
alla tua età?

io di notte sogno
che mi tieni la mano
dall’aldilà

Vito M. Bonito (foto di Dino Ignani)








pubblicato da j.costantino nella rubrica poesia il 30 settembre 2018