Viaggia viaggia, Ceronetti

Jonny Costantino



Guido Ceronetti

Caro Ceronetti,

il 12 settembre ho acquistato un disco e due libri, tutti e tre usati. Diego, il mio amico libraio, mi ha fatto un prezzo stracciato. Il disco, un triplo Verve, è Ella Fitzgerald Sings the Duke Ellington Song Book, un classicone che mi mancava, purtroppo privo di booklet, come avrei verificato a casa, ma con quello che l’ho pagato lamentarmi sarebbe stato quantomeno ingrato. I libri sono Libretto di consolazione di Georg Christoph Lichtenberg — una chicca Rizzoli dell’81, un’antologia curata da Barbara Scriba-Sethe, prefata e annotata da Anacleto Verrecchia — e D.D. Deliri Disarmati — una tua raccolta di racconti del ’93, la prima edizione Einaudi con una sovraccoperta dove spicca un bel collage sulla Creazione di cui l’autore sei tu. Sentivo la mancanza nella mia libreria di questo Supercorallo che avevo preso in biblioteca e letto tra il 2003 e il 2004. Finalmente potevo collocarlo tra Compassioni e disperazioni e N.U.E.D.D. Nuovi Ultimi Esasperati Deliri Disarmati.

Caro Ceronetti,

era il 12 settembre 2018 e l’indomani sei morto.

Caro Ceronetti,

ero di partenza quel giorno, il giorno della tua dipartita, destinazione Tempio Pausania, nella Gallura, per un festival di letteratura alla sua prima edizione, Bookolica. Ho portato con me tre libri. I primi a finire nel trolley sono stati il libricino di Lichtenberg e il già iniziato Il Rovescio e il Diritto di Albert Camus, un Bompiani del ’59. Sul terzo volume ho esitato. Ho lasciato per mezz’ora in ballottaggio mentale i tuoi Deliri e Le intermittenze della morte di José Saramago, la prima edizione Einaudi del 2005. Ho pensato che i tuoi disarmanti raccontini, in regime di rilettura spiluccatoria, sarebbero stati perfetti nelle pause festivaliere. Infine, poiché allo scopo c’erano già gli aforismi di Lichtenberg, ti ho preferito Saramago, per darmi la chance di un’immersione romanzesca qualora si fosse messa male, visto che i festival sono sempre un’incognita e che cinque giorni, inclusi i due di viaggio, possono essere interminabili. Tempi morti però non ce ne sono stati, Bookolica ha esordito a meraviglia, e durante la permanenza isolana ho letto poco niente, appena la prefazione di Verrecchia e una manciata di lampi del grande filosofo adorato da Goethe e Nietzsche, da Tolstoj ed Einstein. Tuttavia, non averti avuto lì con me — averti lasciato a casa già spogliato della sovraccoperta che il viaggio avrebbe sciupato — mi ha addolorato.

Caro Ceronetti,

sono stato con te di recente. A giugno ho letto il Messia, raccolta del 2017 di vecchie e nuove poesie e di testi altrui in gran parte tradotti da te, dove il tema che accorpa è appunto il Messia. Tra i brani che hai tradotto ne riporto due di un secolo fa, uno di Franz Kafka e uno di Léon Bloy, due brani chiave per la visione messianica che affiora dal libro. Quaderni in ottavo (1917): «Il Messia verrà soltanto quando non ci sarà più bisogno di lui, arriverà solo un giorno dopo il proprio arrivo, non arriverà all’ultimo giorno, ma dopo l’ultimo». Meditazioni di un solitario (1916): «Non sarà probabilmente altro che un riflesso della Gloria in una cloaca, ma un riflesso così terribile che le montagne avranno il timore di esserne dissolte».

Caro Ceronetti,

ti chiedo: tu, alimentatore di fertilissime e illuminanti disperazioni, cos’hai mai da sperare nella venuta del Messia, ovvero nel palesarsi dello «Stupore incarnato», come lo chiama Léon Bloy? Tu mi rispondi nel testo introduttivo: «Pensare messianicamente, sia pure con una forzatura malinconica, trattiene la mente dal precipitare nell’incretinimento generale (misteriosamente, temo, pianificato)». Mi rispondi eccome: «Pensare il Messia è soffrire per qualcosa che vale perché ci oltrepassa, per qualcosa che dai confini della carne scruta il Deserto dei Tartari che avviluppa, mare ignoto, mantenendole disperatamente vigili, le possibilità umane». Mi rispondi, correggendomi, che non si tratta di sperare, si tratta di attendere, si tratta di un attendere che è sinonimo di sognare a occhi aperti, come ci ha insegnato il Beckett di Aspettando Godot, l’unico libro di cui innesti due estratti, e affermi come scolpissi nella pietra: «La morte dell’attesa, morire all’attesa, è il peggior morire».

Caro Ceronetti,

torno al fatidico 13. Decollato da Bologna alle ore 16:05, atterro ad Alghero alle 17:35. Disattivo la modalità “uso in aereo” e mi ritrovo un whatsapp delle ore 17:09 speditomi di Domenico Brancale, che mi raggiungerà l’indomani a Tempio Pausania. Ecco il testo: «Frère, è morto Ceronetti». Così ho appreso che avevi sbaraccato. Te ne sei andato nella piena consapevolezza del viaggio che stavi per intraprendere. Niente discariche ospedaliere. Hai atteso sopra le molle del tuo materasso che Nessuno bussasse alla porta. Hai imboccato la via d’uscita fedele alle tue scelte di vita e di pensiero. La tua estrema unzione è stata un battesimo perché la morte è un battesimo, il battesimo dell’ignoto. Pronto a levare le tende, ti sei fatto somministrare il Consolamentum, il rito battesimale dei Catari, gli eretici celibi, vegetariani e viaggiatori. Che occhi aveva il messia che non è apparso?

Caro Ceronetti,

lo dico a beneficio dei profani, la cerimonia in punto di morte del Consolamentum prevede l’imposizione delle mani e storicamente contempla fenomeni di estasi e glossolalia, ovvero l’esprimersi in una lingua ignota a chi parla, in un linguaggio mistico sconosciuto che nel Novecento ha trovato la sua più celebre declinazione artistica nelle sperimentazioni di Antonin Artaud. C’è stato un tempo in cui il Consolamentum era considerato un rito stregonesco. Come tale, veniva celebrato in segreto e punito dalla Chiesa con la morte. E dunque, mio caro cantatore scapigliato, ammesso che in un’altra lingua tu sia stato battezzato: laddove ti trovi, se in qualche sembiante ti sei ritrovato, qualcuno o qualcosa ti ha svelato da quale lingua misteriosa e misterica sei stato toccato, quale lingua attraverso di te ha parlato se in quel momento apicale ne sei stato contagiato?

Arnold Böcklin, "Autoritratto con la morte che suona il violino" (1872)

Caro Ceronetti,

il 22 agosto hai compiuto 91 anni. Nel giugno 2015, il giorno della festa della Repubblica, in prossimità dei tuoi 88, da qui, dal Primo amore, ti manifestavo la mia inossidabile stima pubblicando cinque lacrime del tuo pensiero occhiato estratte dal delizioso L’occhio del barbagianni, uscito l’anno precedente.

Caro Ceronetti,

poco dopo la tua morte, alle ore 12:11 Lorenzo Caroleo mi aveva mandato un whatsapp con un link del quale avevo rinviato il click, in affanno com’ero con i preparativi per la partenza. Ho appreso di cosa si trattasse soltanto in terra sarda. Dopo aver letto il messaggio di Domenico, ho appreso che Lorenzo, col suo proverbiale tempismo, mi aveva mandato quello che in gergo giornalistico viene chiamato coccodrillo: «Morto Guido Ceronetti, lo scrittore prestato al teatro». Lorenzo, che al ginnasio mi ha iniziato alla musica classica, Lorenzo che è l’ispiratore e il protagonista del primo romanzo di Alessandro Fusacchia, scrittore e parlamentare utopista, Lorenzo che oggi compra e vende immobili milionari, Lorenzo che è più impegnato di un uomo con una gamba sola a una gara di calci in culo (come una volta sentii dire a un’amica che citava Foster Wallace, e non ho mai verificato quanto fedelmente), Lorenzo sa che ogni tanto mi distraggo dalle cose del mondo e non ha perso la premura fraterna di segnalarmi, con conoscenza quasi trentennale del suo pollo, quel che semplicemente non posso ignorare.

Caro Ceronetti,

Lorenzo e Domenico non mi stavano semplicemente comunicando che era morto uno dei maggiori scrittori viventi. Lorenzo e Domenico, al corrente della mia ventennale passione per la tua scrittura, mi stavano comunicando: è morto il tuo Ceronetti.

Caro Ceronetti,

ho mancato l’appuntamento con te e non puoi immaginare quanto me ne rammarichi. Non mi sono presentato per tempo. Nel primo lustro degli anni Duemila c’erano condizioni favorevoli per via di una conoscenza comune, una donna, che avrebbe fatto da lubrificante tra noi, ma ho perso il giro. Enorme è il rammarico di non aver stretto la tua mano nodosa, di non aver cercato nei tuoi occhi arguti le saette di una mente indagante fino all’ultimo istante, di non aver assistito dal vivo ai fuochi della tua lingua pirotecnica e giobbeggiante, agli scatti del tuo temperamento ascetico e lussurioso, della tua anima lussureggiante.

Caro Ceronetti,

pochi come te, almeno per me, hanno incarnato in scrittura la fusione di due tensioni estreme: la tensione linguistica e la tensione spirituale.

Caro Ceronetti,

nel 2004 scrissi un saggio, frutto di almeno un semestre trascorso in tua quasi esclusiva compagnia, un saggio dal titolo Mentre moriamo. L’apocalisse cieca di Guido Ceronetti. Apparve in un volume a più voci edito da Carocci, La sfida della letteratura. Scrittori e poteri nell’Italia del Novecento. Apparve in un periodo in cui gli scritti di un certo respiro su di te scarseggiavano, come imparai indagandoti e leggendoli. Era ampia la rosa di scrittori a mia disposizione, ma non ho avuto nessuna esitazione nello sceglierti. Vicende personali che tralascio provocarono la mia disaffezione per questo progetto editoriale e alla fine non ho mai saputo se l’editore o il curatore ti abbiano fatto avere il libro come avrebbero dovuto fare, tanto più che eri uno dei pochi scrittori in vita tra quelli affrontati. Ti è mai stato spedito? Lo hai mai letto, sbirciato? Resterò con questo dubbio che è anche un cruccio, salvo colpi di scena postumi. Magari qualcuno un giorno mi restituirà un tuo commento, una battuta, una smorfia. So attendere.

Caro Ceronetti,

un saggio strano, questo mio su di te, 16 pagine e 102 note. Oggi lo scriverei diversamente. Ma resto fedele alla sostanza, alle perle che ho estratto dal tuo corpus letterario e incastonato in blocchetti di prosa dove ho provato a restituire per lampi qualcosinainaina del tuo rapporto con la scrittura e con la pittura e a monte con la visione (la visione urticante che aborre il pensiero incasellante), con la cecaggine del potere e con l’ultravista dell’arte (l’ultravista che protegge il fuoco e accende la vita).

Odillon Redon, "Spirito guardiano delle acque" (1878)

Caro Ceronetti,

chissà se hai letto Mentre moriamo e come l’hai letto e sei vi hai trovato qualcosa di buono e dove hai rilevato il peggio. Ciò su cui sono pronto a scommettere è che un fondamentalista vegetariano come te avrebbe quanto meno storto il muso al pensiero di essere stato saggiato da un onnivoro impenitente — ma tu diresti un mangiatore di carogne e me lo tengo — come me.

Caro Ceronetti,

non hai forse detto, dolcemente ma fermamente, che la tua strada non si sarebbe incrociata con quella di un mangiabestie? Non hai associato il carnivorismo alla durezza di cuore? Non giudichi i carnivori dei mancanti senza rimedio? Non è tua la frase: «Il bambino avido di carne è un albero di morte»? Emil Cioran, il nostro Cioran che al tuo cospetto si sentiva un cannibale, in uno dei suoi eccelsi esercizi di ammirazione ha schizzato alla perfezione il tuo fanatismo alimentare, scrivendo che i tuoi dogmi su cosa e come mangiare sono tali da far apparire i manuali di ascesi «incitazioni all’ingordigia e alla dissolutezza» e commentando: «Non mangiare come gli altri è più grave che non pensare come gli altri». Già, c’è proprio da temerti, fosse solo per il modo in cui pensi il mangiare.

Caro Ceronetti,

a dividerci c’è anche l’affaire Francis Bacon, che io colloco nella prima linea dei giganti novecenteschi. Hai scritto nel 1985, in Albergo Italia: «Se c’è un artista abiettamente misantropo, tra i contemporanei, è Francis Bacon: la sua pitturaccia ignobile rivela soltanto un ribrezzo volgare dell’essere umano, il disprezzo di uno spirito inferiore. Alla larga da questo latrinario». È stato il tuo orrore per la carne macellata a determinare il rifiuto radicale di Francis Bacon.

Caro Ceronetti,

è da escludere che il nostro incontro avrebbe preso una piega conviviale, e non che non me la sarei goduta, essendo nel mio piccolo uno che sa apprezzare gli ortaggi e i cereali, il chilometro zero e l’integrale, gli odori e il buon vino. Ma come vincere la tua diffidenza? Hai scritto nel Silenzio del corpo, uno dei tuoi vertici, con la tua solita morbidezza: «Non bisogna avere che relazioni superficiali con chi respinge agli e cipolle, perché si tratta di caratteri deboli, incapaci di profondità». Ebbene, ti avrei dimostrato la mia profondità sgranocchiando una cipolla di Tropea come una susina e mandando giù spicchi d’aglio come pistacchi. Ma come indurti a sorvolare sulle impurità e sui residui psichici di dolore animale che avresti sentito scorrere nell’organismo di uno, come se non bastasse, nemmeno disposto a rinnegare certe immonde (a tuo dire) voracità? Un bel cul de sac per il tuo vizioso estimatore.

Caro Ceronetti,

non fraintendermi però. Non sono così vigliacco. Non sono così vigliacco da cercare una scusa. Da pensare che sia stato un bene mancare l’appuntamento. L’appuntamento con qualcuno alla cui ferita mi sono abbeverato. Averti lisciato è stata una catastrofe e basta. Ma non voglio impietosirti, l’ho interiorizzata, questa catastrofe, ne colleziono diverse. Ancora una volta ha ragione Cioran, lo squartatore misericordioso ha ragione da vendere quando afferma pensando proprio a te: «Non bisogna mai fuggire un misantropo».

Caro Ceronetti,

nonostante le divergenze, su qualcosa di essenziale ci saremmo intesi, ci scommetto la mia copia stremata di un libro che concordiamo essere l’apice evisceratorio del crudele Novecento, Viaggio al termine della notte. Qualcosa di essenziale oltre Céline, connesso però ai sentimenti e ai convincimenti che ci conducono amorosamente a Céline, alle visioni folgoranti di Céline, nonostante gli abbagli di Céline. Qualcosa di essenziale: la rimozione del macello è una grave forma di occlusione morale. Sono d’accordo con te: il mattatoio è la nostra ombra. Dovremmo avere il macello sempre sotto gli occhi, nel cuore e nel cervello. Tutti i macelli. I macelli di ogni genere e tipo. Quelli fisici, innanzitutto, e tra i fisici metto i tecnologici, e gli immateriali. Intorno a noi è quasi tutto un macello che ha i tratti e i colori di un acquarello di Hitler.

Caro Ceronetti,

se avessi avuto la chance di venirti a trovare a Cetona, dove sei conosciuto come il Vate, avrei portato con me un libro di poesia, Macello di Ivano Ferrari. Di vista lo conosci di sicuro, questo abbacinante siluro, è apparso nella collana bianca di Einaudi, dove sono uscite anche le tue poesie, le tue tenerezze, le tue trafitture. Ti avrei chiesto se l’hai letto e, se la risposta fosse stata negativa, lo avrei tirato fuori come un coltello a scatto, ti avrei messo in mano questo libro tutto lama. Con soddisfazione, ti avrei fatto dono di questo straziante e bellissimo viaggio nell’umano attraverso la profanazione animale, di questa apocalisse beccaia che inizia così:

Lo stanzino in fondo allo spogliatoio
è detto delle seghe
affisse a tre pareti foto di donne
dalla vagina glabra
nell’altra il manifesto di un vacca
che svela con differenti colori
i suoi tagli prelibati.

Gustave Courbet, "Il cacciatore tedesco" (dettaglio, 1859)

Caro Ceronetti,

chissà se queste mie parole ti stanno raggiungendo davvero, se qualcosa di te sta pulsando ricettivo in un chissà quanto remoto aldilà.

Caro Ceronetti,

una volta, in uno dei tuoi pensieri del tè, hai scritto: «L’uomo è un’anima che si trascina un cadavere». Adesso non hai più zavorra, fardello di marcescenza carnale, almeno secondo i tuoi calcoli. Dovresti essere tutto anima, se la tua anima non è sfiatata nel niente, se una folata infera non l’ha dispersa insieme ai granelli di soma. Se invece ricevi queste mie parole riformato in una forma che si approssima a un corpo, l’augurio migliore che io possa rivolgerti è che ci siano mani di donna a prendersi cura della tua irradiante materia. Mani di donne dalle fattezze corporali e spirituali delle donne del tuo venerato e vulnerato Egon Schiele. Ti auguro incessate carezze, a ristorare le tue articolazioni provate dall’artrosi. Ti auguro, quale musica di sottofondo, sussurri di gineceo, a ungere come balsamo i neuroni che in vita hai votato al tragico e al sublime e all’impossibile.

Egon Schiele, "Nudo" (1918)

Caro Ceronetti,

io ti saluto. Ti saluto, disintegrato scriba contemporaneo, mirifico rovinologo, satiro malinconico e satireggiante, smascheratore di attentati all’anima, pestigrafo che snudando rivela.

Caro Ceronetti,

ti saluto con gratitudine e ti custodisco nello scrigno del cuoremente. Ti custodisco con l’amore lucido e incondizionato di chi non s’è illuso che lo avresti ricambiato.

Guido Ceronetti








pubblicato da j.costantino nella rubrica libri il 22 settembre 2018