Omaggio a Savina Dolores Massa

Antonio Moresco



In Sardegna, antica perla e onore del nostro sventurato Paese, isolata nella sua casa con i suoi animali, c’è una persona che scrive così:

Per assassinarvi

Vi concedo le mie natiche impudiche
le cosce scarne
le posture maschili e
quelle di grazie ruffiane
di femmina che non è madre
e vale meno delle altre
io
mi umilio in libidini immacolate
dubbi fecondi
che tengo in grembo
feti
a morire di cancrena imporporata
e niente è indolore
non la mia disperata virilità
che celo sotto tre palmi di polvere
e la mediocrità
di quando mi accontento
e la superbia
di quando odio davvero
e il sangue
che sgrida le ossa per il chiasso
io
mostro il sesso
ai ciechi che hanno paura di toccarlo
ma accendo
labirinti di immaginazioni
senza uscite
e senza ansie d’amore
vendo i succhi del mio corpo
a creature simili ad un quarto di luna
come chi
ha una vecchiaia di venti anni
o un’allegria di antica quercia
io
mangio pane e zucchero
accanto a morti di cirrosi
e che non mi si biasimino le passioni
io
sono una
che ama le parole barocche
con la crudezza giusta
per assassinarvi. La creazione di me

Ma ti baciò almeno?
Non te l’ho mai chiesto e adesso,
Ma ti baciò almeno?, che insania pensarci.
Ma ti baciò, almeno, almeno
a pochi salti dal Natale?
Fu notte lunga o una veste appena scostata
da fiato ebbro di uva pestata?
Ti ha baciata! Dimmelo, o fu silenzio di mosse scomposte
Un gemito un voltarsi un ripulirsi
accanito
un pianto un sonno un lenzuolo
le impronte
di respiri soli, o provasti a pisciarmi alla terra?

Provasti
a pisciarmi
alla terra

raschiando la rosa
pur sempre fiore
perfino in dicembre. Seta rotonda

E allora mangeremo fiordangelo
e venderemo i gioielli degli amori
come fece Bellanna del fortino sul fiume,
la ricordate?, la puttana musa dei pittori,
dei mezzadri, degli avvocati mascherati da ladri
non si sapesse in giro che godevano
a saccheggiare la femmina delle malinconie.
Se straripava il fiume la donna affacciata al ponte
chiamava i pesci per compagnia,
afferrava alle corna i naufragi delle vacche
per raccontare loro i suoi aborti di maggio,
…di una cagna perduta tra sterco di cavallo…
quanto l’aveva pianta
non vista dalla nonna paralitica alle gambe
che fracassava sedie
chiedendo vino, cioccolata americana
e seta rotonda dal cielo
caduta a un aereo.
La ricordate, Bellanna?
Era quella che nei carnevale si pitturava la faccia
con gli avanzi del fuoco e il piumaggio
del gufo coinquilino
odiato uccellaccio sveglio nel buio a spiarle gli amplessi
i piaceri affogati nella fogna sgualdrina
ma che squittisca che squittisca la donna pagata per farlo
che illuda ancora la spinta canuta del fallo.
Solo a carnevale si pitturava riflessa nel fiume
i fritti lontani, la bolgia incoriandolata,
ogni donna puttana in famiglia.
Lei sola aspettava
l’unico orgasmo dell’anno:
tre colpi di tuono
e il piovasco. Agosto finendo

Frusciano scirocchi bastardi
e maestrali orfani di madre a tre mesi
finendo agosto
in principio d’arancio.
Spostati dai venti
I cieli di Norvegia sulle Antille, delle Antille su Mosca,
di Kabul sull’Andalusia, di Seattle sui ciliegi di Pechino. Foglie

annuvolate dagli incensi di una Istambul disorientata
stesa su un drappo d’ambra
il volto su un cuscino
la nuca sotto una stella di cartone casa di emù guardiano
di occhi di lampàre

immaginare

il viaggio delle stagioni in una stanza
della terra bruna e smossa, pensieri di spighe, mulinelli di grano,

ruggine di campane.

Arrossiscono le gonne delle donne quando un uomo offre loro
il ventaglio che desiderarono dopo una vendemmia. Dopo un caldo. La bugia di un cortile

Ho nascosto le vesti del mio bambino
sotto la terra della felce in un cortile
ho appeso le sue mani
sulla foglia più verde del limone
ho voluto i suoi occhi
nel nido disordinato della tortora
ho lasciato il suo sangue a seccarsi
sul brio della ginestra al vento.

So che è lì
solitario e assente
ad immaginarsi il circo dei pagliacci
delle tigri albine
e di un acrobata
che tenta ogni giorno
inutilmente
di morire.

È lì
la sera
ad innamorarsi di donne
dalle lunghe gonne a fiori
e anelli con pietre di vetro
e desideri ancora da venire
cammina
sorpreso di non temere
strade in cui giocano gli illusi
e i cattivi sonnambuli.

Qualche volta mi incontra
mentre aggiungo terra alla felce
poto il limone
scaccio le tortore
e urlo malasorte ai germogli di ginestra.
Si nasconde curioso
negli angoli scuri
vorrebbe domandarmi se so
dove giace il suo cuore.

Mai gli dirò
che l’ho gettato in mare
assieme al mio. Da vecchia

Avrò unghie di latte
su pelle d’acqua arrugginita
e anelli ad appesantirmi le mani
per vietarmi carezze
a capelli di giovani uomini per strada

sarò muta
perché la mia lingua
non sembri la nostalgia in versi
di una puttana triste senza letti

non sarò costretta
perché non ci sarà
a temere che una me stessa clonata
si annodi tra matasse cenciose
di dubbi irrisolvibili

non crollerò
in uno spavento da vedova
perché non sarò mai stata moglie.

Non ci saranno notai a cui dettare
il niente che potrò lasciare:
il meglio e il peggio di me è già spartito
tra il corto esistere delle spighe verdi del Sinis
sopra le sagome irriproducibili
che disegna il quarzo della mia spiaggia
tra i candori scuri
degli schiavi nelle miniere abbandonate
nella cataratta che scheggia cristalli
e ricordi
di tanti uomini seduti sugli orli della vita
in fondo allo stupore
di ogni toro ammazzato per gioco
ma pure
in tutta la carne inerme
che con indifferenza ho mangiato
ubriacando l’intenzione di essere migliore
con vini di sangue non cucinato

nel rancore che conserverò sino alla fine
verso chi ha deciso
che non ero donna all’altezza d’essere madre
e manda piccole suore a giocare girotondi
moribondi
tra magrezze di giraffe e di bambini filiformi.

Avrò labbra sbavate di rosso acceso
per ricordare agli ospiti
che ogni parola che vorranno sentirsi dire
si trova solo all’inizio del mio inferno.

(Queste indifese e alate poesie sono tratte da un libro della scrittrice e poetessa Savina Dolores Massa edito nel 2017 da Il Maestrale e intitolato Per assassinarvi. Piacere, siamo spettri.)








pubblicato da j.costantino nella rubrica poesia il 20 settembre 2018