«Siri, sono triste». L’amore secondo Giorgio Biferali

Tiziano Scarpa



Questi sono gli appunti che ho preso per dialogare con Giorgio Biferali alla presentazione del suo romanzo, L’amore a vent’anni, che abbiamo fatto venerdì 7 settembre alla libreria MarcoPolo di Venezia, nella bellissima sede della Giudecca.


L’attenzione di chi non sa

L’amore a vent’anni: bisogna prendere alla lettera questo titolo; “vent’anni” non nel senso generico di “sotto i trenta”, ma proprio nel senso di vent’anni di numero: certo, a quell’età l’adolescenza è alle spalle, ma si sono viste e fatte ancora troppo poche cose per potersi dire pienamente adulti.

Il protagonista, che è anche il narratore di questa storia, ha poco più di vent’anni; si chiama Giulio, vive con i suoi, sta facendo l’università, è il più piccolo di tre fratelli (gli altri due sono andati fuori di casa), ha poca esperienza della vita e si ritrova inerme e sopraffatto dal suo primo grande amore.

L’amore lui lo deve per così dire inventare da zero; per capirlo, per capire che cosa gli sta succedendo, usa quello che ha a disposizione: spesso sono ricordi di piccole infatuazioni adolescenziali, o confronti con quello che succede ai suoi amici. Sfrutta il suo posto di osservazione, la famiglia, che gli mostra da vicino come funziona una coppia, quella dei suoi genitori; che però non stanno di certo vivendo la fase che ha travolto lui, l’innamoramento.

Insomma, l’attenzione – perché questo è un romanzo sull’attenzione, un’attenzione minuziosa, vorace, che capta qualsiasi cosa – è fondamentale per il protagonista.

Forse Giorgio Biferali ha scelto questa situazione (il primo grande innamoramento di una persona che ne sa poco d’amore e che deve chiedere aiuto a tutti i dettagli del passato e del presente per affrontare questo grande sconvolgimento) perché l’apprensione di Giulio gli dava l’opportunità, come scrittore, di fare attenzione a tutti i dettagli del mondo. I dettagli e gli indizi

Più ci penso, più mi convinco che i romanzi polizieschi e i noir – ma soprattutto i gialli tradizionali, in cui si tratta di scoprire l’assassino – sono un geniale espediente per rendere interessanti quelle che sono considerate le parti più inerti dei romanzi: le descrizioni. Si dice che i lettori di romanzi tendano a saltarle. Ma nei romanzi gialli no, bisogna intensificare l’attenzione, perché in ogni descrizione ci potrebbe essere un indizio decisivo per capire chi è stato.

Nel romanzo di Giorgio Biferali, il protagonista è un accumulatore di dettagli: ma è quasi sempre ignaro che siano indizi. Credeva di stare attento al mondo, ma non si era accorto della cosa più importante, la più grave. Che non posso svelare perché è il colpo di scena che arriva, come un boato, a sette pagine dalla fine. Le virgole e le liste

Le caratteristiche formali principali di questo romanzo sono due: la punteggiatura ridotta alla sua forma elementare (solo virgole e punti) e le liste. Di queste ultime io ne ho contate più di cinquanta, ma credo che siano anche di più.

Va precisato che le liste fatte dal protagonista sono non solo di nomi, di oggetti, ma anche di gesti, di verbi, di ricordi, di frasi: come nel capitolo iniziale, fatto quasi interamente delle risposte che il giovane avrebbe potuto o voluto dare a suo padre, mentre sta partendo da Roma, alla domanda “Che cosa ti mancherà”. Ecco l’incipit:

«Mi mancherà fare colazione con te il sabato mattina, i nostri silenzi, come mi guardavi quando non potevo vederti, mi mancheranno le cose che non ci siamo detti, mi mancherà perdonarti» (la lista di “mi mancherà” occupa quasi tre pagine).

Le due cose (punteggiatura elementare e liste), apparentemente indipendenti, credo invece che siano in rapporto fra loro: infatti, tendono a mettere sullo stesso piano cose eterogenee: non c’è gerarchia. La punteggiatura variegata e complessa, quella che usa due punti, punti e virgola, trattini, parentesi, è un modo di evidenziare le gerarchie sintattiche, di architettare la struttura della frase: ma se tutto è appianato dalle virgole, non c’è più chi sta sopra e chi sta sotto, cosa viene prima e cosa dopo. E le liste accumulate con delle semplici virgole, di conseguenza, offrono delle serie di cose che vengono raccolte e messe in serbo tutte quante, in assenza di una capacità di selezione.

È anche questa, mi sembra, una rappresentazione della situazione di un protagonista che non ha a disposizione gli strumenti conoscitivi e morali, non ha ancora l’esperienza per decidere che cosa conta, che cosa vale di più, che cosa è importante e cosa no: e quindi per il momento prende tutto, nota e annota tutto, magari per fare ordine in un secondo momento. Siri, whatsapp, instagram, tinder

Questo romanzo mi ha fatto pensare alla poetica di Del Giudice, e per certi versi anche a quella di Roberto Ferrucci, o di altri scrittori, americani e non solo, come Nicholson Baker; ma, a ben vedere, appartiene a tutti i romanzieri realisti, da Flaubert a Jonathan Franzen. Parlo della poetica dell’attenzione alla tecnologia della propria epoca, alla situazione tecnologica così com’è nel momento in cui accade la storia che si racconta.

L’amore a vent’anni è pieno di whatsapp, di instagram, di tinder, di Siri, di cose ormai appartengono al paesaggio consueto, vengono date per scontate, mentre fra pochi anni probabilmente ci sembreranno obsolete; sono parte dello spirito del tempo, direi.

Qualche esempio: «Ho sentito il suono del forno a microonde quando il piatto è pronto, che ormai per noi, per tutti, era il suono di un messaggio di whatsapp»; «vedevo le spunte di whatsapp che diventavano blu, lei che diventava online per un attimo e poi scompariva, senza scrivermi nulla». O i dialoghi con Siri, l’assistente automatica dell’iPhone. Oppure questo passaggio umoristico, forse il più rappresentativo di tutti, perché mette in scena anche il divario digitale fra le generazioni:

«Quella sera Eric era un po’ brillo, rideva per qualsiasi cosa. Aveva invitato anche Laura. Che bella che è questa ragazza, dove l’hai conosciuta?, gli aveva chiesto mia nonna, e lui aveva risposto tinder. Tinder?, aveva detto lei, e cos’è? È una città olandese, nonna, avevo detto io.»

E ci sono tecnicalità iperspecifiche: sempre riguardo a tinder, si descrive il superlike, cioè la possibilità di dare un unico “mi piaci” (anzi “mi superpiaci”) a qualcuno, solo una volta, a una persona soltanto. Sono particolari che vengono descritti e spiegati; anche il lettore che non conosce questi meccanismi è aiutato a capire di che cosa si sta parlando. Innamorati dei dispositivi

La menzione di oggetti tecnologici e applicazioni aggiornate mi offre uno spunto per un’interpretazione più ampia. Mi sembra che si possa entrare in empatia con Giulio, il protagonista – oltre che ricordandoci le incertezze che ci provocò il nostro primo grande amore, intorno ai vent’anni – anche sentendoci, come lui, altrettanto a corto di esperienza nei confronti di un altro grande amore, un innamoramento che stiamo vivendo adesso, e che siamo assolutamente impreparati ad affrontare, per mancanza di esperienza di vita e di precedenti storici.

Mi riferisco proprio alle continue innovazioni applicative dei dispositivi informatici, smartphone e non solo, che causano cambiamenti interiori e esteriori, psichici e affettivi, di stati d’animo e di comportamento con gli altri; nuovi modi di impostare le relazioni, di gestirle; non solo quelle paritarie, ma anche quelle di potere (basta pensare al fatto ormai banale che qualunque evento può essere ripreso in diretta; un reato può essere colto in flagrante e documentato da chiunque passi di là per caso; si può denunciare o addirittura ricattare una persona senza bisogno di chissà quali spie o cimici elettroniche, è sufficiente registrare una conversazione col telefonino; ecc.).

In questi decenni si è avviata una violenta storia d’amore con i dispositivi.

Siamo ancora nella fase di innamoramento. Non sono d’accordo con il ridimensionamento con cui lo liquidavano Alex Williams e Nick Srnicek cinque anni fa, nel Manifesto accelerazionista del 2013, in cui parlavano di «tecnologie potenzialmente rivoluzionarie, ma in un’epoca in cui l’unica cosa che si sviluppa è un armamentario di gadget di consumo con miglioramenti secondari». I “prodotti di base” (computer e telefoni portatili) saranno pure gli stessi ormai da vent’anni, ma ciò che di nuovo hanno imparato a fare e, di conseguenza, ciò che spingono anche noi a fare, non è certo secondario. Ha stravolto i rapporti umani, l’informazione, la politica, il modo di stare al mondo…

Aveva ragione Mario Perniola quando parlava profeticamente – negli anni Novanta – di sex appeal dell’inorganico, solo che oggi risulta chiaro che quella attrazione sensuale, quella dipendenza affettiva ed erotica verso i dispositivi non riguarda le forme esteriori degli oggetti di design, ma l’irresistibile richiamo delle loro applicazioni, delle app, dei software, delle funzioni che si possono innervare nella propria vita interiore e in quella di relazione e di potere. Oggi chiunque, con poche centinaia di euro, si trova in tasca uno strumento che avrebbe fatto invidia a James Bond o a un agente segreto anche solo pochi anni fa.

Siamo innamorati del nostro smartphone, del tablet, degli schermi dei computer, ma non sappiamo ancora bene come venire a capo di questo amore totalizzante, sconvolgente, davvero sublime; sublime nel senso che dà all’aggettivo la filosofia dell’arte: cioè, contemporaneamente, bello e spaventoso. In questo assomigliamo a Giulio, ventenne inerme e privo di preparazione, senza esperienza, senza criteri selettivi per far fronte allo sconvolgimento dell’amore. Congedo dall’amore

Questo romanzo è romantico. Mi sembra giusto che venga citato in esergo Boris Vian, in particolare La schiuma dei giorni, il più romantico dei romanzi d’amore novecenteschi, così utopico da trasformare la realtà in un mondo surreale. Mentre lo leggevo pensavo anche a certi slanci di Truffaut; e infatti Giorgio Biferali, che è molto consapevole, prontamente lo fa citare dai suoi personaggi.

Ma il romanzo – c’è lo ha insegnato René Girard – non è romantico. Non racconta un desiderio diretto, spontaneo, sorgivo, “autentico”, ma un desiderio mediato, indiretto, “copiato”: il desiderio altrui, che abbiamo fatto nostro per imitazione, per emulazione; il desiderio inventato da qualcun altro che ci appare più potente di noi: desidero ciò che vuole il mio rivale; desidero i suoi beni, la sua donna o il suo uomo; desidero quello che desidera la maggioranza; desidero ciò che mi detta la mentalità del mio tempo: il successo, i soldi… Il romanzo è competitivo, è invidioso, è meschino: è Il rosso e il nero di Stendhal.

Perciò mi sembra che L’amore a vent’anni si possa davvero definire un romanzo di formazione, proprio perché racconta il passaggio dal romantico al competitivo, dall’ideale al meschino: è il percorso di questa storia d’amore, fino all’amarissima rivelazione finale. Dalle aspettative totalizzanti dei figli alla scoperta del cinismo strategico e ipocrita dei padri. Da Boris Vian a Stendhal…


Giorgio Biferali, L’amore a vent’anni, Tunué, 188 pagine, 14 euro.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 12 settembre 2018