“Dove mi trovo” di Jhumpa Lahiri

Andrea Bajani



“Se non sei la persona libera che vorresti essere devi trovare un posto per dire la verità su tutto questo. […] Puoi sussurrarlo dentro un pozzo. Puoi scrivere una lettera e chiuderla in un cassetto. […] Il punto non è trovare un lettore, il punto è esattamente dirlo”. Per la poetessa americana Anne Carson, questa è la definizione del Candore. Non conta il pubblico, non richiede complici e tanto meno applausi. Forse non li vuole. Ha a che fare piuttosto con una sorta di fisiologia dell’espressione. È una specie di matassa che si produce nella pancia, aggiunge, e che a un certo punto chiede di essere tessuta.

Dove mi trovo, di Jhumpa Lahiri (Guanda, pp. 169, € 15,00) è l’espressione più compiuta del candore per come lo intende Anne Carson, ovvero una forza imprescindibile che trova la sua forma. Il dato molto interessante, e per certi versi strabiliante, è che l’autrice americana Premio Pulitzer per L’interprete dei malanni, la trovi al suo apice di intensità e di forza in un’altra lingua, l’italiano. Dopo In altre parole, diario e riflessione sulla vita tra due idiomi, Dove mi trovo è il suo secondo libro, ma il primo narrativo, nella nostra lingua.

Più che un romanzo, è una sorta di diario dello sguardo fatto in forma di mosaico. Le tessere di cui è composto sono quarantasei e sono, di base, della autolocalizzazioni. Si tratta di brevi capitoli, di lunghezza variabile tra una e tre pagine, i cui titoli sono in fondo delle risposte a quello scritto in copertina: “Sul marciapiede”, “Per strada”, “Sul balcone”, “In piscina”, “Dall’estetista”, “A letto”, e così via. Tra questi, due vengono replicati (“Per strada” e “Tra sé e sé”), gli altri restano episodici. Il punto in cui mi trovo, dice questo libro, è il mio angolo prospettivo. Scrivere è assumersi la responsabilità di uno sguardo.

Di chi racconta si sa poco. È una donna senza nome, un’insegnante a cui capita di viaggiare per congressi e conferenze. Vive in una città grande, non nominata, che in estate si svuota, come tante. Ha una quotidianità di abitudini e botteghe, e una vita sentimentale poco strutturata, con un’unica storia seria già archiviata nel passato (“Inevitabilmente mi imbatto nel mio ex compagno, l’unico significativo, che ho frequentato per cinque anni della mia vita. Quando lo vedo e lo saluto mi stupisco di essere stata innamorata di lui”).

Rimasta complessivamente sola, ha fatto della solitudine una condizione, non necessariamente quella che si sarebbe scelta se ne avesse avuto l’occasione: “Fare la solitaria è diventato il mio mestiere. Si tratta di una disciplina, cerco di perfezionarla eppure ne patisco, per quanto sia abituata mi sconforta”. Ha un’infanzia con poche note positive e due genitori distanti tra di loro, di cui uno, il padre, già morto al momento della narrazione; a un certo punto ha sentito l’esigenza di sbrogliare la matassa esistenziale con un’analista, ma poi se l’è tenuta come una cosa tra le cose, come una specie di destino.

Il candore, la potenza, che Jhumpa Lahiri raggiunge in questo testo fa venire in mente Luigi Di Ruscio, il grande poeta marchigiano emigrato a Oslo in giovinezza, lì scomparso nel 2011, e autore di un’opera tra le più sbalorditive nella letteratura italiana del secondo Novecento. Pur vivendo la maggior parte della sua esistenza in Norvegia, sposato a una donna norvegese, Di Ruscio non smise mai di usare l’italiano, lingua che, in famiglia, era l’unico a parlare. Solo scrivendo in un idioma che sua moglie non poteva capire, diceva, si sentiva libero di andare fino in fondo, di non fare compromessi.

Scrivere – questo ci ha insegnato l’autore di La neve nera di Oslo – è quell’atto di radicale libertà che si può compiere soltanto nella lingua che non è dei propri cari. L’italiano per Jhumpa Lahiri è la lingua della libertà, è scrittura assoluta: non avviene, non succede, sotto lo sguardo dei suoi cari. È il candore, la verità sussurrata dentro un pozzo, una lettera chiusa nel cassetto. Di qui la radicalità, la forza di un testo che, pur delicato, è forte come un osso.

In questo senso, Dove mi trovo è parente stretto di Requiem di Antonio Tabucchi, romanzo scritto in portoghese e pubblicato in Italia nel 1991. Tra tutti i libri dell’autore di Sostiene Pereira, Requiem è senza dubbio quello più libero, quello più radicale, in cui Tabucchi si concede di premere il pedale della visione fino a confonderla del tutto con la realtà. Solo con un’altra lingua si può andare all’altro mondo, solo sottraendosi alla lingua dei padri si è liberi di incontrarli veramente dopo morti, di dire finalmente tutto ai fantasmi.

È quello che succede al protagonista di Requiem, nel dedalo del Cemiterio dos Prazeres di Lisbona. È quello che avviene alla protagonista del romanzo di Dove mi trovo, in un cimitero imprecisato. “Vengo a trovare anche te, papà. Ti offro un mazzo di fiori e sento che mi dici: ma a che servono questi? Ti trovo nel cuore della città, circondato dai morti: anime addobbate, interrate in fila come le caselle della posta. Come potrei legarmi a un altro mentre sto ancora cercando, anche dopo che sei scomparso, di colmare lo spazio tra te e mia madre […]. Tu, ancora oggi, cammini nella mia testa a un metro di distanza davanti a lei. E forse il tratto che avrei voluto minimizzare, magari cancellare, fra i tronchi della mia infanzia, non era altro che lo spazio tra di voi”.

Questo articolo è stato pubblicato su “il manifesto” il 4 settembre 2018.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 10 settembre 2018