Le invenzioni dei potenti. Breve viatico a Michele Cocchi

Roberto Gerace








Michele Cocchi, dopo il notevole esordio con la raccolta di racconti Tutto sarebbe tornato a posto (Elliot, 2010) e a rottura di un lungo silenzio, pubblicava l’anno scorso La cosa giusta (Effigi), piccolo romanzo di formazione dalla struttura adamantina e la lingua ossuta, bifido nell’avvicendare con ordine le storie di un padre e di un figlio destinati a sfuggirsi e a rincorrersi come nel più classico squilibrio edipico, nell’atmosfera sospesa di un villaggio tra i boschi senza nome, dai cui anfratti in ombra emergono flora e fauna in precise nomenclature e improvvisi agguati del cielo. Cocchi, che è psicoterapeuta ed esploratore, possiede il dono raro e semplice della nominazione; e sa scrivere senza ornamenti. I consessi umani nascondono insidie al di là delle buone intenzioni (spicca il racconto di una comune primitivista, scovata nei boschi dal figlio in fuga, condotto in termini sottilmente disforici e tragici), l’urbanizzazione è un’eco minacciosa. Solo il bosco ha un codice chiaro: le sue leggi sono crudeli, ma non lasciano spazio alle illusioni. Vi si sanno muovere gli amici dei cani morti, i ragazzi feriti e solitari, i cercatori. Che cosa significa essere adulti?

Alla stessa domanda prova a rispondere il secondo romanzo di Cocchi, in maniera stavolta più complessa, sviata, ma non meno incline all’ambiguità del tragico: il titolo è La casa dei bambini (Fandango), ora finalista al premio Comisso. Anche stavolta le coordinate storiche e geografiche (le lotte partigiane? Le guerre dei Balcani?) vanno prese per quello che sono: fondali convenzionali e indecidibili, palcoscenici di legno su cui il vento della Storia sfiata flebilmente, come una chiacchiera. È quel che renderebbe questi libri tanto simili a romanzi per ragazzi, se solo esistessero; se non fossero per ragazzi tutti i libri. La Casa è un orfanotrofio. In una prima parte essa ci viene raccontata dal punto di vista di Sandro, un giovanissimo ospite: si tratta di uno spazio-tempo concentrazionario e di un vaso di Pandora insieme, una culla in cui si possono coltivare i sogni al riparo dal dolore. Qualcosa di terribile punge dal passato: anche qui, come nel libro precedente e nei percorsi terapeutici, il punto di partenza è un non detto catastrofico. Fuori si aggirano minacce ominose di cui non è dato sapere per ora. Dentro coabitano i membri di una famiglia a dir poco allargata e plurima, si potrebbe dire polimorfa: oltre ai bambini ci sono le mamme, ognuna col suo nome, il direttore e il custode. Tutti gli adulti sono reticenti: guidano i bambini entro illusioni di festa, ne incoraggiano l’istinto al gioco, al mascheramento carnevalesco. La scrittura è asciuttissima, chirurgica nell’isolare i piccoli sussulti dell’immaginazione di Sandro e dei suoi compagni: parole e fatti essenziali; si vede che qui quel che conta è descrivere le energie psicologiche nel loro puro dispiegarsi, rischiando volutamente l’astrattezza dell’apologo.

Le parti successive dalle vicende della casa prendono le mosse per ribadirne e indagarne retrospettivamente il senso. Nel racconto di Nuto, un altro dei bambini ormai fattosi grande, anche il mondo adulto si presenta subito come il luogo del travestimento: i ribelli ai quali si intruppa hanno nomi parlanti, che nascondono storie. La guerra è un’“invenzione dei potenti” (p. 96). È per questo personaggio che viene fuori prepotentemente il conflitto edipico, che lo chiama a una scelta tra parzialità e innocenza (sia qui che nel romanzo precedente si propongono spesso scelte importanti, addirittura eroiche, che servono a crescere). Tutto tende allo scioglimento di questi nodi fondamentali, a scapito dei gerghi innanzitutto ideologici: “Siamo tra i ribelli, Davide, ma avremmo potuto essere tra i militari. E i militari avrebbero potuto essere tra i ribelli. Dipende soltanto dalle circostanze.” (p. 152).

Nell’ultima parte Dino, ormai invecchiato, compie un viaggio a ritroso il cui scopo è solo apparentemente scoprire la verità. Nel gioco delle circostanze solo la menzogna può tenerci assieme, solo la maschera ci permette di riconoscerci. L’incontro con l’Altro avviene sempre in un luogo mitico, in un altrove ricostruito, mediato, accarezzato da un velo di reticenza che rende il passato dicibile e lega insieme speranze e generazioni.








pubblicato da r.gerace nella rubrica libri il 22 agosto 2018